La Magna Grecia in Campania, prima parte

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LACCO AMENO (Ischia). Arrivarono cantando i versi di Omero. Era il 770 a.C. e avevano navigato a lungo da Eretria e Calcide, le due principali città dell’Eubea, la lunga e sottile isola a est dell’Attica, ai greci oggi nota come Evia. L’isola in cui si fermarono, il primo insediamento di quella che sarebbe stata ribattezzata Megàle Hellàs, ossia Magna Grecia, la chiamarono Pitecussa e adesso è per tutti Ischia. Il ribollire di acque, fumi e fuochi sotterranei lì per lì non li spaventò. Li spinse piuttosto a celebrare. Del resto quel che desideravano, più di ogni altra cosa, era ricreare le abitudini della madrepatria. Unirsi a sedere attorno a un tavolo, assaporando a turno da una coppa la bevanda inventata da Dioniso, il nettare che sovvertiva la memoria e apriva lo spazio dell’eros. Dell’Iliade, infatti, cantavano soprattutto i versi magnifici ambientati nella tenda del vecchio Nestore in cui Patroclo entrò trafelato a chiedere notizie di un compagno ferito: “Prima l’ancella apparecchiò loro la tavola bella, ben levigata, coi piedi di smalto, quindi sopra ci mise un cesto di bronzo, con dentro cipolla, compagna del bere, e anche miele biondo, e farina d’orzo sacro, e una coppa bellissima, che il vecchio si portò da casa, tempestata di borchie d’oro; i manici della coppa erano quattro, e intorno a ciascuno saltabeccavano due colombe d’oro, e sotto c’era un duplice sostegno. La spostavano a fatica dalla tavola gli altri, quand’era piena, ma Nestore, il vecchio, senza sforzo l’alzava”.

Il libro di Johnny: l’epica secondo Beppe Fenoglio

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.
È una delle opere più straordinarie fra quelle prodotte dalla letteratura italiana del Novecento eppure è rimasta per quasi sessant’anni sepolta nell’oblio, perduta nella dimenticanza in cui finiscono certe grandi incompiute, obliterata da una serie di contingenze finalmente spazzate via. Oggi appare con un titolo biblico e soprattutto epico. Poiché epico fu il lungo romanzo a cui Beppe Fenoglio lavorò come alla sua opera più ambiziosa e che, per questioni editoriali, non vide mai la luce. S’intitola Il libro di Johnny (a cura di Gabriele Pedullà, Einaudi, pp. LXXXI e 791). È la pubblicazione più importante dell’anno. Ma per capirne la portata dobbiamo cominciare da lontano.

Appia, regina di storia e di abusi

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Questo articolo è uscito sul Fatto quotidiano.

Sulla Via Appia Antica. E da nessun’altra parte: solo camminando su questa lunga, struggente ferita – che ancora potrebbe unire, scorrendo in un verde ininterrotto, il Colosseo ai Castelli Romani – si può davvero capire cos’è il patrimonio culturale italiano. Qui tutti i frammenti della magnificenza antica – quelli che nei musei archeologici annoiano inconfessabilmente anche gli addetti ai lavori – prendono senso e vita: si animano in un contesto, in un tessuto che si fonde col verde e col cielo.