Generations of love, diciotto anni dopo. Intervista a Matteo B. Bianchi

generationsoflove

di Marco Mancassola

“I mutamenti del pianeta sono più veloci della mia capacità di registrarli”, scrive il narratore di Generations of love –  una frase che riecheggia a lungo dopo aver riletto, a diciott’anni dalla prima edizione, il romanzo d’esordio di Matteo B. Bianchi (uscito nel 1999 e ora ripubblicato da Fandango, in una edizione arricchita di “contenuti speciali”). Se quella frase era già attuale ai tempi della prima uscita del libro, oggi riassume un sentimento conclamato e generalizzato. Lo stato di accelerazione in cui viviamo sembra rendere il nostro tempo un oggetto sfuggente per le coscienze, figurarsi per i romanzi – i cui ritmi di scrittura (e anche di lettura) sembrerebbero incommensurabili a quelli del ribollire del mondo.

Eppure, c’è qualcosa di speciale nel rapporto fra un romanzo di formazione d’esordio e il tempo in cui è stato scritto e letto; c’è qualcosa di speciale anche in un romanzo che viene ripubblicato dopo alcuni anni, tornando ad abitare un mondo sottilmente, radicalmente cambiato.

They Shoot Sparklehorses, Don’t They?

linkous

È sabato; il 6 marzo 2010. Un uomo dal passo probabilmente malfermo si avvicina – sempre probabilmente – al giardinetto di una casa di North Knoxville, Tennessee. A immaginarla da qui, da cinque anni di distanza – più o meno – viaggiando tra le strade bidimensionali e fotografiche di google-maps, mentre cerchi di capire quale sia la via esatta: e ti muovi tra le collinette di Alice Bell Road, lanci il cursore in avanti e poi lo riprendi, nemmeno fosse il gingillo incandescente del tristissimo Automan della tua adolescenza ottantina e crepuscolare; mentre ti barcameni oltre il bivio con Buffat Mill Road: senza capire se è meglio andare a destra, o a sinistra; e allora ti riduci a indagare le vie che intrecciano Washington Pike; ti lasci attrarre dal curvone che asseconda il fiume in Washington Ridge; a immaginarla da qui la casa e il giardinetto sono piene di sole, una primavera improvvisa che s’è incastrata nel primo sabato di marzo come un getto di luce sull’inverno appena trascorso, e dimenticato. Vedi l’uomo che si avvicina, il getto di sole diventa uno zampillo, la voce di Bobby Vinton incautamente invade l’aria vellutata di North Knoxville; il pastello intenso della fotografia di Frederick Elmes s’impossessa degli scatti di google e il verde cupo di Shelbourne Road si riprende il sole che il pomeriggio gli ha negato. Nel giardino non ci sono cani, non c’è nessuno che stia per crollare sotto i colpi di maglio di un infarto. Nessun fiore colorato né pettirossi. L’uomo si avvicina ancora di più al cancello di legno, tira fuori una pistola dalla tasca dei pantaloni. Per stare nella tasca dei pantaloni potrebbe essere una Smith & Wesson Magtop M5906 Hp Black. O una Beretta 3032 TomCat. Ma non fai in tempo a capire di che pistola si tratti che il sei marzo ti proietta – quasi fossi davvero dentro un cammino fotografico per mappe – nel nero elastico di una scena nuova. Un vicolo sul retro. L’uomo è sempre lo stesso, il pizzetto nero solo leggermente brizzolato, gli occhiali che fissano la canna della pistola e le mani che provano a leggere la realtà attraverso il metallo. È sabato sei marzo duemiladieci, l’uomo si punta la pistola al petto e si spara al cuore. In questo preciso momento ha quarantasette anni, cinque mesi e venticinque giorni. Ora più, ora meno.