Herzog incontra Gorbaciov: un’intervista al regista tedesco

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Pubblichiamo un’intervista uscita su Linus, che ringraziamo.

Nel novembre del 1974 Werner Herzog venne a sapere che l’amica e scrittrice Lotte Eisner era ammalata e a rischio di vita. Decise così di raggiungerla a piedi da Monaco a Parigi, affidando a quei ventidue giorni di cammino la guarigione dell’amica. Herzog portò a termine il viaggio, Eisner guarì (sarebbe morta nove anni dopo, a 87 anni), e l’impresa venne immortalata dal regista nello smilzo e magistrale libro Sentieri nel ghiaccio (Guanda, traduzione di Anna Maria Carpi, pp. 67, 12 euro). Dieci anni dopo Herzog intraprese un’altra camminata leggendaria, mosso da intenzioni e desideri diversi ma altrettanto nobili. Deluso dalla mancata riunificazione della Germania, decise di percorrere a piedi l’intero perimetro del paese nella speranza di rivederlo un giorno unito.

Lo and behold: Herzog nella rete

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di Michele Montanari

Alla Coop. Insacco, pronto a pagare. Adesso ho la tessera, mi identifico con la grande distribuzione amica.
“Prego”, passo carta socio e bancomat.
“Ci sono le nuove offerte del mese per i soci, le saranno inviate su WhatsApp entro domani.”
“Mi scusi, non ho what’s up, ho un telefono classico senza internet.”
“Ah! – si sorprende la cassiera – E cosa aspetta a prenderne uno come si deve? Se non ha WhatsApp non so come si possa fare. Inviamo la lista a domicilio solo per gli over 70. È la regola.”
“E uno che non ha what’s up e non è un vecchio resta fuori…” concludo.
“Purtroppo sì, adesso mi scusi, c’è un po’ di fila, vada al punto d’ascolto e chieda a loro.”

Ecco l’esclusione dal mondo se non si hanno App e social pronti a connetterci; niente offerte imperdibili, niente inviti a mostre ed eventi perdibili, esclusi da servizi telematici trasmessi da comuni, province, biblioteche, ministeri, enti vari e innumerevoli realtà che si rivelano utili ormai solo via internet. Ma una lista è impossibile, quasi nulla resta fuori dalle maglie della grande rete; anche un funerale, per ben riuscire, si avvale di servizi on line. È la rivoluzione digitale, il sogno di tutti, l’incubo di altrettanti.

La notte dei Giardini. In margine al libro “Dalla parte di Alice”

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Pubblichiamo una recensione del libro di Paolo Pecere Dalla parte di Alice. La coscienza e l’immaginario (Mimesis), realizzato a partire dalla rubrica ospitata su minima&moralia.

di Niccolò Argentieri*

1. Dalla parte di Alice è insieme un libro filosofico sull’immaginario e un percorso di saggi critici su film e romanzi, collegati da un filo conduttore tematico, che l’autore individua nella storia di Alice di Lewis Carroll. L’intero volume insegue la formulazione, e la soluzione, di un enigma etico/psicologico che impegna sia i capitoli di natura più teoretica e concettuale (l’introduzione e le due appendici storiche e lessicali), sia la parte centrale del libro, più ampia, dedicata all’analisi delle opere che, in modo più esplicito o significativo, si connettono al motivo dominante del lavoro – e che, in quanto variazioni sul tema dell’Alice di Lewis Carroll, costituiscono il percorso fenomenologico costruito da Pecere.

Come Werner Herzog

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Questo racconto di Tiziana Lo Porto è stato pubblicato nel blog Coccodrilli dal cilindro ideato e gestito da Silvia Cannarsa, Norma Rosso, Nicolas Lozito e Alessandro Lusitani, studenti della Scuola Holden di Torino. L’illustrazione è di Ettore Mazza.

C’è mia sorella che mi chiede: se potessi scegliere una persona, una tra tutte, chi intervisteresti? Werner Herzog dico subito. Dice ok e non mi chiede perché.

Qualche mese dopo leggo da qualche parte che Herzog verrà in Italia a passare quattro giorni nelle Langhe, a guardare i paesaggi e a fare una lezione sui paesaggi. Provo a sentire se lo posso intervistare. No, mi dicono, fa solo un’intervista ed è già concordata con un altro. E allora chiedo: posso stare lì a guardare i paesaggi con lui? Inaspettatamente mi dicono di sì. Così vado a guardare i paesaggi con Werner Herzog.

Un libro per riappropriarsi di sé

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì. (Fonte immagine)

Lei stessa spiega che non è un libro d’arte né uno scrapbook. “È un libro per i fan”, dice. Poi si domanda: “Posso fare un libro per i fan di me stessa?” Titolo, autrice e protagonista del libro Chloë Sevigny (Rizzoli International, prefazione di Kim Gordon, postfazione di Natasha Lyonne, pagg. 230, $ 35), l’attrice di recente ha raccontato al New Yorker come l’idea di fare il libro le sia venuta durante un viaggio in Giappone.

Oltre il giardino

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Il 14 giugno 1933 nasceva Jerzy Kosinski. Pubblichiamo un estratto dalla prefazione di Giorgio Vasta a Oltre il giardino, edito da minimum fax.

Mr. Magoo indossa un cappotto, una bombetta, cammina appoggiandosi a un bastone da passeggio. Nel cartoon Trouble Indemnity, l’omino calvo e miope inventato nel 1949 da John Hubley se ne va a spasso per un cantiere edile. Procedendo a centinaia di metri d’altezza tra ponteggi e carichi sospesi, su assicelle filiformi o in equilibrio sopra travi mobili, Mr. Magoo è sempre a un passo dal baratro. In questa come in altre sue avventure esiste in bilico, un millimetro prima del vuoto: eppure non cade mai.

Non si tratta di fortuna, di quella casualità nei cartoon sempre puntuale e strategica: Mr. Magoo non precipita perché non ci vede. Perché leggendo il mondo a partire dalla sua quasi completa cecità ignora che subito sotto di lui si spalanca il precipizio (l’unica volta in cui in Trouble Indemnity nulla lo sostiene e cade a piombo – per rimbalzare comunque dolcemente su un asse di legno – neppure in quell’occasione sta precipitando, perché è persuaso di essere in ascensore: sta semplicemente scendendo).

“Non so cosa sia la paura”: intervista a Werner Herzog

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Pubblichiamo un’intervista di Dario Olivero a Werner Herzog apparsa ieri su la Repubblica. Ringraziamo l’autore e la testata. (Fonte immagine)

di Dario Olivero

Barolo (Cuneo) I fatti mentono. Quando qualcuno dice «questi sono i fatti, quindi questa è la verità», mente. O meglio, dice solo un aspetto della verità, quella che Werner Herzog definisce «la verità dei contabili ». Ecco i fatti. Herzog è nelle Langhe tra Barolo e Alba per tenere oggi una conferenza sul paesaggio. Sta piovendo ininterrottamente. Dal castello di Grinzane Cavour le colline sono inghiottite dalla foschia come in un quadro di Friedrich.

E quello che è uno dei più grandi registi viventi, quest’uomo di 74 anni vissuti pericolosamente, che ha attraversato gran parte dell’Europa a piedi, ha girato un numero sterminato di film e documentari, ha combattuto contro la natura nella giungla e nei deserti, guardando il paesaggio con gli occhi divenuti due fessure dice tre frasi che forse fatti non sono.

Il cinema secondo Werner Herzog

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Pubblichiamo l’incipit di Incontri alla fine del mondo. Conversazioni tra cinema e vita a cura di Paul Cronin (edizione italiana a cura di Francesco Cattaneo). Oggi alle 19.30 al Monk Club di Roma Tiziana Lo Porto e Federico Gironi raccontano il cinema di Werner Herzog.

La tenda della doccia

Prima di cominciare, c’è qualche intuizione filosofica che vorresti offrire ai lettori in modo tale che possano dormire più tranquilli la notte?

Be’, mi limito a dire una cosa soltanto, che vale per gli esseri umani ovunque si trovino, siano essi registi cinematografici o altro. Rispondo alla tua domanda citando il magnate degli hotel Conrad Hilton, cui una volta è stato chiesto cosa gli sarebbe piaciuto trasmettere alla posterità. «Ogni volta che vi fate una doccia, assicuratevi che la tenda sia all’interno della vasca», ha risposto. Quindi, seduto qui, rivolgo a tutti la stessa raccomandazione. Non dimenticatevi mai e poi mai la tenda della doccia.

Intervista a Philippe Petit

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Immagini: Philippe Petit, Why Knot?: How to Tie More than Sixty Ingenious, Useful, Beautiful, Lifesaving, and Secure Knots!, Harry B. Abrams) 

Si definisce un uomo delle corde e un figlio degli alberi. Alle spalle ha una carriera fatta di leggendarie traversate aeree compiute tutte quante a piedi, procedendo con talento, eleganza ed equilibro su una corda. Philippe Petit deve la propria celebrità a se stesso e alla ferma volontà di diventare quello che è. Nasce in Francia nel 1949 e già a sei anni si diletta con i giochi di magia. A dodici impara a fare il giocoliere e subito dopo il funambolo. A sedici anni è stato cacciato da nove scuole e da solo si mette a viaggiare per il mondo esibendosi come artista di strada ovunque e per chiunque. A diciotto decide di camminare tra le Torri Gemelle. A ventiquattro lo fa. Il 7 agosto del 1974 Philippe Petit, destinato a diventare il funambolo più celebre al mondo, attraversa più volte su una corda e per ben quarantacinque minuti di fila lo spazio tra le due Torri Gemelle. Le immagini di quella traversata percorrono lo spazio e il tempo, conquistando nel 2008 un Oscar insieme al film di James Marsh Man on Wire (Feltrinelli Real Cinema) tratto dal libro Toccare le nuvole (Ponte alle Grazie) in cui in prima persona Petit di quell’eroica impresa raccontava accuratamente la storia. Negli anni, oltre a traversare gli spazi, ha imparato a praticare l’arte dello scasso, a conoscere i vini francesi, gli scacchi e la tecnica settecentesca della carpenteria in legno. Abita tra Catskills, in una casa bellissima che si chiama Cable House, e New York, dove da anni è artista residente alla Cattedrale di Saint John the Divine. Nel tempo libero scrive e disegna.

Contro il piagnisteo

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Pubblichiamo un articolo di Mariarosa Mancuso uscito sul Foglio ringraziando la testata e l’autrice.

di Mariarosa Mancuso

“Era il migliore dei tempi, era il peggiore dei tempi, la stagione della saggezza e la stagione della follia, l’epoca della fede e l’epoca dell’incredulità, la primavera della speranza e l’inverno della disperazione. A farla breve, gli anni erano così simili ai nostri che chi li conosceva profondamente sosteneva che, in bene o in male, se ne potesse parlare soltanto al superlativo” (Charles Dickens, “Le due città”).

E bravo Charles Dickens, che prende in giro gli anni suoi e gli anni a venire. Oddio, gli anni non è che portino colpe, sono i commentatori che tracciano la linea e la difendono consumandosi le dita sulla tastiera. L’attacco di “Le due città” torna in mente quando leggiamo, a distanza di pochi giorni, due elenchini che paragonano il lussuoso 1913 al mesto 2013. L’anno mirabile che vantò la “Recherche” di Marcel Proust, “La sagra della primavera” di Igor Stravinskij, il Sigmund Freud di “Totem e tabù”. Il nostro anno orribile: i radar non hanno rilevato nulla che si possa paragonare a quei capolavori. E già affilano le armi della critica preventiva: nel 1914 c’era Charlie Chaplin al suo debutto, c’era James Joyce che pubblicava “Gente di Dublino”, e noi saremo ancora qui a dibattere se l’ingresso in classifica di Fabio Volo annunci o no la fine della letteratura.