Vincent nel sotterraneo

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Oggi risonanza presso una clinica privata. Ormai sono abituato a vedere posti del genere. Assomigliano agli ospedali, anche se questo, molto attrezzato, si trova in un grande appartamento (primo piano e seminterrato) di un palazzo a ridosso del centro.

Le foto lungo i corridoi, per esempio, ci sono sempre. Fatte da impiegati o medici durante le vacanze. Per lo più sono foto di safari, jeep nel deserto contro un cielo azzurro. Oppure speroni di roccia che emergono da un mare turchese. Caraibi e l’azzurro che domina.

Credo che l’intento sia distogliere la mente dei pazienti dalle preoccupazioni e aprire una finestra da cui possano evadere. Ho alzato la testa al soffitto, gelide luci al neon dalla obsoleta forma quadrata. O forse quelle foto vorrebbero suscitare invidia in chi le guarda, far dire: che bello poter essere là, distesi sulla sabbia bianca, lontano da tutto.

L’Outsider di Colin Wilson

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Questo pezzo è uscito su Repubblica.

Nell’inverno del 1954, uno scrittore inglese di ventitré anni, solo e squattrinato, concepì il libro che lo avrebbe reso celebre. Il suo nome era Colin Wilson, si era trasferito a Londra da Leicester, e dopo aver passato le notti estive in sacco a pelo a Hampstead Heat per risparmiare, coi primi freddi aveva trovato rifugio nella sala lettura del British Museum.

Qui scriveva romanzi incapaci di sollevarlo dalla condizione di indigenza in cui si era ficcato. Era una vita dura. Ma era anche una vita avventurosa. Gli si farebbe torto dicendo che Wilson venerava i grandi irregolari vissuti tra Otto e Novecento come Emma Bovary i personaggi dei romanzi d’appendice. Ma solo un angry young man convinto di trarre ispirazione dagli eroi estremi di Knut Hamsun poteva ritrovarsi, il giorno di Natale, a smangiucchiare pomodori in scatola in un’umida stanzetta di Brockley (sud di Londra), senz’altra compagnia che se stesso e il cuore in pace.

Sul XXI secolo: di luce, magma & opere collettive

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Questo articolo è stato pubblicato sul n. 31 di Artribune Magazine.

Opere che sono fatte e recepite di sguincio, di striscio.
Non è un problema di percezione: il centro, semplicemente, non sta più lì: esse non sono più il fuoco.

Se sono “stati”, condizioni, atmosfere, allora i capolavori di oggi sono quelli che rimandano continuamente e ossessivamente ad altro da sé, al fuori: non certo in chiave di citazione, ma come costante intersezione di piani. Un’opera d’arte riuscita, oggi, suggerisce: non dice apertamente. È un sistema che suggestiona. (La difficoltà principale risiede ovviamente nel riuscire a “dire” chiaramente in questa modalità laterale, marginale, liminale: nel rifiutarsi categoricamente di essere inutilmente oscuri, elitari, esoterici – mentre tutto congiura contro l’apertura. Nell’evitare l’esclusività come scorciatoia. Nell’essere luminosi e al tempo stesso magmatici.)

Preferisco così. Un’intervista inedita a Gianmaria Testa

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Pubblichiamo una video intervista inedita a Gianmaria Testa, preceduta da un ricordo di Daniele di Gennaro. Le foto sono di Max Zarri.

“Questa è una grande persona”.
3 luglio 21013: è il pensiero affiorato più volte durante quell’ora passata con lui.
Per me, è un’intervista con una persona mai incontrata prima.
Negli spazi delle Officine Grandi Riparazioni di Torino, Gianmaria Testa prima del suo concerto si concede al dialogo e alle camere da presa.

Lo fa con il garbo e il contenuto pudore che pochi grandissimi hanno fra quelli che hanno incontrato il consenso del pubblico.
Fra le lame di luce che filtrano nel cuore di uno straordinario spazio di ricupero industriale, questo modo di condividere i propri pensieri e la propria conoscenza cade in una sorta di format, Le Grandi Riparazioni, dove chi fa le domande sparisce, per dare la totalità dello spazio alla forza delle affermazioni.

Dino Campana: un genio da manicomio

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di Marco Candida

Impossibile accostarsi all’opera di Dino Campana senza concentrarsi in via preliminare su chi fosse analizzandone vita e personalità; ma, prima di far questo, si può forse tentare uno sguardo d’insieme domandandosi: che storia è quella di Campana?

Un modo per rispondere a questa domanda è affermare che si tratta della storia di un uomo che ha subito una tremenda ingiustizia. Un altro modo è rispondere affermando che si tratta di un individuo che, per varie ragioni, fra cui quella di aver ricevuto una tremenda ingiustizia, si è rovinato la vita ed è diventato pazzo.

L’allucinazione non è una faccenda privata. L'”Esegesi” di Philip K. Dick

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Questo articolo è uscito su Repubblica, che ringraziamo.

“Bisogna superare la falsa idea che un’allucinazione sia una faccenda privata”.

Il 20 febbraio del 1974, lo scrittore Philip K. Dick, dopo quattro matrimoni falliti, la pubblicazione di una trentina di opere che lo consacreranno presto come un maestro della letteratura nord americana, e un consumo di droghe non quantificabile, si recò in un centro odontoiatrico per farsi estrarre due denti del giudizio. Qualcosa non funzionò con l’anestesia a base di sodio penthotal che il dentista gli aveva praticato, perché già nel pomeriggio Dick era in preda a dolori lancinanti. Così Tessa (la sua quinta moglie) telefonò al dentista per un analgesico.