Intervista a Zerocalcare

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Dal nostro archivio, un’intervista di Iacopo Barison a Zerocalcare apparsa su minima&moralia il 23 gennaio 2014.

(L’immagine è tratta da Ogni maledetto lunedì di Zerocalcare)

Ormai, Zerocalcare è un fenomeno consolidato. Per forza di cose, tutti noi dobbiamo farci i conti. È inevitabile, non si può più criticarlo a priori o bollarlo come impostore: Zerocalcare è una realtà tangibile.

Nonostante ciò, è il tipo che ti invia un sms e ti scrive: “Scusa, stavo dando ripetizioni. Per l’intervista, facciamo quando vuoi”. È il tipo che si imbarazza quando gli fai un complimento – anzi, si difende proprio, mette su uno scudo di umiltà e paranoia e rifugge dai tuoi giudizi entusiasti. È anche il tipo che si rifiuta di commercializzare i gadget, che non vuole andare in televisione, che non disegna strisce sui quotidiani.

Niente sembra smuoverlo, niente sembra cambiarlo, nemmeno la notizia che Valerio Mastandrea dirigerà il film de La profezia dell’armadillo.

Io gliel’ho detto, prima dell’intervista: “Se trovassi una t-shirt coi tuoi disegni, non penserei che sei un venduto. Anzi, la comprerei di sicuro”.

“Anche no”, mi ha risposto, poi abbiamo continuato a parlare.

“Fai bei sogni”. Intervista a Valerio Mastandrea

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Valerio Mastandrea è cresciuto a Garbatella, ma da qualche anno si è trasferito nel vicino rione Testaccio, dove sembra aver fatto parecchie amicizie. Questa intervista si svolge su una panchina di piazza Testaccio dove ognuno che passa lo saluta: ciao Valè. Il più delle volte lui risponde solo ciao. Segno che i nomi non li sa. «Non è vero, certi li conosco, ma questa è una piazza particolare: se faccio una partitella con mio figlio e gli altri ragazzini dopo scuola, il pallone non finisce mai per strada, lo ripassano tutti, dalla bambina di un anno all’ottantacinquenne che non si regge in piedi. Bello, no?».

E qui finisce la spensieratezza, perché Mastandrea tanto spensierato non è, e poi l’intervista è su Fai bei sogni, il film che Marco Bellocchio ha tratto con le libertà autoriali del caso dal dolentissimo bestseller di Massimo Gramellini. Interpretato, appunto, da Mastandrea. Per i pochi che ancora non lo sanno, è la storia, vera, dell’autore che a nove anni ha perso la madre amatissima: gli hanno fatto credere o si è ostinato a credere che, debilitata da un intervento per un tumore, se l’era portata via un «infarto fulminante».

Quando la vittoria è illegale. Intervista a Valerio Mastandrea

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Questa intervista è uscita su Rivista Undici, che ringraziamo (fonte immagine).

di Malcom Pagani

Conti, Chinellato, Maggiora, Boni, Peccenini, Santarini, Di Nadai, Di Bartolomei, Pruzzo, De Sisti, Scarnecchia. Allenatore, Ferruccio Valcareggi. Arbitro Michelotti. «Roma-Atalanta, sei maggio del 1979, la prima partita che vidi allo stadio» dice Valerio Mastandrea che è dell’inverno 1972 e con la squadra fondata nello stesso quartiere in cui abita si è accompagnato – mese più mese meno, molti dolori, qualche sparuta gioia – per trentasette anni.

Dopo la sconfitta con la Lazio nel derby di Coppa Italia del 2013 – quella che nel sintetico Lulic 71, riempì di graffiti celesti i muri di mezza città omaggiando in cinque sole lettere e due numeri, giustiziere dei nemici e momento chiave della gara – Mastandrea tornò a casa, accese il computer e scrisse “Peggio”. Una sintesi del destino di chi soffre.

Non essere Jeeg Robot

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di Mario Luongo

Credo molto nel Caso inteso come casualità, un po’ meno in quello inteso come singolo evento di rilievo. Per questo quando sento parlare di caso cinematografico storco il naso, peggio ancora se seguito dal rafforzativo dell’anno. È una formula insidiosa, malandrina e furba che restituisce l’idea di una réclame pubblicitaria o almeno di un eccesso di enfasi. A volte, però, può accadere che il Caso intersechi impercettibilmente alcuni casi distanti tra loro, e vengano fuori risultati inaspettati.

The Pills, non si esce vivi dagli anni ’90

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di Mario Luongo

Prologo

“Io so tutto sull’occupazione giovanile, tutto! Bisogna inquadrare il problema da un punto di vista genealogico. Esempio: mamma e papà si sono spaccati il culo tutta la vita per mettere da parte un gruzzoletto, tu che fai? Approfittane, fatti mantenere, diamogli soddisfazione a questi genitori una volta tanto!”

Ad esporre questa teoria generazionale è Enzo, disoccupato orgoglioso e godereccio interpretato da un grande Valerio Mastandrea nel film del ’96 “Cresceranno i carciofi a Mimongo” diretto, sceneggiato e montato da Fulvio Ottaviano. Attraverso un bianco e nero che omaggia il primo “Clerks” di Kevin Smith, racconta le (dis)avventure di Sergio, laureato in agraria, tra colloqui surreali, guide pratiche per trovare lavoro e sbronze colossali. Mentre Sergio è determinato a trovare un impiego, il suo amico Enzo continua a godersi la vita da mantenuto, dando vita a siparietti e dialoghi esilaranti.

La dieta, un racconto

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di Francesca Serafini

Quando, più o meno un anno fa, i ragazzi del Collettivo Famelico di Andria mi chiesero un racconto per un’antologia sul tema della fame (che sarebbe poi uscita con l’editore Esemble col titolo Racconti famelici e la curatela di Micaela Di Trani) il mio pensiero costante – così come quello di Giordano Meacci e degli altri della Banda Caligari – era sostenere l’impegno di Valerio Mastandrea, almeno nella vicinanza affettiva, nel trovare le risorse per produrre Non essere cattivo. In quei giorni i medici che seguivano Claudio Caligari avevano ridotto a pochi mesi le sue speranze di vita, e questo lo aveva reso ancora più affamato, appunto, nel desiderio di realizzare il suo film. Ogni tanto tra noi si parlava con le battute di Cesare e di Vittorio, lasciando che la vitalità dei due amici ci contagiasse: era così che bisognava combattere la malattia. Quei due ci abitavano, erano sempre con noi in tutte le cose che intanto continuavamo a fare. E allora, quando al dunque si trattò di scrivere questo racconto, non sapevo come muovermi.

Per tutti quelli che ci hanno lavorato, Non essere cattivo stabilisce un prima e un dopo. Qualcosa che segna. E io sapevo che era necessario spostarmi lontanissimo. Alle prese con una specie di nuova alfabetizzazione letteraria in cui dovevo dimostrarmi di poter vivere anche senza Cesare e Vittorio: senza la lingua di quei due fratelli di vita, che poi avrebbero conosciuto tutti nelle immagini del Maestro e la carne e il sangue di Luca Marinelli e di Alessandro Borghi. Sono nati così i personaggi di “La dieta”: per contrasto. E la sua protagonista ellittica. Anche lei – solo lei – in qualche modo della Banda Caligari.

La dieta

C’era – nel modo in cui muoveva la testa, nell’ingranaggio delle scapole ad allungare il collo nella camminata – una fierezza che eravamo determinati a spezzare. Bisognava ricordarle da dove veniva. E quel compito spettava a noi: questo ci era apparso chiaro fin dal giorno in cui entrò in classe per la prima volta, anche se ancora non sapevamo come ci saremmo riusciti.

Divagazioni di un non cinéphile dopo la visione di “Non essere cattivo” di Caligari

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di Paolo Repetti

All’uscita del cinema mando un sms a Nicola Lagioia “Che bello Non essere cattivo! Ma perché è così bello? Baci, Rep” e lui “Non lo so manco io, ma è bello. Ciao Rep”. Mi fido di Nicola, lui sa tutto e sa anche quando è giusto fare un passo indietro e non sapere troppo.

Intanto la sala. Il Mignon, a Roma, è gremito; rimangono fuori una ventina di persone. E si capisce subito che quelli in sala non sono venuti per caso a passare due ore. Siamo tutti abbastanza informati. Parliamo di Caligari, della sua morte, di Mastandrea che ce l’ha messa tutta per finire il film. Insomma la parolina “culto” fa capolino tra i discorsi. Siamo lì per assistere a un film, certo, ma anche a un tipo di evento un po’ sacro, così raro al cinema, oggi. E infatti all’inizio cerco di ritrovare un’innocenza da spettatore qualsiasi, ma mentre scorrono le prime sequenze mi chiedo il motivo di tanta attesa, come se ogni inquadratura dovesse contenere l’epifania di un talento per tanto tempo trascurato e la cui rivelazione era riservata a una piccola cerchia di adepti.

Una bellezza che ha a che fare con la verità. Il cinema di Claudio Caligari

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Questo pezzo, un racconto di Teresa Ciabatti sulla realizzazione di Non essere cattivo, è apparso su La lettura del Corriere della sera. Ringraziamo l’autrice e la testata.

“Caro Martino, Ti scrivo per una ragione semplice. Tu ami profondamente il Cinema…” Così Valerio Mastandrea, in una lettera aperta, si rivolge a Martin Scorsese, chiamandolo Martino. Novembre 2014. A Scorsese Mastandrea chiede aiuto per chiudere il budget di Non essere cattivo, nuovo film di Claudio Caligari.

Non essere cattivo candidato italiano alla cinquina per il miglior film straniero

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Non essere cattivo, l’ultimo lungometraggio di Claudio Caligari uscito nelle sale postumo l’8 settembre scorso, rappresenterà l’Italia agli Oscar nella selezione per il miglior film straniero. Per l’occasione ripubblichiamo l’intervista di Paola Zanuttini a Valerio Mastandrea, apparsa sul Venerdì. 

ROMA. In questa storia c’è tutta l’epica del cinema. Del fare cinema. C’è l’amicizia, la passione, la sfida, la morte. E un’eredità da consegnare al mondo, cioè al pubblico. Naturalmente è un film, questa eredità: Non essere cattivo di Claudio Caligari, regista molto outsider che, poco prima di perdere la sua lunga battaglia contro il cancro e di vincere quella produttiva, quasi altrettanto estenuante, così ricapitolò i fatti: «Muoio come uno stronzo. E ho fatto solo due film». Una battuta che, detta in romano e non con il suo accento da lago Maggiore, poteva stare benissimo in uno di quei due film, epocali: Amore tossico, del 1983 e L’odore della notte, del 1998, dove i protagonisti erano fattoni e delinquenti, non cineasti. Ma la poteva infilare anche nel terzo, perché alla fine ce l’ha fatta, Caligari: Non essere cattivo l’ha girato e montato, quasi definitivamente, e sarà pure a Venezia. Come Evento speciale, però, non in concorso.

Due caligariani a Venezia

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di Giordano Meacci e Francesca Serafini

Quando mi volto e la trovo – ché ogni volta c’è un momento in cui mi giro e già so che lei è sempre lì, pronta a guardarmi le spalle – Francesca sta sorridendo a Terry Gilliam. Credo di aver detto – sì, l’ho proprio detto – “She is my extra-anagraphic Sister” mentre lei già improvvisava un avvicinamento con inchino a mano tesa verso Gilliam: e Gilliam, molto divertito, replicava immediatamente la stessa coreografia: inchino settecentesco, braccio teso; finché i due si sono incontrati giurandosi, in un angloitaliano di frontiera – siamo pur sempre gente di mare, in questo momento – eterno amore, e rispetto.

E l’immagine che mi sfòlgora davanti, a questo punto, è quella di un’accogliente quadriglia affettiva; potrei passare sotto la loro stretta di mano e accennare una giga: e so per certo che Gilliam e Francesca mi seguirebbero.