La tomba dell’amore? – Intervista a Luca Ricci sugli Autunnali

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Raccontisti che si fanno romanzieri. Fino a qualche anno fa due dei nomi che uscivano con più frequenza come migliori raccontisti italiani erano quello di Paolo Cognetti e il tuo. Poi Paolo ha vinto lo Strega, sì, ma con un romanzo. Adesso anche tu sei uscito con un romanzo. Esiste una forza che spinge i raccontisti a diventare romanzieri? C’entra col pregiudizio dell’editoria italiana rispetto alla forma breve? short-story1

Il racconto è la sezione aurea delle storie, funziona davvero solo se è perfetto; il romanzo è un contenitore in grado di accogliere le cose più disperate, ha una forma slabbrata e flessibile. La mia sperimentazione come romanziere è stata precisamente quella di voler scrivere un romanzo come un racconto. Con la stessa verticalità e, cosa ben più grave, non volendo rinunciare alla volontà di perfezione che anima lo scrittore di racconti. Cosa ne è venuto fuori lo diranno i lettori, ma di sicuro non si tratta di un’abiura rispetto al mio percorso. Casomai è una celebrazione del racconto sotto mentite spoglie.

Il Fantasy in una foto di famiglia

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di Sandro Ristori

Ricordate la vecchia metafora della foto di famiglia? Non è facile capire quale tratto accomuna tutti i fratelli; magari due cugini non si assomigliano affatto tra loro, e con ogni probabilità un nipote è molto, molto diverso da uno zio, o da un nonno. Eppure. Eppure c’è qualcosa di indefinibile che li unisce, fosse anche solo un’espressione, un lampo fugace degli occhi. Quella che si dice “l’aria di famiglia”.

Così è il fantasy. Una famiglia numerosa, vivace, chiassosa e irregolare. Le porte di casa sono sempre aperte, tutti possono entrare.

Alcune riflessioni su fantastico e mainstream

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Questo articolo è apparso originariamente sul Fatto Quotidiano*, che ringraziamo.

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Quando, cinque anni fa, con diversi romanzi realistici alle spalle, decisi di affiancare alla mia produzione “regolare” la scrittura di un fantasy, in diversi, tra amici e colleghi, mi sconsigliarono di farlo. Il fatto stesso che un autore con una reputazione e un riscontro critico (peraltro di recente acquisizione) volesse giocare con draghi e incantesimi era inconcepibile per i più. A poco valeva il mio spiegare che sarebbe stato un lavoro anzitutto intertestuale; a nulla il mio evocare Ariosto o Tasso.

L’impero del sogno

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È appena uscito in libreria per Mondadori L’impero del sogno, il nuovo romanzo fantastico di Vanni Santoni. Proponiamo un estratto dalla prima parte. ~ … Per un attimo la terra smette di tremare. Poi addirittura si incurva, proprio accanto a me, tra me e gli Elfi della macchina, che reagiscono rimescolandosi, ruotando, innalzandosi come gli […]

Discorsi sul metodo – 21: Mathias Énard

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Mathias Énard è nato a Niort nel 1972. Il suo ultimo libro uscito in Italia è Bussola (E/O 2016) * * * Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura? Sei ore, dalla mattina presto. Se posso comincio verso le sei e vado avanti fino alle dodici, a volte […]

Le possibilità dell’indagine postmoderna: la prefazione di Jeff VanderMeer a “Lanark” di Alasdair Gray

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La casa editrice indipendente Safarà ha recentemente finito di pubblicare, per la prima volta in Italia, nella traduzione di Enrico Terrinoni, i quattro volumi di Lanark di Alasdair Gray, testo cruciale della speculative fiction anglosassone e della letteratura scozzese in generale, apparso per la prima volta nel 1981. Pubblichiamo qui la prefazione di Jeff Vandermeer1 […]

Intervista a Zerocalcare

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Dal nostro archivio, un’intervista di Iacopo Barison a Zerocalcare apparsa su minima&moralia il 23 gennaio 2014.

(L’immagine è tratta da Ogni maledetto lunedì di Zerocalcare)

Ormai, Zerocalcare è un fenomeno consolidato. Per forza di cose, tutti noi dobbiamo farci i conti. È inevitabile, non si può più criticarlo a priori o bollarlo come impostore: Zerocalcare è una realtà tangibile.

Nonostante ciò, è il tipo che ti invia un sms e ti scrive: “Scusa, stavo dando ripetizioni. Per l’intervista, facciamo quando vuoi”. È il tipo che si imbarazza quando gli fai un complimento – anzi, si difende proprio, mette su uno scudo di umiltà e paranoia e rifugge dai tuoi giudizi entusiasti. È anche il tipo che si rifiuta di commercializzare i gadget, che non vuole andare in televisione, che non disegna strisce sui quotidiani.

Niente sembra smuoverlo, niente sembra cambiarlo, nemmeno la notizia che Valerio Mastandrea dirigerà il film de La profezia dell’armadillo.

Io gliel’ho detto, prima dell’intervista: “Se trovassi una t-shirt coi tuoi disegni, non penserei che sei un venduto. Anzi, la comprerei di sicuro”.

“Anche no”, mi ha risposto, poi abbiamo continuato a parlare.

In cattività, ovunque

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Dal nostro archivio, un pezzo di Vanni Santoni apparso su minima&moralia il 28 aprile 2015.

Dopo aver poggiato per la prima volta Cattivi sul comodino – ero arrivato verso pagina 40 – mi sono scoperto ad accendere il computer e cercare “Maurizio Torchio”, per vedere se era stato un carcerato: la sua bibliografia in bandella elencava altri due libri, ma per quanto ne sapevo, e anche a fronte di ciò, Maurizio Torchio poteva ben essere stato in galera. Ciò che fa venire un simile dubbio non è solo la quantità e qualità dei dettagli presenti in Cattivi – gli oggetti nuovi, mandati da fuori, che “proteggono”, anche dalla violenza, perché una cella senza oggetti è la cella di qualcuno di cui a nessuno frega più niente; la requisizione delle dentiere ai capi, più anziani, per stroncarne anzitutto l’auctoritas; l’importanza e la funzione simbolica della pulizia della cella, solo per citarne alcuni – ma anche la naturalezza con cui vengono disseminati: la percezione, quella sì, panottica, di ogni dettaglio dell’universo carcerario. Tra i vari risultati proposti da Google, ho trovato un’intervista in cui l’autore racconta come è nata l’idea del libro. Da essa si può pacificamente concludere che in prigione non c’è stato. In ogni caso, portandomi a fare una simile ricerca, aveva già vinto lui.

Albedo – Intervista a Sergio Nelli

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È da poco uscito per Castelvecchi Albedo, nuovo romanzo di Sergio Nelli. Lo abbiamo intervistato.

“Albedo viene da lontano, si origina in un racconto scritto molto tempo fa, così come l’idea di una comunità di recupero era qualcosa intorno a cui avevo cominciato a ragionare per un’altra storia anni fa: c’erano, insomma, una serie di temi e figure che avevo contemplato in passato senza poi aver dato forma a qualcosa di preciso.  Anche sulla questione dell’alcolismo, che è cruciale per l’innesco del romanzo, avevo fatto una ricerca specifica abbastanza vasta nel 2000. Mi interessava la psicologia dell’alcolista, così andai in una comunità di disintossicazione a fare interviste, registrai una quindicina di audiocassette, mi sembra per quasi tutto il mese di luglio, e in una seconda tornata autunnale, quindi uno studio abbastanza impegnativo, le ho ancora con me e sebbene non abbia sentito poi il bisogno di riascoltarle hanno costituito una base importante per lo sviluppo del romanzo. Ho sempre pensato che leggere e interessarsi a cose le più diverse, impicciarsi in qualche modo, rappresentasse un capitale invisibile. Quando ero studente di filosofia, un pomeriggio al Pellegrino (la facoltà in via Bolognese), Eugenio Garin,  a cui rompevo le scatole dopo le lezioni, mi disse: Caro Nelli, sa cosa bisognerebbe scrivere qui all’ingresso? Chi vive di sola filosofia muore di fame. Questa cosa mi è rimasta in testa sempre anche quando ho intrapreso una diversa ricerca.

Stregati: “La stanza profonda” di Vanni Santoni

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Per la nuova puntata di Stregati, Gianluca Didino ha intevistato Vanni Santoni, in dozzina con il suo La stanza profonda, pubblicato da Laterza.

Ciao Vanni. Vorrei cominciare questa intervista parlando di un tema che credo stia a cuore a entrambi, quello dei mondi chiusi. Nella Stanza profonda racconti l’universo dei giochi di ruolo, partendo dalla diffusione di D&D negli anni ’70 per arrivare fino ai giochi online. Gli universi finzionali, le mappe, l’immedesimazione nel personaggio sono tutti esempi di mondi chiusi. Poi tu sei anche uno scrittore di fantasy, il genere che forse si è dedicato più di tutti alla produzione di universi alternativi. Uno dei tuoi scrittori contemporanei preferiti, Mircea Cărtărescu, nella sua trilogia Abbacinante non fa altro che parlare di mondi chiusi, mondi all’interno di altri mondi, mondi che generano altri mondi. Che significato ha questa idea per te?

Sicuramente, come dici, negli ultimi mesi ho preso una bella sbandata per Cărtărescu, molto banalmente perché il suo Abbacinante è la cosa più significativa che mi sono trovato a leggere da molto tempo – direi da 2666 di Roberto Bolaño o Austerlitz di W.G. Sebald –, peraltro come capofila di un gruppo di libri saliti alla ribalta negli ultimi tempi e tutti notevolissimi, che sembrano aver riportato in modo deciso il pallino del romanzo in Europa dopo decenni di egemonia americana. Penso a Fisica della malinconia di Georgi Gospodinov, a Terminus radioso di Antoine Volodine, a Satantango di László Krasznahorkai (che recente non è, essendo dell’85, ma è tornato in scena, mostrandosi ancora attualissimo, in seguito alla vittoria dell’International Booker Prize due anni fa), e anche, in modo meno diretto, al lavoro dell’inglese Tom McCarthy.