La sinistra italiana e Israele

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Riprendiamo un intervento di Alessandro Leogrande apparso su Lo Straniero.

C’è una linea di frattura che corre attraverso Israele e il mondo della diaspora ebraica, in questi anni. Essa può essere illustrata da due episodi recenti.

Il primo. L’11 gennaio 2015, a pochi giorni degli attentati terroristici nella redazione di Charlie Hebdo e nell’Hyper Cacher di Porte de Vincennes, si tiene a Parigi l’imponente manifestazione cui partecipano oltre tre milioni di persone. A sera, il premier israeliano Netanyahu si reca per una commemorazione delle vittime nella grande sinagoga, e qui ricorda a “ogni ebreo e ogni ebrea che vorrà fare l’aliyah in Israele” che “verranno ricevuti da noi a braccia aperte e con calore. Non arriveranno in un Paese straniero, ma nella Terra dei Padri.”

Intervista a Amos Gitai

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Gli aerei israeliani hanno appena bombardato la spiaggia adiacente l’albergo di Gaza dove alloggia la stampa straniera. Quattro bambini sono morti e molti altri sono feriti. Stavano giocando a pallone ed qualcuno dice che forse le bombe sono cadute così vicine ai giornalisti perché questi ultimi amplificassero la portata del gesto.

Amos Gitai ascolta il resoconto dell’ennesimo bombardamento e poi, come chi non ha bisogno di sapere altro perché cambiano i nomi delle strade e dei morti, ma la storia è sempre la stessa, aggiunge: «Probabile che lo abbiamo fatto per questo. Ma il problema dell’informazione di oggi è lo stesso di ieri: abbiamo scarsa conoscenza dei fatti, l’enorme quantità di notizie diffuse ci illude che qualcosa sia cambiato, ma non è così, facciamo ancora molta fatica a sapere come sono andate veramente le cose».