Il maestro

1em

Per ricordare Ennio Morricone, il maestro, abbiamo chiesto a Valerio Mattioli un breve estratto da Superonda – Storia segreta della musica italiana, che vi invitiamo a recuperare.

di Valerio Mattioli

Ai tempi di Se telefonando, Morricone era già uno di quei tre o quattro personaggi che in silenzio avevano modellato il volto della musica italiana, e specie la canzonetta gli doveva tantissimo: i suoi arrangiamenti lo avevano trasformato in uno dei nomi più richiesti della RCA Italiana, nei cui studi era salutato come un Re Mida. Il 1966 in particolare, vide Morricone alle prese con un trionfo dopo l’altro: dopo Se telefonando fu la volta di C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones, il melenso inno che per un paio di settimane trasformò l’idolo delle ragazzine Gianni Morandi in un fortuito portavoce della causa antimilitarista. L’anno precedente era stato consacrato come nuovo nome di punta della musica da film col Nastro d’Argento per la colonna sonora di Per un pugno di dollari, e di lì a qualche mese avrebbe marchiato a fuoco il decennio con quella di Il buono, il brutto, il cattivo.

Non bastasse, assieme a un manipolo di altri compositori non più giovanissimi aveva da poco inciso l’album d’esordio del Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza, collettivo d’avanguardia guidato da un discepolo di Giacinto Scelsi chiamato Franco Evangelisti.

Geografia di un non-genere: su “No music on weekends” di Gabriele Merlini

1decib

di Tommaso Ghezzi

Sono nato mentre i Litfiba registravano su molteplici piste audio le performance dal vivo del tour conseguito all’album Litfiba 3, delle quali solo una piccolissima percentuale sarebbe stata effettivamente utilizzata per il disco live Pirata.

Sono nato in tempo per vedere, molti anni dopo, Piero Pelù solista, mentre si dimena nei pantaloni in pelle nera e dedica una canzone al nipotino sul palco di Sanremo; sono altresì nato in tempo per leggere i post su Facebook di Federico Fiumani, sporcati da un irriducibile astio senile e un improprio uso dei social network. Sono nato in tempo per vedere Giovanni Lindo Ferretti sciorinare improbabili endorsement al centro destra cattolico. Per non parlare poi di tutto lo sbrodolame nazionalistico di supporto alla destra britannica delle uscite pubbliche di Morrissey.

Remoria mutagenica

a3170004103_10

di Stefano Bonifazi Sono a scrivere i primi appunti per questo testo nel luogo in cui ho conosciuto Valerio Mattioli, la libreria-caffè La Citè di Firenze. Qualche tempo fa era qui a presentare i primi tre volumi dell’editrice Nero a cui collabora. Ero curioso d’incontrarlo, da tempo avevo iniziato a unire i puntini e notare […]

Tamburo

tamburini

Altri lo faranno meglio di me, con più competenza. Soprattutto chi l’ha conosciuto. Era solo per ricordare anche in questa sede Stefano Tamburini. Se ne andò trent’anni fa, in un imprecisato giorno di aprile del 1986. Spero di fare cosa gradita segnalando qualche link. Il primo – da Radio Radicale – è l’audio della trasmissione televisiva andata […]

Quali maestri?

elioecc

Questo pezzo è uscito sul numero di Linus attualmente in edicola.

La domanda nasce come un gioco davanti a una vecchia pubblicità (apparsa su linus nel maggio 1976): chi può spiegarci, oggi,  “perché siamo diventati come siamo”? Chi potremmo metterci al posto di quei tre (Elio Vittorini, Alberto Moravia, Eugenio Montale)? e conduce fatalmente a interrogarsi sull’endemico senso di inferiorità che attraversa il nostro paesaggio culturale. Osservare quegli illustri scrittori prima ancora che uno sforzo d’intelligenza storica, di critica letteraria o militanza culturale, ha tutta l’aria di un esperimento emotivo. Come ci sentiamo, come vogliamo sentirci rispetto al nostro tempo?

Un casino immenso

mappalinus

Questo pezzo è uscito sul numero di agosto di Linus. Ringraziamo gli autori e la testata.

di Valerio Mattioli e Raffaele Alberto Ventura

Alla fine era nell’aria: al di fuori dei canali che una volta avremmo detto tradizionali, e a fianco delle testate che per decenni sono servite come riferimento per il “dibattito politico-culturale” – qualunque significato decidiate di dare alla famigerata formula – si è sviluppata negli ultimi anni una… come vogliamo chiamarla? New wave dell’opinionismo da terza pagina? Giovane scena intellettual-letteraria? Nuova generazione del giornalismo più o meno critico, più o meno militante?

Forte Fanfulla, l’epilogo in festa di una favola suburbana

20140625_005802 (1)

di Paola Micalizzi 

In un piccolo quartiere di una grande città in questi giorni si sta concludendo, a suon di tamburi, una favola metropolitana iniziata otto anni fa.

Come in tutte le storie che si rispettino, i protagonisti dell’epica missione si incontrarono grazie a coincidenze inverosimili, che se avessimo il tempo di raccontare dimostrerebbero l’infallibilità della teoria dei sei gradi di separazione.

Si tratta di due calabresi, un francese, un molisano e un romano che presero in affitto a settembre 2006 l’ormai celebre capannone di via Fanfulla da Lodi 101, Pigneto, Roma. Andrea, Luca, Manu, Marco e Poppy: cinque amici che avevano poco da perdere e le passioni adatte all’impresa, chi per la musica, chi per la carpenteria, chi per il vino, chi per la gente.

Incontro con Arto Lindsay

arto_lindsay

Pubblichiamo la versione integrale di un’intervista di Valerio Mattioli ad Arto Lindsay apparsa su la Repubblica.

di Valerio Mattioli

Arto Lindsay è tra i monumenti di una New York che non esiste più: a fine anni 70 fu fondatore dei DNA, colonne di quella no wave celebrata da Brian Eno nella raccolta No New York, praticamente uno dei quattro o cinque dischi più influenti di sempre (chiedere a Sonic Youth e relativi figliocci); abitava assieme ai vari Lydia Lunch e Jim Jarmusch nell’allora degradatissimo Lower East Side, era compagno di eccessi di tizi come Amos Poe e Jean-Michel Basquiat, e dalla sua chitarra tirava fuori un suono dissonante e ansiogeno, buono tanto per locali punk tipo il CBGB quanto per le gallerie d’arte: «noi in realtà volevamo suonare rock’n’roll», puntualizza lui; «non pretendevamo di fare musica d’avanguardia. Sì, magari era una musica un po’ più strana della media, ma tuttora mi considero prima di tutto un musicista di social music, come la chiamava Miles Davis».

Quel che resta del rave

gursky_union_rave

Pubblichiamo un racconto di Valerio Mattioli uscito su Vice ringraziando l’autore e la testata.

di Valerio Mattioli

Ieri ero col solito Wolf Anus a un tavolino all’aperto di un noto quartiere per aperitivi di Roma. Stavo lì, cercando di convincerlo a concedermi un’altra intervista (per la precisione sulla fisica teorica—giuro), quando veniamo disturbati dall’inquietante silhouette di un circa trentenne dall’aria smunta e dal peso non superiore ai 40 chili.

“Avete qualche spiccio?”

“No,” rispondiamo noi.

“Dai, mi servono,” prosegue quello.

“A che ti servono?” chiediamo.

“Mi devo comprare gli antibiotici. Guardate qua.”

Si solleva la maglietta e ci mostra un enorme sgarro infetto. Non era una normale cicatrice: era proprio una voragine lunga qualcosa come 15 centimetri, sbrodolante pus color giallognolo e probabilmente dall’odore altrettanto ributtante. Gli diamo un euro a testa e quello se ne va (senza ringraziarci).

Il nuovo fumetto indipendente USA, parte settima: Edie Fake – Gaylord Phoenix / Theo Ellsworth – Capacity

gaylordphoenix_2

Pubblichiamo la settima e ultima parte del reportage di Valerio Mattioli sul nuovo fumetto indipendente americano. Qui le puntate precedenti.

di Valerio Mattioli

Come i vari Mat Brinkman, C.F. e compagnia, Edie Fake sarebbe anche lui un tipico prodotto della Providence del dopo Fort Thunder, ma il suo lavoro rappresenta quasi suo malgrado un unicum: per otto anni Fake ha lavorato alla serie Gaylord Phoenix, la cui particolarità è quella di essere sostanzialmente un queer comic, cioè un fumetto il cui tema di fondo è l’identità di genere. Fin qui nulla di strano, se non fosse che… be’, è pur sempre un queer comic fatto da uno che a Providence ci ha vissuto, e che di conseguenza ha respirato e introiettato le stranite atmosfere partorite dai vari Multiforce e derivati.

“Perverso e surreale” (stando ai lanci), Gaylord Phoenix è una assurda favola con protagonista una fenice (Gaylord, per l’appunto), disposta a “sacrificare qualsiasi cosa per l’amore e la sete di conoscenza”. Sesso, magia, creature leggendarie… insomma, potete immaginarvelo: un guazzabuglio dal respiro epico in cui la tematica queer è più un pretesto che altro, e in effetti il fumetto potrebbe tranquillamente essere letto come un ciclo sessual-mitologico dai nemmeno troppo vaghi appigli hardcore.