Luci e ombre sul patrimonio culturale

kabul

Questo articolo è uscito sul Corriere del Mezzogiorno. Segnaliamo che mercoledì 7 maggio Tomaso Montanari sarà ospite di Concita De Gregorio a Pane quotidiano (Rai Tre) per presentare Istruzioni per l’uso del futuro e giovedì 8 sarà al Salone del Libro di Torino per partecipare all’incontro Per una nuova stagione dei beni culturali insieme a Dario Franceschini eSalvatore Settis.

All’entrata del Museo di Kabul una targa rudimentale ricorda:«A Nation stays alive, when its Culture stays alive». Un Paese resta in vita, finché resta in vita la sua cultura. Un’affermazione straordinaria perché avanzata, caparbiamente, nel fuoco dell’inferno afgano. Un’affermazione che ricorda la risposta che Winston Churchill avrebbe dato – durante la guerra – a coloro che gli chiedevano di estinguere le sovvenzioni pubbliche alle arti per concentrare quei soldi sull’esercito: «E allora per che cosa stiamo combattendo?».

E l’Italia di oggi, come risponde? Al solito, in modo contraddittorio: alternando drammatiche incomprensioni a esemplari rinascite. E non dispiace poter notare che alcune di queste ultime arrivano dal Mezzogiorno.

Lo Spirito del 1945

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Nei manuali di storia la questione del dopoguerra inglese viene liquidata in un paragrafo il cui senso è questo: stanchi della guerra, delusi dal governo conservatore di Winston Churchill, gli inglesi, nel 1945, voltano pagina, votando per la prima volta un governo laburista, quello di Clement Attle. Seguono la nazionalizzazione delle miniere, dell’energia elettrica, delle ferrovie, nasce il National Health Service (NHS), il servizio sanitario nazionale (la cui storia è qui ricostruita in documentario del BFI). Viene messa a punto un’idea di Welfare State che, di fatto, fa scuola in Europa.