Una finzione di patria: la Russia postsovietica e le sue ferite aperte

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Questo pezzo è uscito su Alias. (Immagine: Limonov e  Zachar Prilepin.)

di Valentina Parisi

Lo Stato non è la Patria, così Michail Bakunin nella lettera omonima indirizzata ai compagni anarchici italiani deplorava la tendenza della gioventù mazziniana a sacrificare invano la propria vita per la nebulosa “finzione metafisica” di uno Stato unitario e centralizzato. A questa astratta chimera il rivoluzionario russo contrapponeva l’“amore naturale del popolo” per una Patria universale, identificata con “il diritto incontestabile e sacro di tutti gli uomini (…) di vivere, pensare, volere, agire a proprio modo”. Difficile stabilire se Zachar Prilepin sia partito proprio da qui per inalberare il vessillo letterario di un attaccamento viscerale alla patria – una passione a suo dire “necessaria” e inevitabile, al pari di ogni altra vertigine amorosa estranea alla nozione di scelta razionale. Tuttavia non è difficile intravvedere una sorta di rifiuto á la Bakunin a identificare Stato e Patria dietro il corto circuito emotivo che di recente lo ha spinto a incrociare le lame con Emmanuel Carrère, il celebrato autore del “romanzo” Limonov, ispirato al letterato fondatore del partito nazionalbolscevico in cui Prilepin ha militato da giovane (Adelphi, 2012).