Paterson. L’America di Jim Jarmusch

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«It’s a sad and beautiful world» diceva Roberto Benigni in una notte spettrale a New Orleans, dopo aver pescato la frase in un taccuino misterioso. Era il 1986. Ed era, ovviamente, Daunbailò. Trent’anni dopo, quella battuta pronunciata in un inglese stentato sembra racchiudere ancora il senso del cinema di Jim Jarmusch, tornato nelle sale a fine dicembre con Paterson. Tredicesimo lungometraggio per il «regista più lento del mondo», come lo chiama l’amico Aki Kaurismaki, assai più prolifico di lui.

Salutato a Cannes come il vincitore morale del festival, insieme a Elle di Verhoeven (che poi si è rifatto ai Golden Globes), o addirittura come il più bel film di Jarmusch, Paterson è senza dubbio un film concepito in perfetto stile Jarmusch, quasi un manifesto, un compendio della sua poetica, ancora capace di opporsi al mainstream dilagante e di offrire un’immagine dell’America antitetica – perché ibrida, rarefatta, sfrangiata – a quella prodotta a L.A., «la centrale degli zombie».

The Young Pope salverà il cinema esaurito di Sorrentino

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Sabato scorso sono andate in onda le ultime due puntate di the Young Pope, la serie in dieci puntate di Paolo Sorrentino prodotta da Canal+, Sky Atlantic e HBO.

Presentata al Festival di Venezia, impreziosita dal cast hollywoodiano e dal regista premio Oscar, la serie è stata promossa fin dall’inizio più come evento cinematografico che come prodotto televisivo, inserendosi nel recente filone di serie d’autore/superfilm sul quale si sono cimentati mostri sacri come Steven Soderbergh (bene con the Knick) e Woody Allen (malissimo con Crisis in Six Scenes).

La trama in breve, per chi nelle ultime settimane avesse vissuto su Marte: il Cardinale Lenny Belardo (Jude Law) viene eletto a sorpresa papa a 47 anni, grazie ad una trama ordita in conclave dal potentissimo e spregiudicato segretario di stato Angelo Voiello (Silvio Orlando), che si illude di poterlo controllare. Belardo però sceglie il sinistro nome Pio XIII, si circonda di collaboratori fidati – tra cui suor Mary (Diane Keaton), la suora che lo ha cresciuto in orfanotrofio – e avvia una riforma autocratica e conservatrice della Chiesa.

Antonio Pascale e le aggravanti sentimentali

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Questo pezzo è uscito sul Foglio, che ringraziamo.

È un’aggravante pensare alla felicità e non trovarla, oppure perderla, o anche non capirla più. Guardare il cielo, godersi un meraviglioso tramonto, in luglio al Gianicolo, da solo su una panchina aspettando gli amici, e chiedersi se sia tutto un caso, una presa in giro: gli eventi si muovono uno dopo l’altro, uno dietro l’altro, e non abbiamo nessuna vera libertà per cambiare le cose, anche quando crediamo di avere il potere, il controllo, di essere capaci di vivere bene senza fare del male, prenderci tutto e guardare anche le stelle.

Luz, la catarsi di un fumettista ferito

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Questo pezzo è uscito sul Mucchio, che ringraziamo (fonte immagine).

di Marco Frattaruolo

Se c’è una cosa che l’attentato del 7 gennaio 2015 alla redazione del settimanale satirico francese Charlie Hebdo è stato capace di far emergere, riguarda il triste calare della maschera dell’ipocrisia sui volti di molti di noi. Da un giorno all’altro diplomatici, personaggi controversi e uomini comuni si erano ritrovati ad essere dei piccoli #charlie, quando, fino al giorno prima, di quello scomodo e irriverente Charlie Hebdo, molti di questi ignoravano o, ancor peggio, con fatica riuscivano a tollerare l’esistenza.

«The Walk» e «Spectre»: la libertà in bilico sul filo

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Questo articolo è uscito sulla Gazzetta del Mezzogiorno, che ringraziamo.

Leggenda vuole che il padre dei fratelli Lumière giudicasse « u n’invenzione senza futuro» il cinematografo appena concepito nel 1895 a Parigi. Non è andata proprio così, il che oltretutto la dice lunga sulla perspicacia dei genitori. Non v’è dubbio infatti che il cinema sia un simulacro della macchina del tempo, ovvero quanto di più vicino si possa immaginare al sogno dell’uomo di viaggiare in epoche diverse, che si tratti di risuscitare gli spiriti del passato o di costruire un futuro allettante. Ogni tanto alcuni film giungono a ribadire questa valenza onirica eppure profondamente «realistica» del Cinema. Non sono sempre film d’autore, magari di quelli – prediletti da Woody Allen – che contengono la parola «morte» nel titolo. Anzi, spesso la resistenza immaginifica al presente «immutabile» o la scorribanda fra utopie e distopie si annida in prodotti spettacolari di massa.

Due caligariani a Venezia

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di Giordano Meacci e Francesca Serafini

Quando mi volto e la trovo – ché ogni volta c’è un momento in cui mi giro e già so che lei è sempre lì, pronta a guardarmi le spalle – Francesca sta sorridendo a Terry Gilliam. Credo di aver detto – sì, l’ho proprio detto – “She is my extra-anagraphic Sister” mentre lei già improvvisava un avvicinamento con inchino a mano tesa verso Gilliam: e Gilliam, molto divertito, replicava immediatamente la stessa coreografia: inchino settecentesco, braccio teso; finché i due si sono incontrati giurandosi, in un angloitaliano di frontiera – siamo pur sempre gente di mare, in questo momento – eterno amore, e rispetto.

E l’immagine che mi sfòlgora davanti, a questo punto, è quella di un’accogliente quadriglia affettiva; potrei passare sotto la loro stretta di mano e accennare una giga: e so per certo che Gilliam e Francesca mi seguirebbero.

Fårö e Ingmar Bergman

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di Pierfrancesco Matarazzo

Proprio al centro del Mar Baltico c’è un’isola di monoliti lunari che escono dall’acqua cristallina come attori dormienti in attesa di un segnale dal loro regista: Ingmar Bergman che, dagli anni ’60, fece di Fårö la sua casa. È lui stesso che racconta l’arrivo sull’isola per trovare la location ideale per il primo film della trilogia del silenzio di Dio: Come in uno specchio (1961): «Stavo lavorando a un film di quattro persone su un’isola. Senza essere mai stato lì volevo ambientarlo sulle isole Orcadi in Scozia, ma i finanziatori del film non erano d’accordo. Io ero determinatissimo, poi uno di loro suggerì Fårö. […] Arrivammo lì in un giorno tempestoso di Aprile. […] Un taxi ci portò alle steli, colonne di roccia sul lato nord dell’isola che resistevano alla potenza degli elementi. Siamo rimasti in piedi a fronteggiare il vento pur di osservare questi idoli misteriosi e reticenti che si confrontavano con le onde e il cielo oscuro. Non so davvero cosa accadde […] avevo trovato il mio paesaggio, la mia casa.»

Un libro per riappropriarsi di sé

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì. (Fonte immagine)

Lei stessa spiega che non è un libro d’arte né uno scrapbook. “È un libro per i fan”, dice. Poi si domanda: “Posso fare un libro per i fan di me stessa?” Titolo, autrice e protagonista del libro Chloë Sevigny (Rizzoli International, prefazione di Kim Gordon, postfazione di Natasha Lyonne, pagg. 230, $ 35), l’attrice di recente ha raccontato al New Yorker come l’idea di fare il libro le sia venuta durante un viaggio in Giappone.

Remo Remotti, genio e disciplina

Remo Remotti (foto Ilaria Scarpa)

Ancora in ricordo di Remo Remotti, ripubblichiamo una delle sue ultime interviste, concessa a Graziano Graziani e uscita originariamente su Paese Sera. (Foto di Ilaria Scarpa)

Nell’immaginario collettivo Remo Remotti c’è entrato in molti modi. Come Siro Siri, l’istrionico vicino di casa di Nanni Moretti in «Bianca», o come l’autore di “Roma Addio”, geniale invettiva sulla Roma anni Cinquanta. Classe 1924, sulla soglia dei novant’anni Remotti si esibisce ancora in vari locali di Roma, come il Beba do Samba di San Lorenzo, e un pubblico di affezionati anche giovanissimi lo segue con affetto. L’anno scorso ha pubblicato una compilation – «Remo!» – che raccoglie i suoi recital più famosi e quattro brani inediti. Noi lo abbiamo incontrato nella sua casa di Roma, vicino piazza Bologna, piena fino all’inverosimile dei suoi quadri e dei dipinti di amici e colleghi pittori.

Heroes, ma anche no

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Questo intervento è uscito su Bei Zauberei
(fonte immagine)

di Costanza Jesurum

Bisognerebbe sempre essere indulgenti quando dal mondo intellettuale arriva qualcuno che animato dalle migliori intenzioni prende delle categorie della clinica, delle questioni che riguardano la clinica, e ne fa una metafisica personale allo scopo di mettere in piedi una teoria della società. È una tentazione plausibile, forse persino un compito necessario – perché qualcuno insomma – si dovrà pur occupare di pensare a quello che succede, dovremmo pure tentare una ricerca di senso, e anche una strada per raddrizzare le cose. E quando si critica un simile tentativo – bisognerebbe sempre usare una certa gentilezza se ci si dovesse accorgere di una certa bontà di fondo nell’autore, una sua reale preoccupazione per l’umano, per il vicino, un dolore per il tragico. E tutte queste cose le scrivo perché ho finito di leggere gli Heroes di Bifo, Franco Berardi, che ho avvicinato con un consistente risentimento per vedere reiterato il vizio di un’intera classe intellettuale, e che lascio invece con una sorta di dispiacere perché quel che temevo, il parlare astrattamente della carne che soffre schiacciandola in categorie che la includono solo blandamente, è abbinato a un sostanziale buon cuore.