Castelvolturno, Italia. Su “Indivisibili” di Edoardo De Angelis

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di Valerio Valentini

C’è qualcosa di fastidioso e di sospetto nella ricorrenza sempre più compulsiva con cui i registi italiani – anche i bravi registi italiani – utilizzano, per presentare le loro opere, l’espressione “ho fatto un film su”, aggiungendo poi, con più o meno originalità, qualcuno dei sostantivi pescati nel Vocabolario dei Grandi Sentimenti.

L’amore, la sofferenza, la paura della morte, l’angoscia dell’essere vecchio, dell’essere giovane, dell’essere mamma, figlio, emigrato, centralinista con contratto a scadenza mensile. Il fastidio e il sospetto non diminuiscono – o diminuiscono solo in minima parte – quando, per dare corpo a quei sentimenti, si trovano delle immagini potenti, delle storie ancorate ad una realtà concreta: quando cioè il tutto non si riduce per forza a una parabola velleitaria.

Su “Questi giorni” di Giuseppe Piccioni

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di Valerio Valentini

Un attimo dopo a quello in cui nell’animo di Adria il sospetto sul malessere di sua figlia Liliana matura in modo improvviso e feroce, dei volti di donne goffi e ridicoli, con in testa retine bigodini e messe in piega lasciate a metà, colorano il pathos con tinte di grottesco felliniano. La tensione che s’accumula nella scena in cui Liliana e Caterina litigano e piangono in una squallida stanza d’ospedale si scioglie in un sorriso di fronte alla tenerezza impacciata di una delle due ragazze («Mangia un po’ di crostata» «Non posso, se prima non mi lasci le mani»).

Nei momenti più tragici di Questi giorni, si ride. E già questo basterebbe a suggerire che quello di Giuseppe Piccioni è stato un buon lavoro. Ma che il regista ascolano avesse una notevole capacità di governare vari registri, toni diversi, modulandoli in maniera tutt’altro che scontata, in fondo lo si sapeva già: lo dimostravano le sue opere precedenti. Quanto a Questi giorni, presentato in concorso alla 73sima edizione del Festival di Venezia, come giudicarlo?

A proposito di Alaska, il film di Claudio Cupellini

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di Valerio Valentini (fonte immagine).

Dopo aver visto il trailer ufficiale di Alaska, credevo francamente di aver visto anche troppo del film: di aver visto, cioè, in quei centocinquantuno secondi, come i due protagonisti (Fausto e Nadine) si fossero conosciuti, perché Fausto fosse finito in galera, i motivi della loro rottura, l’intromissione di un altro uomo e di un’altra donna. Avevo visto perfino l’istante dell’incidente in macchina in cui era rimasta coinvolta Nadine. Davvero troppo. Il gusto della sorpresa – resto convinto che gran parte del piacere del cinema stia nel non sapere cosa si va a vedere – mi sembrava irrimediabilmente compromesso.
E invece, alla fine delle due ore e passa di proiezione, mi sono ritrovato a ringraziare il mio amico che aveva tanto insistito per trascinarmi in sala: Alaska è uno dei più bei film che mi sia capitato di vedere quest’anno.

Su Suburra di Stefano Sollima

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di Valerio Valentini

Sembra talmente banale, appena usciti dal cinema, parlare di Suburra come di un ritratto fedele e profetico del marciume romano svelato dalle inchieste di Mafia Capitale, che quasi verrebbe voglia di concentrarsi soltanto sul modo in cui lo squallore affaristico e mafioso raccontato nel romanzo di Bonini e De Cataldo è stato trasferito su pellicola. Ma prima di parlare delle scelte stilistiche di Stefano Sollima – e dei motivi per cui, diciamolo subito, il film non sembra del tutto all’altezza delle aspettative create da un battage pubblicitario imponente – prima di tutto, due parole a proposito della criminalità capitolina su cui Suburra porta a riflettere.

Raccontare gli universitari senza reticenze: “Fino a qui tutto bene” di Roan Johnson

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di Valerio Valentini

«Ma devi per forza chiamarlo ultimo? Non ce la fai proprio a dire quinto? Non senti come suona già molto meno angosciante?».

Seduto al tavolino del bar, subisco in silenzio il rimprovero della mia compagna di università. La discussione, rimasta amabile finché si è mantenuta sul vago («Ma perché ti ostini a prendere il caffè senza zucchero?», «Devi assolutamente vedere l’ultimo video dei The Jackal con Malika Ayane»), s’è avariata d’improvviso, non appena ci siamo ritrovati a contare gli esami rimasti prima della tesi. Quando poi, incautamente, le ho chiesto se avesse deciso cosa fare, alla fine dell’ultimo anno, lei ha tirato indietro la testa, stizzita, s’è calata gli occhiali da sole sul viso. Ed è sbottata.

Riprendersi l’Aspromonte

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di Valerio Valentini 

Il 25 giugno del 2003, accompagnati da alcuni agenti delle forze dell’ordine, i familiari di Adolfo Cartisano percorsero un sentiero malmesso che dalla frazione di San Luca, in provincia di Reggio Calabria, conduce ai piedi di Pietra Cappa, un monolite alto 140 metri nel cuore dell’Aspromonte. Vi si recarono per recuperare le ossa di Adolfo, rapito dalla ‘ndrangheta nel 1993 e mai più ritrovato. Era stata una lettera anonima a rivelare, dopo dieci anni, il luogo della sua sepoltura: “Sono unu ricarcereri i vostru maritu io sono difronte a diu pentitu ra me azzioni…”. La lettera, battuta a macchina in un calabrese grezzo, fu inviata ai Cartisano da “uno dei carcerieri” di Adolfo: uno ‘ndranghetista che viveva nel loro stesso paese (“quando vi vedo – scriveva nella lettera – né voi né i vostri figli oso guardarvi in faccia”) e che, colpito da una grave malattia, aveva deciso di chiedere perdono alla moglie della vittima e concederle almeno il conforto di conoscere la sorte di suo marito.

L’Aquila cinque anni dopo: nessuna svolta, nemmeno morale

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Sono passati cinque anni dal terremoto dell’Aquila. Pubblichiamo un intervento di Tomaso Montanari uscito sul Fatto Quotidiano.

Sono cinque anni che l‘Aquila non c’è più. Dopo aver perso – criminalmente – più di tre anni, ora la ricostruzione avanza: ma con questi ritmi ci vorranno anni e anni. Più trenta che venti, ancora, per riavere quella che rischia di non essere comunque più una città: semmai una collezione di monumenti immersa in un deserto. Se, infatti, gli organi di tutela del patrimonio culturale – le tanto vituperate soprintendenze – stanno lavorando bene, è il tessuto delle abitazioni civili a non ripartire. Non esiste un progetto che fissi termini certi per il rientro degli aquilani nel centro storico.