The Circle di Dave Eggers sulla stampa americana

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di Emanuele Atturo

Mentre Snowden è in giro per la Russia a leggere Dostoevskij e i governi d’Europa scoprono improvvisamente d’essere spiati dagli amici americani, negli Stati Uniti fa discutere il nuovo romanzo di Dave Eggersche ha a che fare proprio con le tematiche della trasparenza dei dati e dell’uso dei social network.

Ambientato in un futuro poco definito – ma verosimilmente non troppo lontano – il romanzo racconta il percorso di Mae Holland all’interno della gigantesca internet company The Circle, da cui viene assunta dopo la laurea in psicologia. L’ingresso nell’azienda comporta l’entrata a far parte di una comunità esclusiva e di un campus (modellato su quelli della Silicon Valley), dove gli aspetti che sembrano inizialmente brillanti e levigati diventano progressivamente sempre più sinistri e opprimenti. Quello che viene richiesto a Mae è di rinunciare alla propria privacy per scegliere un regime di trasparenza assoluta, che consiste per lo più nel condividere su internet qualsiasi esperienza vissuta, da una gita in kayak alla comparsa di un brufolo.

Punto d’arrivo di questo processo è l’installazione di una telecamera da indossare giorno e notte, che trasmette direttamente in streaming la propria vita.

Morte 2.0

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Questo pezzo è uscito su Studio.

Finché morte non ci separi. Dalle nostre email, dalle nostre foto Instagram, dai nostri commenti sagaci sulla finale di X-factor, ovviamente. Il punto non è che la vita si stia spostando su internet, quanto piuttosto che internet sia diventato parte normale della vita. Ciò che non è tangibile (una proprietà, un diario, un account, persino un’amicizia) è posto sullo stesso medesimo piano di dignità e “serietà” di ciò che è oggetto solido, fisicamente presente nel mondo sensibile. Dunque è il caso di pensare, nell’eventualità di una nostra dipartita futura prossima o remota, a chi indirizzare non soltanto il nostro taccuino, il nostro libro nel cassetto, la nostra automobile o il nostro orologio preferito, ma il nostro account Facebook, le nostre testimonianze Canon Eos su Flickr, la nostra villetta con steccato bianco di Second Life. Ancora più importante, è il caso di pensare a chi impedirne l’uso, e a chi invece affidare l’accesso esclusivo delle tracce di noi che lasciamo online. O meglio, della parte online della nostra vita. Password e username sono le nuove chiavi e lucchetto.

Revolution nein. La narrazione come macchina del tempo

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Pubblichiamo un testo di Alessandro Romeo sulle narrazioni reticolari.

di Alessandro Romeo

L’evento che durante gli anni zero ha riappacificato, almeno sotto il profilo estetico e per un totale di circa sette ore, la generazione degli adolescenti dinoccolati di allora e quella dei propri genitori imbolsiti, è stata l’uscita nelle sale dei primi tre episodi di Star Wars, prequel dei tre episodi usciti negli anni Settanta.

La particolarità del prequel è quella di conoscerne il finale. Ciò che conta, diversamente dal solito, non è come andrà a finire la storia ma come si arriverà all’esito che già conosciamo. Tutto, nei prequel, concorre a costituire le premesse della storia vera e propria, quella in cui ci siamo identificati tempo prima e che ha dato inizio a tutto. È una bella sensazione. Non solo perché regala la facile illusione di poter prevedere il corso degli eventi – con conseguente, ovvio, cortocircuito derivato dal fatto che il futuro di quello che hai visto nel prequel è già stato visto nel passato -, ma anche per la capacità di dare spessore al rapporto che si è venuto a creare tra noi e i personaggi.