La spiritualità degli indiani d’America in “LaRose”

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo (fonte immagine).

Con il suo nuovo impeccabile LaRose (in Italia per Feltrinelli, traduzione di Vincenzo Mantovani, pagg. 432, 19 euro), l’americana Louise Erdrich torna nella riserva di indiani ojibwe nel Nord Dakota già ambientazione dei precedenti romanzi La casa tonda e Il paese dei colombi (pubblicati entrambi sempre da Feltrinelli). Al centro della storia c’è un bambino, il cinquenne LaRose, che il padre cede alla famiglia dei cognati dopo averne ucciso il figlio accidentalmente durante una battuta di caccia.

A giustificare il gesto è il desiderio di interrompere alle radici l’odio e il desiderio di vendetta, di condividere materialmente il lutto, di provare a riparare un danno apparentemente irreparabile. Un gesto di pace il suo, comprensibile nelle intenzioni, doloroso nelle ragioni e nelle conseguenze.

Scrivere non è un’impresa: intervista a Richard Ford

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Richard Ford è un bell’uomo atletico con un paio d’occhi color ghiaccio. Nato a Jackson nel 1944, oggi è considerato uno degli scrittori statunitensi più importanti, il primo a vincere sia il PEN/Faulkner che il Premio Pultizer per la narrativa. Il successo mondiale del suo penultimo libro, Canada, lo ha reso noto ai più ma gli amanti della letteratura americana erano già stati ampiamente conquistati dalle vicissitudini del personaggio principe, quel Frank Bascombe che ci aveva accompagnato per mano in Sportswriter, Il giorno dell’indipendenza e infine ne Lo stato delle cose (tutti editi per Feltrinelli), seguendone la crescita emotiva e le svolte professionali, da giornalista sportivo ad agente immobiliare.

Tutto potrebbe andare molto peggio, il nuovo romanzo di Richard Ford

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di Marco G. Montanari

Quando si chiude l’ultima pagina e ci si abbandona ai momenti di silenzio che seguono la fine della lettura di un bel libro, si ha come la sensazione che qualcosa sia stato risolto, che il mondo, nel suo caotico e continuo incedere disordinato nel tempo, sia stato liberato da un po’ del suo male. Come se una piccola parte della natura incomprensibile delle cose ci fosse stata rivelata.

Leggendo Richard Ford questa sensazione ci diverrà familiare.

Est! Est! Est! (Ovest! Ovest! Ovest!)

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Il 19 giugno 1947 nasceva lo scrittore Salman Rushdie. In occasione del suo sessantottesimo compleanno pubblichiamo un omaggio-racconto-reportage scritto da Giordano Meacci originariamente per Lotto 49.

Ricòrdati che è stato lui – e malgrado tutte le tue pretese anti-idolàtriche quasi te lo pensi così: Lui, con la maiuscola dedicata agli Assoluti della tua solipsistica, peristaltica vita di lettore fanfarone – ricòrdatelo; fai attenzione: è stato lui, a scriverlo; l’uomo che vedi estivo e assorto, il riso sornione degli occhi (di un nero luminoso: le scintille ironiche quasi rivolte al sé stesso compiaciuto nell’atto dei compiti prima ancora che alla folla caciarona e adorante) che passano da una copia all’altra, da una mano stretta all’altra – e intanto ti chiedi cosa debba essere stato, negli ultimi quindici anni, convivere con il fastidio omicida di una fatwah: te lo chiedi, di nuovo, convivendo tu, invece, con la banalità voyeuristica di quest’iterazione istintiva e immodificabile; vergognandoti anche, della pochezza sempliciotta delle tue considerazioni: quale forza ci sia stata in ogni gesto, in ogni risposta fisica di quest’uomo ai traslochi obbligati, alle minacce fondamentalmente ottuse e insopportabili di persone che non prevedono la musica;

Saul Bellow – La bellezza di una semplice descrizione

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Appena ricopiato a mano da Le avventure di Augie March (oggi non abbiamo fatto in tempo a caricare il secondo post della giornata, e dunque valga questo invito alla lettura di un Nobel di qualche tempo fa. La traduzione così bella è di Vincenzo Mantovani per l’edizione Mondadori)

di Saul Bellow

Al mattino fummo costretti a farci rimborsare i biglietti di ritorno per pagare il conto dell’albergo, perché Dingbat aveva fatto assegnamento sulla borsa ed era completamente in bolletta. Puntammo su Chicago con l’utostop e passammo una notte sulla spiaggia, a Harbert, poco lontano da St Joe, con Nails avvolto nell’accappatoio mentre Dingbat e io ci dividemmo un impermeabile. Quel giorno attraversammo Gary e Hammond, su un furgone che veniva da Flint, passando accanto ai moli e ai mucchi di zolfo e carbone, e alle fiamme che si scorgevano per il calore, non per la luce, nello spazio d’aria meridiana tra le nere, enormi vacche di Pasife e altre animalesche colonne senza testa, in una nube di fumo rugginoso, raccolti in un’enorme distesa di statuarie fornaci e stabilimenti: qua e là una vecchia caldaia o una collinetta di scorie tra i nidi di uova di rana in mezzo ai giunchi.