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Tatiana Melchiorri

di Marco Mantello

Il 12 febbraio del 1984.C’è un negozio dietro largo Argentina si chiama La chiave. Era un sabato e Giordi cercava un orecchino bianco per la sua ragazza. Quel giorno stava in motorino con Biagio, un suo compagno di classe e andavano a velocità normale. Biagio era biondo, alto, sul modo di pensare  con Giordi c’erano molte discordanze. Biagio era iscritto al Fronte della Gioventù e il venerdì pomeriggio, se non attaccava i manifesti seguendo gli ordini dei suoi superiori, doveva fare le flessioni a casa. Amava la figura del re. Non un re in particolare ma proprio il concetto di re.

‘Ma vuoi mettere il portamento del re?’

Giordi invece andava sempre al Sisto Quinto, il centro sociale con la palestra popolare e davvero la situazione era proprio tipica di quel periodo.  Due fratelli comunisti con la kefia e un amico in comune fascista e biondo. Non si esce vivi dagli anni ´80, il concerto degli Afterhours e il raccontino nostalgico, la stessa scuola, lo stesso piano, lo stesso sport: tutto questo rende uguali anche i diversi. È così che nasce il qualunquismo. L’amicizia è una forma di qualunquismo. E una morte accidentale provoca un dolore qualunque.

I fatti del 12 febbraio 1984. Giordi in motorino con Biagio. Stanno andando alla Chiave. Piove e all’altezza del Quirinale i sampietrini sono scivolosi e unti: ha ceduto la ruota posteriore. Forse le gomme erano lisce. Giordi cade e rimane illeso. Biagio invece sbatte la testa e crepa davanti al cambio della guardia e al tricolore enorme.

Un incidente. Niente di più e niente di meno.

Il suo nome completo: Alessandro Biagetti, morto a Roma il 12 febbraio 1984, in un banale incidente provocato dai sampietrini e dall’acqua bagnata. Con buona pace dei camerati del Giulio Cesare, non c’è niente di politico in un incidente stradale. Morire è un po come cacare, pisciare, etc.. Dipende dalle forme ma se lo fai in modo casuale, se prendi l’abitudine quotidiana di rinchiuderti nel cesso e scarichi l’acqua senza pensarci più di tanto… L’abitudine quotidiana a morire. L’economia del dolore. L’autonomia morale della politica. E l’acqua del cesso che scarica. Niente da ricordare a proposito di Biagio: la politica della morte, poi, è soltanto un ossimoro. Eppure i muri di Talenti ancora oggi sono pieni di quelle orribili scritte. Biagio vive. Camerata Biagio presente. Onore a Biagio e poi le date. Il suo nome è dappertutto. Ha sporcato la città.

Adesso ho trentacinque anni e sono sposata. Mi ricordo poco del 12 febbraio del 1984. Era un sabato. Con Biagio l`amico di mio fratello stavamo insieme da circa tre mesi. Una tresca, come si diceva allora per indicare un rapporto amichevole ma pieno di sesso orale. Era il classico amico dei fratelli più grandi. Lo conobbi perfino al mare. Oggi non potrei mai stare con una persona che ha il mito del re, ma il suo aspetto fisico mi piacerebbe ancora. E pure questa stupida associazione di virilità e fascismo è una cosa talmente da Lando Buzzanca, è talmente italo-becera che provo pena per quelle generazioni di insegnanti comuniste che si facevano scopare da mariti con le spille del duce. Del resto sono anch’io un’insegnante e di gente così ne vedo a frotte la mattina a scuola.

Se dovessi scrivere un diario per Biagio (ma perché poi?), racconterei le cose come sono andate davvero. Con una piccola innocua invenzione. Come avrei reagito, ad esempio, come reagirei adesso, che ho trentacinque anni, se Biagio lo incontrassi -che so?- sotto casa. Ecco su questo, che è palesemente irreale, fantastico, ingenuo, potrei scrivere ancora su questo. E immaginare nuove possibilità. Nella mia storia inventata direi che me lo vedo una mattina, lì davanti al portone, con lo zaino dell’Invicta e gli occhiali romboidali. È alto ancora un metro e novanta, gioca sempre a basket in serie D, il mese prossimo Cugini d´Italia lo candida a Presidente di Circoscrizione. Ma la pelle –è appena uscito da una bara- la pelle è rovinata. Non solo è sporca di terra ma gli casca proprio e la maglietta dei New Jersey Nets è tutta strappata e si vedono pure le ossa. Sembra la copertina di un disco degli Iron Maiden. Ha ancora diciannove anni e guardandolo negli occhi gli domando:

‘Perché sei ancora qui?’

Lui sta zitto e non sorride, tira fuori qualcosa di luccicante e perlaceo dalla tasca dei pantaloni e me lo porge.

“Glielo ridai tu a tuo fratello?”

“Ok”

“Era caduto a terra, sui sampietrini… Ma stanno ancora insieme vero?”

Nella mia storia dovrei affrontare situazioni curiose dopo il suo ritorno. Accompagnare quel Biagio scarnificato e sporco, accompagnarlo dappertutto, spiegargli cosa è cambiato in questi anni, che fine ha fatto Craxi e perché nella sua città è così pieno di polizia e manifesti azzurri. Vorrebbe iscriversi ancora all’Università? Partirebbe con me per la Scozia? E soprattutto: avrebbe ancora il culto del re? Il culto del leader? Che genere di culto avremmo praticato al corso di difesa personale?

È curioso riacquistare la memoria. Perdi sempre qualche cosa di importante. E questa è una storia che non mi piace. Me ne accorgo mentre la scrivo. Mi sento come Beverly Marsh in quel romanzo di Stephen King che gli avevo regalato per il compleanno. Come Beverly Marsh quando It, il divoratore di bambini che prende forma e dimensioni dalle loro paure, le compare sotto forma di… sotto forma di che cosa le compare?

 

 

 

 

 

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