Stregati: “Il gioco” di Carlo D’Amicis

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di Violetta Bellocchio

Qualsiasi uomo o donna possieda un programma simile a Word e un minimo di mestiere può produrre 90/100 pagine a discreto tasso di morbosità. Un autore è quello che di pagine ne tira fuori 520, tutte necessarie.

Con Il gioco (Mondadori) Carlo D’Amicis ha deciso di produrre una Montagna incantata a partire da un mondo microscopico, periferico per vocazione e pornografico per sua stessa natura, composto, almeno all’inizio, da tre personaggi non più giovani che col tempo hanno messo a punto un perfetto triangolo feticista.

A Miden, nel romanzo di Veronica Raimo

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«Io e il professore abbiamo avuto una storia.»

In un pomeriggio qualunque, in una casa qualunque, si accende uno dei più antichi, archetipici antagonismi: quello tra due donne che hanno condiviso un uomo. La compagna attuale, ufficiale, ha un pancione di sei mesi. L’altra, che appartiene al passato e alla clandestinità, ha un trauma per violenza finalmente denunciato e una lettera che annuncia una procedura disciplinare nei confronti dell’ex amante. Se verrà riconosciuto colpevole, il professore dovrà lasciare Miden.

Su “Bruciare tutto”, l’ultimo romanzo di Walter Siti

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Questo pezzo è uscito sul numero di aprile di Rolling Stone, che ringraziamo.

di Veronica Raimo

“La mia fascinazione per il male è oscura anche a me stesso”. Lo scrive Walter Siti nella nota di Resistere non serve a niente, premio Strega 2013. È difficile che sentirete uno scrittore proclamare il contrario: la fascinazione per il bene non ha mai sedotto nessuno. A forza di lasciarsi sedurre dal Male, e cercarne la sua forma più estrema e sublime, si finisce però per indicizzare l’osceno come le categorie del porno, e renderlo  meno appetibile del suo sbiadito antagonista.

Domani si vota in Islanda, ovvero come nell’Europa del futuro il progressismo sta diventando razzista

017 Reykjavik (da sopra la Hallgrimskirkja)

Haukur Már Helgason è uno scrittore e filmmaker, nato a Reykjavík 1978. Ha pubblicato un romanzo: ‘The Advanced 20th Century’, nel 2006. Durante la protesta dell’inverno 2008–2009 è stato fondatore ed editor del quotidiano di informazione “Nei”. I suoi saggi critici sono stati pubblicati su The London Review of Books e Lettre International. Il suo primo documentario, “Ge9n”, è uscito nel 2011. Vive a Berlino.

di Haukur Már Helgason

Domani ci saranno le elezioni comunali in Islanda. La settimana scorsa, dopo le elezioni europee, la campagna elettorale del partito Progressista a Reykjavík ha preso una strana piega, quando la leader locale ha dichiarato che, se fosse stata eletta, avrebbe cancellato l’impegno a destinare un lotto di terreno per costruire la prima moschea della città. I Progressisti, a partire dai primi del XX secolo, sono per tradizione il secondo partito dell’Islanda: si definiscono liberali e sono attualmente al governo.

Pete Seeger, o dello scrivere canzoni

2009 Armed Forces Inaugural Committee

Questo brano è tratto da un’intervista a Pete Seeger contenuta nel libro Songwriters, a cura di Paul Zollo, edito da minimum fax, e tradotto da Veronica Raimo e Francesco Pacifico.

Quelle di Pete Seeger sono le canzoni più accorate che un Paese abbia sentito, canzoni che sembrano risalire alla notte dei tempi, perché siamo cresciuti non solo ascoltandole ma anche cantandole, canzoni come “Where Have All the Flowers Gone?” e “If I Had a Hammer”. Seeger ha scritto canzoni che parlano di protesta e d’indignazione, come “Last Train to Nuremberg” e “Waist Deep in the Big Muddy”; canzoni che parlano di semplicità e d’amore, come “Turn, Turn, Turn” e “Rainbow Race”; e ci ha fatto conoscere intramontabili inni per l’umanità, come “We Shall Overcome”.
È nato nel 1919 a New York, terzogenito di Charles Seeger, musicologo, e Constance de Clyver Edison, violinista. Il suo amore per la musica folk risale all’età di sedici anni. Prese parte all’Ashe­ ville Folk Festival nel North Carolina, e da quel momento in poi smise di suonare canzonette con il suo banjo per dedicarsi al folk.

Downton Abbey

Downton-Abbey-Cast

Il 19 dicembre Downton Abbey torna in tv con la quarta stagione. Pubblichiamo un articolo di Veronica Raimo uscito sul numero di agosto di IL, il magazine del Sole 24 Ore.

di Veronica Raimo

Devo confessare che quando ho letto che Dan Stevens, l’attore che interpreta Matthew Crawley in Downton Abbey, avrebbe lasciato la serie per dedicarsi ad altro, ho sentito un senso di tristezza e liberazione molto simile a quello che dice di aver provato lui nel prendere la sua decisione estrema. Ci sono certi rapporti sentimentali palesemente sfibranti che si trascinano per abitudine, perché non si ha il coraggio di manifestare apertamente il proprio disamore, o peggio ancora perché c’è una pressione sociale intorno che ti fa sentire persino in colpa di provarlo quel disamore. Per me Downton Abbey è stato questo: uno strano caso di autosuggestione e condizionamento intellettuale.

Appena la serie era sbarcata negli Stati Uniti, me ne aveva parlato una mia amica americana che è stata spesso la mia spacciatrice di fiducia per quanto riguarda il consumo culturale. Era stata lei a spingermi Jennifer Egan, Blue Valentine di Derek Cianfrance, e pure Roberto Bolaño, in tempi non sospetti. Quindi mi dovevo fidare. E mi sono fidata. Eppure quando ho cominciato a vedere Downton Abbey ho avuto un’imbarazzante sensazione di vergogna che avrebbe dovuto indurmi dei sospetti se fossi stata meno vittima di condizionamento; ovvero ho provato lo stesso piacere che provavo da piccola nel vedermi Rosa Selvaggia con Verónica Castro, amplificato però da un piacere ancora più perverso, perché almeno in Rosa Selvaggia l’apprensione emotiva era data dall’attesa del riscatto sociale di Selvaggia – povera ma buona – catapultata in un universo di ricchi subdoli e spietati, mentre in Downton Abbey la rivalsa sociale è l’ultimo dei motori narrativi, schiacciato dal melodramma molto più intenso che lacera gli animi dell’aristocratica famiglia Crawley, nella sua fase calante.

Libri che rischiano di sparire (appena nati). Il secondo romanzo di Veronica Raimo

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Questo pezzo è uscito sul manifesto. (Immagine: Henri Cartier Bresson.)

Anche se sempre più rari sembrano i romanzieri capaci di realizzare personaggi incisivi, vivi, a tutto tondo, personaggi con cui continuare a dialogare a libro chiuso (personaggi-uomo, diceva un critico famoso del secolo scorso), il pubblico continua a esserne avido, come dimostra il successo delle serie tv americane dove gli autori hanno tutto il tempo e l’agio di cesellare una complessa fisionomia morale (vedi un Don Draper, o un Walter White). C’è da rallegrarsi quando qualcosa del genere accade in un libro, specie se italiano. Quando l’imperativo della trama cede alla profondità del carattere ed è il personaggio a determinare lo sviluppo dell’azione, non viceversa, come spesso succede. È il caso di Tutte le feste di domani, il secondo romanzo di Veronica Raimo.

Ricordando Roberto Roversi

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Pubblichiamo un articolo di Christian e Veronica Raimo su «Caccia all’uomo», l’ultimo libro del poeta Roberto Roversi scomparso qualche giorno fa.<

di Christian e Veronica Raimo

Poeta, partigiano, romanziere, sodale di Pasolini e Leonetti nel fondare Officina, direttore di Lotta Continua, libraio militante per sessant’anni, paroliere per Lucio Dalla e gli Stadio: quattordici lettere. Se non vi sovviene immediatamente il nome di uno dei più importanti intellettuali italiani viventi, è perché Roberto Roversi negli anni ’60 ha fatto una scelta controcorrente che oggi ne fa anche un pioniere e un modello per chi ragiona di nuove politiche editoriali: ha deciso di non pubblicare più per grandi gruppi editoriali, di autoprodursi e autodistribuirsi.

Di qua dal paradiso

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Il 26 marzo 1920 Francis Scott Fitzgerald pubblicava il suo primo romanzo, «Di qua dal paradiso». Noi oggi ricordiamo Fitzgerald (e la sua musa e moglie e amante: Zelda) in tre diversi modi. Pubblicando un’intervista inedita in Italia, in cui Scott e Zelda parlano vicendevolmente l’uno dell’altra, e per la quale ringraziamo Tiziana Lo Porto, la mamma di Superzelda che l’ha scovata e l’ha tradotta appositamente per noi.
Mettendo on line le prime pagine di «Di qua dal paradiso» nella nuova traduzione di Veronica Raimo. Con infine il resoconto del dietro le quinte di «Superzelda», attraverso il quale Tiziana Lo Porto e Daniele Marotta raccontano come hanno realizzato la loro graphic novel.

La città degli scrittori

Quest’articolo è stato pubblicato su D – La Repubblica delle Donne. Le foto sono di Alessandro Imbriaco. di Veronica Raimo «E tu devi essere l’italiana», è la prima cosa che mi viene detta appena atterrata all’aeroporto di Cedar Rapids, mentre un ragazzo biondo americano in jeans e camicia a scacchi mi stringe la mano. Si […]