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È tutto un pretesto

di Anna Lisa Pulizzi

Cos’è che fa di un luogo un teatro? Cioè, quand’è che uno spazio viene identificato col nome “teatro” e con quello stesso nome riconosciuto e indicato?

Le parole sono quello che usiamo per spiegare gli oggetti, i concetti, i sentimenti ecc., e per farci un’idea di cosa siano questi oggetti, concetti e sentimenti usiamo altre parole ancora. Ne deriva che le parole parlano di parole e con altre parole ancora. Per questo mi chiedo spesso che ci sta dietro a una parola il cui senso è ovvio e comunemente condiviso. Ad esempio, passo un sacco di tempo a chiedermi quand’è che l’insieme delle pagine di un romanzo inizino a essere chiamate libro, momento che potrebbe coincidere con la loro rilegatura tipografica, certo, o forse più probabilmente con l’apparizione del volume in libreria. In fondo, anche se le pagine sono diventate libro grazie alla rilegatura corredata da copertina e quant’altro, non è affatto detto che quell’oggetto possa venire identificato e nominato con la parola libro, fino al momento in cui un potenziale lettore trovandoselo tra le mani non abbia l’esigenza di dare un nome a quello che tocca. Così mi perdo nei pensieri che poi, gira gira, sono fatti di parole.

A dare una rapida occhiata al dizionario (Devoto-Oli) si va subito in confusione; perché il termine teatro viene definito edificio appositamente progettato e costruito o comunque adibito alla rappresentazione di opere drammatiche o musicali, etc…, ma anche come gli spettacoli in genere o un determinato genere di spettacoli. Senza andare avanti con le altre definizioni, già a fermarsi qui il dubbio appare chiaro: chiamiamo teatro il luogo in cui vengono fatti gli spettacoli, o gli spettacoli stessi vanno sotto il nome di teatro?

Entrambe le definizioni sono corrette, ovvio, ma ognuna ci porta in direzioni differenti. Perché se per teatro ci limitiamo a identificare uno spazio fisico, allora quel posto può esistere anche senza compagnie, attori, registi, spettatori e tecnici, perché esiste in quanto contenitore, edificio, e tanto basta. In tal senso, però, anche un teatro chiuso resta un teatro, e non un non-luogo. Se invece nella parolina teatro ci mettiamo tutte le attività legate all’arte espressiva che utilizza le metodologie e le tecniche, nonché la storia e la cultura, del linguaggio teatrale, allora il punto di vista cambia. Cambia per forza. Intanto perché in questo senso il teatro, come tutte le arti che esistono solo nel presente, per esistere ha bisogno di essere condiviso. Uno spettacolo che viene fatto in una sala vuota non è uno spettacolo, è una prova, un’esercitazione. Diventa spettacolo quando ci sono degli spettatori; è proprio una questione etimologica, oltre che intuitiva. In questo caso, il teatro coinvolge tanto gli artisti e i tecnici, che il pubblico.

Il 4 aprile ha riaperto il teatro Quarticciolo, nato nel 2007 dal recupero e dalla trasformazione di un ex mercato di quartiere nel Municipio Roma VII. Eppure, anche quand’era chiuso, fisicamente il teatro è rimasto lì, l’edificio è stato impassibile e ha mantenuto la sua posizione. Solo che la gente ci passava davanti e diceva “ah, è chiuso” e camminava oltre. Adesso qualcuno si ferma, magari nel pomeriggio, con questo sole qua di aprile, e chiede “ma che avete riaperto?” e poi continua a parlare. Non solo della programmazione, ma dei fatti propri. Di che pensa del quartiere, di cosa fa durante la giornata, della crisi economica, dello stato di salute della cultura, dello schifo per la politica, dei ladri che proprio ieri hanno scippato una catenina a un’amica, che poi era pure di bigiotteria ma quella ci teneva tanto, e poi, a un certo punto, dopo aver raccontato parti della propria vita e di sé, inizia a parlare di Storia.

Una Storia fatta di ricordi, che spesso ha a che fare con i bombardamenti. “Io quel giorno avevo dodici anni, ma mi ricordo tutto” e quel ricordo si vede proprio che vogliono raccontartelo, infatti io lo ascolto per vedere dove va a finire. E mi sorprendo, perché nessuno gliel’ha chiesto, ma a sentirlo, per l’emozione e i dettagli che ci mette dentro, pare che questa mattina la persona che mi sta davanti sia uscita apposta per raccontarmi un pezzo di Storia. “E poi ci hanno dato queste case qua, dopo i bombardamenti. Era tutto diverso, non c’era niente intorno. Era davvero una periferia” e ancora “Io il gobbo del Quarticciolo lo conoscevo, abitava là” e mi indica il balcone, mi racconta di come lui fosse innamorato di una, ma poi avesse deciso di stare con un’altra, e di quanto avesse dato una mano con la borsa nera in quel periodo che da mangiare non c’era proprio niente. A un certo punto ci si saluta, ma dopo un po’ passa un altro, e ti racconta parti della sua Storia. “A sapere che andava a finire così, questa città, e l’Italia pure, ti viene la malinconia della Resistenza. Io il partigiano non l’ho fatto, direttamente dico, però li ho aiutati tanto. Ma sai quanti amici miei che…” e continua a raccontare. Le giornate vanno avanti in questo modo, con qualcuno che si ferma incuriosito e al primo sorriso inizia a parlarmi e a chiedermi una certa complicità che gli serve per proseguire. Io mi prendo la sua storia e in cambio della mia complicità gli dico qualcosa sul teatro, sperando di ritrovare la sua faccia al botteghino.

Mentre questi passanti mi parlano, io mi chiedo che c’entri il teatro con quelle confidenze, e mi dico che forse non c’entra proprio niente. Che se fossimo al bar, forse sarebbe lo stesso. Ma non siamo al bar, siamo davanti al teatro. E allora penso che il teatro sia solo un pretesto, per fermarsi, parlare, e andare oltre. Però quando uno si innamora di un altro e vuole dirglielo, mica va dritto al punto dicendo “ti amo” in un momento qualsiasi. Chiede un appuntamento, un numero di telefono, finge un incontro casuale, cerca un pretesto.

Così fanno tutte le cose per accadere, cercano pretesti.

Se delle persone sconosciute si fermano a parlare delle proprie vite che alimentano la Storia col pretesto di un teatro con le porte aperte sulla strada, per chiedere come sta andando e che va in scena stasera e se ci viene gente, allora forse per me la parola teatro inizia ad avere un significato che non c’è nel vocabolario ma che mi convince di più delle altre definizioni. Il teatro è uno spazio, non nel senso stretto di edificio, ma proprio di spazio. È quello spazio che si viene a creare nella testa durante o alla fine di uno spettacolo, in cui si muovono dubbi, percezioni, suggestioni, pensieri, associazioni, ricordi, conflitti, emozioni. È uno spazio che per edificarsi ha bisogno di un incontro –autentico, effettivo – e che per accadere necessita di un fondamentale meccanismo, quello dell’ascolto. Ma l’ascolto vero non nasce solo perché si è pagato un biglietto e si sta seduti in una poltrona piuttosto comoda, nasce se chi ci parla ha per davvero qualcosa da dirci e se noi abbiamo la necessità di sentirci raccontare quella storia, da quella voce. In questo tipo di spazio, che io chiamo teatro, abbiamo tutti lo stesso peso, attori e spettatori, tecnici e registi. Perché stando nella testa, e non altrove, quel luogo ha bisogno di un sottilissimo equilibrio per resistere agli altri pensieri di una quotidianità che ci assorbe con forza, essendo nostra. È un baricentro che può esistere solo se tutti hanno lo stesso peso.

Come nei libri. Per capire se si tratta di letteratura o meno io faccio questa cosa qua. Vedo se tra le pagine ci sono spazi bianchi, luoghi in cui io possa sviluppare, parallelamente a quello che mi dice l’autore, la mia interpretazione del mondo; punti di contatto che mi permettano di portare le sue parole nella mia vita. Solo così quel romanzo diventa altro, e diventa qualcosa di fondamentale per me, non un orpello, un accessorio, un esercizio di stile, ma una roba vitale, di essenziale importanza; diventa qualcosa che si mischia alla mia voce, al mio vissuto.

Qualcuno potrebbe dirmi “ma allora per te la letteratura è un pretesto, in fondo non te ne frega niente di quello che leggi, ti interessa solo riempire di senso quelle pagine bianche che hai dentro e contribuire a dare un senso alla tua di vita”. Il fatto è che c’è da stare attenti con le parole, perché le parole parlano parole, e nelle parole ci sono mondi. Sono ambigue, le parole. Per questa loro natura ci incantano. Pretesto è ciò che viene prima del testo, e sta a significare, etimologicamente, “fregio, ornamento”, così come testo non è altro che il participio passato di tessere. Poi, solo poi, queste parole significano rispettivamente scusa e scritto (Zingarelli).

Comunque, se qualcuno mi dicesse “ma allora per te la letteratura è un pretesto, in fondo non te ne frega niente di quello che leggi, ti interessa solo riempire di senso quelle pagine bianche che hai dentro e contribuire a dare un senso alla tua di vita”, gli risponderei che ha ragione, che per come la vedo io il teatro, la letteratura e gli appuntamenti degli innamorati non sono altro che pretesti per vivere. Mica è poco.

Commenti
Un commento a “È tutto un pretesto”
  1. Almean scrive:

    Che bello.
    Che bello leggere un articolo (sia su blog o su carta stampata) scritto per bene.
    Si “per bene”, come dicevano le mamme o le maestre elementari di una volta ai bambini.
    Sa di pulito, di fresco, di onesto, di ottimismo, di verità.
    E poi, cosa di non poco conto nella realtà di oggi, l’autore ha l’ardire, ma soprattutto le capacità, di saper giocare con le parole, di saperle mescolare, senza confondere il lettore.
    Usando una metafora, mi è parso come un valzer di parole, con il proprio ritmo, la propria melodia bella e incantevole.
    Che bello leggere di un teatro, quasi dimenticato ma mai morto, oggi di nuovo in vita. Di un teatro (mi è sembrato quasi di esserci) fatto di persone, di luoghi, di tutto un quartiere. Lo verrò a visitare.
    Grazie, ce ne fossero di autori “per bene” come Lei.
    Che bello.
    A.

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