Isle of Dogs, vivere nel nuovo film di Wes Anderson

(From L-R): Edward Norton as “Rex,” Jeff Goldblum as “Duke,” Bill Murray as “Boss,” Bob Balaban as “King” and Bryan Cranston as "Chief" in the film ISLE OF DOGS. Photo Courtesy of Fox Searchlight Pictures. © 2018 Twentieth Century Fox Film Corporation All Rights Reserved

di Giorgio Biferali

Aveva ragione Niccolò Contessa, sarebbe bello vivere in un film di Wes Anderson. Due bambini organizzano una fuga d’amore scrivendosi lettere; un tennista affermato lancia via la racchetta, si siede per terra, si toglie le scarpe e manda all’aria una finale, perché si è accorto che la sua sorellastra, di cui lui è innamorato, è seduta in tribuna accanto al suo nuovo compagno; tre fratelli fanno un viaggio in treno a un anno dalla scomparsa del padre, sperando di ritrovare la propria madre, nascosta chissà dove; sopra una nave, una donna legge ad alta voce un romanzo in sei volumi al bambino che c’è dentro di lei; una volpe e altri animali scavano un tunnel sottoterra per fuggire da tre imprenditori che gli danno la caccia, e alla fine sbucano in un supermercato.

Ballando nudi nel campo tra le discipline – alcune riflessioni su “100 Global Minds” di Gianluigi Ricuperati

Klat_100_Global_Minds_cover

– La transdisciplinarità è complementare all’approccio disciplinare; fa emergere nuovi dati dall’incontro tra discipline, che fanno da snodo fra di esse; ci offre una nuova visione della realtà. La transdisciplinarità non punta al dominio su più discipline, ma alla loro apertura a ciò che le accomuna e a ciò che sta oltre di esse. – […]

“Non so che farmene di tutti questi supereroi”: Intervista a Peter Bogdanovich

peter-bogdanovich

Questo articolo è uscito sul Fatto quotidiano, che ringraziamo (fonte immagine).

di Malcom Pagani

Peter Bogdanovich ha settantasei anni: “Wes Anderson, Quentin Tarantino e Noah Baumbach mi chiamano ‘nonnetto’. Gliel’ho concesso perché non mi dà nessun fastidio e perché in fondo e in superficie, i miei amici di oggi- affetti veri e costante fonte di ispirazione- sono loro. Quelli che avevo da ragazzo appartenevano a una generazione precedente: Orson Welles, Howard Hawks, James Stewart, John Huston. Tutti più grandi di me, più adulti, più vecchi. Tutti morti, purtroppo”. La voce roca, gli occhiali, il foulard. La vita romanzesca, la curiosità, i mestieri. Bogdanovich è stato attore, sceneggiatore, documentarista, giornalista, giocatore d’azzardo, Casanova, critico e regista di una ventina di film.

Wes Anderson all’Esquilino

andersonwes

Questo pezzo è uscito sul Foglio.

È arrivato naturalmente in treno, Wes, che odia l’aereo; alla stazione Termini, con un Frecciarossa e prima ancora con l’Orient Express, quello restaurato, da Parigi, dove risiede la più parte dell’anno. E peccato che ad accoglierlo a Roma sia stata una stazione Termini moderna coi marmi mazzoniani, e forse tassinari anche abusivi e non invece facchini africani in uniforme blu col filetto d’oro come a Milano, con quelli sarebbe impazzito Wes.

Wes Anderson, il poeta della nostalgia foderata in pelle, è stato a Roma. Una Roma naturalmente non contemporanea, una Roma-mondo tutta sua, un “Mondo Monda”, come il cortometraggio dedicato al suo alter ego italiano, Antonio Monda, personaggio dei più andersoniani e direttore della Festa del cinema che l’ha celebrato. Chissà se c’era Mondo Monda ad accoglierlo sotto l’ala mazzoniana; e piace di più però immaginare Anderson, col suo seguito di bauli, spostato un secolo in là, come un Emile Zola che come lui arrivava da Parigi, in treno, nelle annotazioni e making of del suo romanzo Roma.

Ultimissima spiaggia

giorgionap

Questo pezzo è uscito sul Foglio.

Né con la Troika né con Piketty. Né decadenza né nostalgia. Invece integrazione, larghe intese, un’Eurozona molto tollerante e flessibile (ma niente costumi attillati come quello di Varoufakis, per carità. Qui solo boxer a piccoli fiori o piccoli quadretti. Con eccezioni, importanti, di cui si dirà). L’Ultima Spiaggia resiste come stabilimento del più strenuo radical chic, con tutte le sue componenti integrate meglio dei vari pilastri di Maastricht.

Si arriva a Capalbio con la abbastanza riflessiva Audi A3 cabriolet, qui chiusa per le polveri dello sterrato, e poi basta guardare le fotine sotto le capriate candide del ristorante, un vero e proprio museo della sinistra e non solo, sbiadite e uniformate in un azzurro vagamente seppiato: piccole realtà come operine di Joseph Cornell, altro che Bar Luce di Wes Anderson: ecco Andrea Barbato con Corrado Augias all’ombra (settembre 1990), ecco Francesco Rutelli che contempla appunti davanti a un piattone di pasta con faccia Alberto Sordi (mo’ me te magno); luglio 1992. Ecco ancora Augias che fa a braccio di ferro con Michelangelo Antonioni. Ma ci sono anche Jovanotti in cassa; Stefano Accorsi con Letitia Casta; Christian De Sica che beve un margarita e il sale gli rimane sulle labbra. Addirittura Pietro Taricone. E poi Giorgio Napolitano in tutte le età e in tutte le stagioni, autunno/inverno, primavera/estate, con impermeabile e berretto dei Carabinieri; in boxer con carabiniere di scorta. Con Clio. Senza Clio. Con baschetto.

Grand Ludwig Hotel

castellobaviera

Questo pezzo è uscito sul Foglio.

Je suis Charlie? Mah. Piuttosto, Ich bin Ludwig, dunque via, via dall’Europa reale sanguinolenta delle islamofobie e islamofilie, e invece ecco innocenti evasioni in un’Europa regale e felix, sulle tracce del monarca più scapricciato e keynesiano che il vecchio continente abbia mai prodotto, Ludwig II di Baviera. Si parte col nostro Corano d’elezione, “Fratelli d’Italia” di Alberto Arbasino, in ultima edizione Adelphi con peso da bagaglio a mano, manuale di successo per ragazzi anni Sessanta, e fondamentale Baedeker e Tripadvisor per gite fuori porta.

Eccoci dunque all’aeroporto Strauss di Monaco, dove accoglie un alcolico Riesling Bar intitolato al principe cancelliere Metternich; e poi in autostrada, superando a sinistra l’Allianz Arena, il nuovo stadio della coppia Herzog-De Meuron che sembra un borsone Chanel capottato oppure un copertone di camion rovesciato, come se ne trovano tra i guard rail: seguendo scrupolosamente l’itinerario arbasiniano tra questi famosi castelli di Ludwig (1845-1886), si parte da Herrenchiemsee, una Versailles neanche tanto in miniatura su un lago nerissimo, mai abitata dal re amante del cemento e del laterizio al chiaro di luna; qui, si sale al piccolo villaggio di Prien su un battello Josef con poltroncine e tappezzerie verde tabacco dello stesso colore delle campagne tedesche che si sono attraversate; attraverso vetratine lucidissime del piroscafo, con effetto Hopper, si vedono dentro coppie di anziani con canetti che mangiano piccoli bratwurst e pretzl, seduti su divanetti di chintz rossi decorati a piccole casine e ancorette, tipo Naj Oleari negli anni Ottanta.

Fuori dal film

royal-15

Abbiamo le prove è una rivista online di non fiction nata un anno fa da un’idea di Violetta Bellocchio. Pubblichiamo l’intervento di Marianna Crasto ringraziando l’autrice e la rivista.

di Marianna Crasto

Attorno al tavolo della cucina c’è stata una di quelle sedute psicanalitiche in cui io e mia madre ci scambiamo il ruolo di paziente e medico ogni sette minuti. Capita di continuo e ovunque: sul bordo del letto, in bagno, davanti al bidone della spazzatura, a volte non saprei dire dove abbiamo cominciato e dove siamo andate a finire perché può succedere che gironzoliamo per casa mentre parliamo, e lei addirittura stenda i panni e io a passarle le mollette di fianco.

Carlo Mazzacurati e “La sedia della felicità”: intervista allo sceneggiatore Marco Pettenello

MazzacuratiCover

Riprendiamo un’intervista del regista Matteo Oleotto a Marco Pettenello, sceneggiatore di La sedia della felicità di Carlo Mazzacurati, uscita su Kino Review.

di Matteo Oleotto

Nel 2004 Rai Cinema chiese a noi allievi dell’ultimo anno del Centro Sperimentale di Cinematografia di scrivere dei soggetti. Io scrissi una storia rigorosa, ambientata nella mia terra. Dopo alcuni giorni arrivarono i responsi e della mia storia dissero che “di Carlo Mazzacurati, in Italia, ne bastava uno solo”.

Da quel giorno, di Mazzacurati, ho voluto sapere tutto. Ho guardato con passione tutti i suoi film, quelli bellissimi e quelli meno riusciti. Ho seguito con attenzione le sue interviste. Non ho mai perso l’occasione di farmi raccontare da chi Carlo lo conosceva bene, com’era quest’omone che faceva film che sentivo così tanto vicini.

Perché ci piace Wes Anderson

grandbudapesthotel2

Dio è nei dettagli.

Il dettaglio è sapido, croccante, sfida l’idea astratta che l’immagine sia un blocco compatto e univoco: apre fessure, link, rivelazioni che sfuggono alla composizione dell’insieme. Perciò il dettaglio è idealmente contrario alla saturazione: se ce ne sono troppi rimbalziamo tra uno e l’altro come la pallina del flipper in una specie di nevrotico andirivieni che ci impedisce di fermarci e gustare il piacere di ogni singolo particolare. Questo rimpallo, tuttavia, non è soltanto frustrante: rimanda al piacere della dissipazione, al gusto di fondersi nell’immagine, con l’immagine. È il segreto di pulcinella del barocco: l’oggetto nascosto di un quadro di Bosch (o di una tavola di Jacovitti) è il nostro inconfessato desiderio di perderci e sparire. Anderson appartiene in qualche modo a questa famiglia. Le sue visioni frontali formicolanti di dettagli, le sezioni degli edifici e l’azione contemporanea su diverse porzioni dello schermo, tutte quelle combinazioni simultanee ci trasmettono il piacere bulimico del troppo pieno.

I pranzi della domenica – la vera storia di un networking culturale. Intervista a Antonio Monda

Antonio+Monda+Convention+Un+Regno+Unito+Intorno+1-RFHWok81Hl

Questa intervista è uscita su IL a giugno 2013.

Insegna cinema a New York, scrive su Repubblica, produce documentari, organizza festival letterari e di cinema sia in Italia che a Manhattan, ha pubblicato saggi e romanzi. È famoso in Italia per dei famosi pranzi della domenica a casa sua, frequentatati da giganti americani come Philip Roth, Martin Scorsese, Meryl Streep, e gli italiani di passaggio. È tramite Monda che, per esempio, Sorrentino conosce David Byrne e lo fa recitare nel suo film americano – in cui Monda fa un cameo seduto su una panchina di Central Park. Compare anche all’inizio di Le avventure acquatiche di Steve Zissou di Wes Anderson, dove ospita Bill Murray-Zissou a un festival. È il campione italiano del networking culturale: un tipo di eccellenza poco apprezzata dalla classe intellettuale italiana. Lo intervisto nel suo studio a New York University, su Broadway tra Village e East Village. Il corridoio è pieno di poster di film, sembra più una casa di produzione che un dipartimento universitario. La stanza è piccola, c’è una targa con una frase di Churchill: “Never Never Never Quit”. Cinquantenne ragazzino, un’educazione nelle scuole cattoliche maschili e in una storica famiglia democristiana, Monda ha ancora l’aria da studente: porta pantaloni a coste lisi, il lembo destro del colletto della camicia gli cade sempre sotto il collo del maglioncino a rombi. Con candore mi racconta le regole del networking e la storia un po’ Sergio Leone un po’ Visconti con cui ha realizzato il sogno americano.