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Perché “rilanciare” l’unico teatro che funziona in città?

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di Lorenzo Pavolini

L’altra sera davanti al Palladium c’era una folla adeguatamente scossa dopo aver assistito all’ultimo spettacolo di Emma Dante, Le sorelle Macaluso. Vita e morte mescolate insieme nel destino dei personaggi come del luogo che li accoglieva. Qualcuno ricordava di aver visto anche altri spettacoli della stessa regista dentro quella sala, persino la sua opera integrale, e altri ancora di aver partecipato alle prove aperte al pubblico di alcuni suoi lavori, tanto da poter testimoniare con quale calma feroce la regista fosse capace di dettare i suoi stimoli agli attori attraverso un microfono dal lunghissimo filo…

Una scena analoga, in quel nel piazzale ombelico della Garbatella, si era svolta appena quindici giorni prima per il Pinter di Stein, che aveva riempito il teatro, e il mese ancora precedente succedeva lo stesso, e ancora indietro per dieci e più stagioni che in nessun altro luogo della città – nel trascolorare dell’esperienza dell’India, dell’Eti-Valle, del Vascello, e dei centri di propulsione dal basso (Angelo Mai e Rialto Santambrogio) – poteva eguagliare per livello, apertura al mondo, qualità di segni e varietà di linguaggi artistici, fino a riuscire nell’impresa più incredibile, quella di formare un pubblico nuovo, persino con qualche giovane.

Una carrellata delle tappe che hanno portato a questo arduo “servizio pubblico” è per forza di cose parziale, e anche ingiusta. Perché si concentra sulle immagini degli artisti in scena e dimentica la continuità di un gruppo di lavoro, tecnico editoriale e produttivo (le persone del Romaeuropa). Non si cancelleranno per fortuna dalla testa dei cittadini le prime prove dell’Orchestra di Piazza Vittorio e il pianoforte delle sorelle Labeque,  il violino della Mullova  e il racconto musicale di Michele Dall’Ongaro e Alessandro Baricco, Marina Abramovic sospesa in aria che pare strozzare due pitoni penzolanti dalle sue braccia eburnee, mentre sotto di lei i dobermann sgranocchiano una montagnola d’ossa, i cani di Bancata di Emma Dante che accorrono al loro infame desinare,  il cane senza padrone dei Motus nel film da un appunto di Petrolio, la prima volta di Roberto Saviano in pubblico ben prima di Gomorra, davanti all’attuale presidente del Senato che era venuto a conoscere questo giovanotto campano un po’ pazzo (era il 2006), e l’ultima volta di Enzo Siciliano che raccontava il suo Alfieri, lo spazio intero del teatro invaso dalla poesia nel Paesaggio con fratello rotto della Valdoca,  la sorpresa del tempo che non passa per la danza di Enzo Cosimi, di Caterina Sagna, di Virgilio Sieni, il Metafisico cabaret di Giorgio Barberio Corsetti e l’incontenibile Filippo Timi, la furia di Eleonora Danco, il coraggio di Daria Deflorian e Tagliarini, il vortice narrativo di Ascanio Celestini, la sapienza compositiva di Lisa Natoli, l’Origine del mondo di Lucia Calamaro, l’Aldo morto di Daniele Timpano, le figure di luce e polvere dei Muta imago,  i Seigradi dei Santasangre, il neotribalismo delle Fibre parallele, la crudezza dei Babilonia teatri, Milgram il buco nero del Teatrino Clandestino, il Madrigale appena narrato della Raffaello Sanzio, l’elettronica di Sensoralia e il sapienziale The Suit di Peter Brook… dove altro abbiamo visto queste cose a Roma in questi anni?

Chiunque abbia minima esperienza del mondo, che poi significa semplicemente in questo caso andare a teatro, esserci andati in questi anni e continuare a volerci andare, chiunque rispetti il significato delle parole non può “rilanciare” un luogo che per sua fortuna aveva trovato le persone giuste per farlo vivere e offrirlo alla vita di tutti.

Commenti
4 Commenti a “Perché “rilanciare” l’unico teatro che funziona in città?”
  1. Dario scrive:

    L’articolo e soprattutto il titolo non tengono conto del fatto che “evidentemente” (poi oggi magari si saprà meglio nella conferenza riunione dedicata a questo) non era un teatro funzionante.
    Per essere “funzionante” deve essere anche “economicamente” funzionante.
    C’è chi fa stagioni fantastiche (come l’Argot da anni) con un budget ridotto se non pari a zero, senza nomi altisonanti e senza possibilità di un battage pubblicitario che poteva permettersi il Palladium.
    Ma queste piccole fantastiche stagioni lottano tutti i giorni con affitto e bollette delle luci, mentre altre stagioni si fondano sui finanziamenti (che però da anni sappiamo destinati a scemare).
    Il pubblico che riempie il Palladium riusciva a garantire almeno il 50% del costo di ogni singola replica?
    Il costo del biglietto di quanto era superiore al costo medio dei biglietti teatrali a Roma?

    C’è da dire però (e non l’ho messo come premessa apposta), che è utile anche alle piccole fantastiche stagioni, che il Palladium esista, perché risulterebbe ancora più complesso al sistema teatrale romano, rialzare la testa come sta facendo da tempo (perché onestamente io penso che una parte di Roma, stia già uscendo dalla crisi o almeno abbia messo la freccia)…

    Però vi prego, senza dati certi NON PARLIAMO DEL PALLADIUM COME DI UN TEATRO FUNZIONANTE

  2. Chiara scrive:

    Segui la conferenza stampa e potrai avere i dati certi.

    fidati non ci sono esperienze analoghe a Roma nel rapporto qualità/sostenibilità economica/presenza di pubblico

  3. Ilaria scrive:

    La chiusura di un teatro di qualità è di per sé un abominio. In Italia si sprecano soldi su soldi, buttati nelle tasche di chi ci governa, della mafia impiantata negli alti ranghi, in programmazioni comunali improbabili ed altisonanti buone soltanto ad attirare il nome della starlette di turno a spese nostre. Paghiamo persino 8 mila euro al mese i cappellani militari che hanno lo statuto di generali, spendiamo in oscenità e non guardiamo al progresso del paese, che significa soldi per la ricerca, la cultura, l’istruzione. Se non capiamo nemmeno che questa desolante realtà sta portando al tracollo assoluto e totale di un paese come il nostro che vedeva nel dopo fascismo la nascita necessaria di un teatro finanziato dallo Stato, per il popolo e per l’arte, per istruire l’operaio quanto il professore universitario, allora mi sembra che non ci sia nemmeno più margine di discussione. La chiusura di un teatro è SEMPRE una morte. Dati certi o dati non certi. Dovremmo legarci con catene di ferro alle sue porte e urlare lo scempio, piuttosto che richiedere dati e numeri, degni di un burocrate insensibile incapace di vedere al di là del proprio naso e dei propri fogli stampati, solo per far “scena”.

  4. Dario scrive:

    Forse non è chiaro il mio commento:
    ma a me non interessa salvare un teatro, quando il problema non è la chiusura di quel teatro, ma la distribuzione dei finanziamenti.

    I dati li conosco Chiara e li conoscevo da prima, posso dirti che nelle poche occasioni che ho lavorato al Palladium ho visto uno spreco che in altri teatri privati non c’è, ma è anche uno spreco inferiore ai teatri pubblici, ma sappiamo anche tutti che spesso gli sprechi sono necessari per giustificare dei costi e gli eventuali finanziamenti (e questo avviene più sul pubblico), credo anche che però l’arte non debba essere del tutto finanziata, non si può aiutare un teatro (e non parlo del Palladium ma del sistema teatrale) che paghi i cachet più alti del massimo incasso possibile. Questo porta i teatri a non ricercare un pubblico, ma solo i finanziamenti.

    Inoltre i numeri sul campo parlano più dei numeri su carta: quante persone negli ultimi 4 anni hanno abbandonato il Palladium perché non potevano essere pagate (non mi piace parlare di licenziamento)?
    Un teatro che si basa sui finanziamenti deve avere delle garanzie per continuare a sostenerlo e quelle garanzie non sono sulle entrate che dovranno avere MA SUL SISTEMA CHE ANDREBBE RIFORMATO.

    Proponiamo un finanziamento ai teatri che NON fanno più del 15% di affitto durante l’anno.
    Diamo un finanziamento che copri tutte le spese del teatro, pubblicità, siae e enpals e imporre il pagamento delle compagnie solo attraverso gli ingressi…
    sarebbe una bella provocazione anche agli artisti

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