Cento poesie d’amore e fantasmi: intervista a Michele Mari

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Questa intervista è uscita sul Mucchio, che ringraziamo (fonte immagine).

Michele Mari chiama coazione alla mimesi la ragione per cui ha cominciato a scrivere poesia dai banchi del liceo: scrivere alla maniera di Guinizzelli, di Cavalcanti o Dante era una cosa che sapeva fare bene, un modo per sciogliersi la mano; come una specie di camaleonte, assumeva i modi, la lingua, il lessico dei poeti che studiava. “Le poesie mi venivano facilmente, perché partivano da un’assimilazione preventiva”, dice, la stessa per cui dagli anni dell’università scrive componimenti d’occasione su richiesta di amici, come un poeta del Settecento.

Traduce il XXIV canto dell’Iliade e, poi, niente più poesia: ci sono le raccolte di racconti, i romanzi, Michele Mari come lo conosciamo tutti; fino al 2007, quando pubblica le Cento poesie d’amore a Ladyhawke, la sua unica raccolta di versi – un libro anomalo, che a distanza di anni continua a essere letto e amato da un pubblico sempre più ampio.

Incontro con Alan Bennett

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Londra. L’appuntamento è alle 11, ma Alan Bennett non apre la porta né risponde al telefono. In quasi tutte le interviste c’è scritto che detesta le interviste, concesse peraltro con il contagocce, quindi la cosa è preoccupante. Sarà scappato? Ha un attacco di orticaria? Se ne sta dietro le veneziane a spiare quando desisto e me ne vado? Chiamo la sua agente che, appresa la notizia, fa oh dear! – una specie di poveri noi! – e si dilegua.

Visto che il timido Bennett ha trasformano la sua insicurezza cronica in un talento sopraffino nel descrivere le piccole paranoie del genere umano, ecco che si scatena l’effetto contagio. Nella quieta stradina di Camden dove abita, mette a disagio star fermi un quarto d’ora davanti a un portone di questa arcadia composta da facciate pastello e silenziosi giardinieri.