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La mitologia dell’assenza: Ted Hughes e le Birthday Letters

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Martedì prossimo uscirà il nuovo numero di Nuovi Argomenti. Di seguito pubblichiamo in anteprima un estratto dal saggio “La mitologia dell’assenza: Ted Hughes e le Birthday Letters”, scritto da Vito di Battista: ringraziamo autore e rivista.

di Vito di Battista

Gennaio 1998. Pochi mesi prima di morire, Ted Hughes consegna al mondo un’opera della quale nessuno aveva predetto l’esistenza: una raccolta di 88 componimenti il cui unico tema altri non è che Sylvia Plath.

Perché?, si saranno chiesti e continuano a chiedersi in molti. Perché solo ora, quasi fosse un testamento in extremis? Spinto da cosa, se non da un’ombelicale volontà di riscattarsi dai propri peccati? E per arrivare dove?

In un mondo apparentemente ateo come quello di Ted Hughes, la risposta si chiama conoscenza, che forse non sta a significare altro che memoria. Ed è in nome di quella memoria che Ted Hughes ha composto Birthday Letters: perché in realtà, e al riparo dal resto del cosmo, lui aveva raccontato quella storia per trentacinque anni.

Trentacinque anni di composizione, per una raccolta poetica che vuole dare forma all’indicibile, sono un lungo tempo.

Sono anni nei quali Ted Hughes ha innalzato la sua cattedrale in silenzio e lontano dalle interferenze dell’umanità, in una terra popolata dai suoi fantasmi, tentando di giustificare le domande e supplicandole di offrire un qualche tipo di consolazione. Fra le fila di questi fantasmi e tutte quelle invocazioni, crescevano e si muovevano lui e Sylvia Plath.

Più che il diritto alla parola, a Ted Hughes è spettata la condanna di un dialogo dove l’altra parte controbatte solo con l’eco di quello che è stata, e si tratta di un dialogo da cui questa parte uscirà sempre vincitrice, poiché ha dalla sua tutti i segreti che si è trascinata dietro. È per questo che lui ha dovuto ghermirsi lo spazio assorto e claustrofobico della solitudine, in una dimensione dove l’assenza dell’oggetto narrato esige sempre e comunque una sola prerogativa: non può che esserci proprio in assenza.

L’opera poetica diventa quindi il tributo da pagare e il mezzo per scontare la pena della sopravvivenza. Ted Hughes compone per liberarsi dall’urgenza di un silenzio a cui egli stesso era approdato, per sua incontestabile volontà, ma compone soprattutto in forza di quel silenzio. Lo fa attraversando trentacinque anni di accuse, che lo volevano – spesso a ragione – dispotico e mistificatore; trentacinque anni di revisione e innegabile censura dell’opera di Sylvia Plath, un’opera che, se la si legge ancora oggi, è comunque in virtù della sua intercessione editoriale.

Trentacinque anni per poter innalzare a immortalità la propria e altrui memoria.

A dispetto delle denigrazioni,BirthdayLetters si presenta soprattutto come presa di coscienza di quanto l’essere umano sia destinato, per sua natura e al netto di ogni errore, alla condivisione e all’allontanamento. L’unico rimedio possibile alla perdita, nella sua inespugnabile perfezione – eppure rimedio nondimeno –, sono le parole, che rimangono la più sincera natura di tutto quello che siamo.

Ma è sempre una lotta ad armi impari, quella col tempo che passa, ed è una battaglia con apparenti vuoti a perdere quando si vuole riportare in vita un altro tipo di tempo ancora, quello che non esiste più. E se sono davvero le cose che non esistono più e quelle mai dette a reggere l’ordine dell’universo, allora il ruolo del poeta – se vogliamo credere che di un ruolo necessiti davvero – forse non è altro che questo: risolvere la distanza delle omissioni attraverso la creazione.

Birthday Letters è l’unica possibilità che Ted Hughes conosceva per scardinare le coordinate e svincolare quello spazio vuoto che lo separava da Sylvia Plath.

Ha colto quella possibilità, arrischiando un dialogo. Un dialogo che, pensato e soppesato per trentacinque anni, tradisce continuamente la propria urgenza e disperazione; un dialogo costruito con parole elettriche e voraci, impenetrabili e assolute, libere da costrizioni e incasellate in una struttura calcolata nel dettaglio. Un’approfondita, intima e a volte quasi inaccessibile discesa nel proprio io che è stato, dove la voce di Ted Hughes rimane sempre quella del presente, carica dell’arrendevole giudizio di chi ha visto tutto e può godere di una prospettiva privilegiata sul finale. Ed è una voce che continua a invecchiare man mano che la si ascolta, al contrario di quella di Sylvia Plath, la cui tensione è per forza di cose totalmente retrospettiva e sofferente di una costante ricaduta nel proprio passato.

Ma è proprio questa voce lo strumento più affilato e l’arma più indomita che possano venire in soccorso a Ted Hughes, così da permettergli di giungere, ormai a un passo dalla conclusione, a guardarsi alle spalle e conoscere finalmente se stesso.

Lo fa con gli occhi di chi, con un apparente autoritarismo che è a suo modo anche un profondo atto di umiltà, non ha capito molto di ciò che ha visto. È l’espressione di chi ha comunque sondato nel dettaglio e si è impegnato nel tentativo di una rivoluzione nei confronti dei fallimenti biologici e del cuore.

In Visit alza gli occhi, «Asif to meetyour voice», e in verità tutto quello che sa dirsi è: «You are tenyears dead». L’ultima parola, l’unica riduzione ai minimi termini ad avere valore, è allora che «Itisonly a story. / Your story. My story».

Una storia densa di un’inaccettabile e improrogabile sofferenza, che nasce dall’assenza ed è essa stessa assenza. Una storia che possiede già un finale che non si può sovvertire, e cosa esiste di più imprescindibile nell’umana natura del lottare contro il peso delle cose avvenute?

Sono lettere che Ted Hughes scrive a un destinatario che si è conosciuto e ora non si può raggiungere più, raccontandole la persona che è stata e tutto quello che è successo al mondo da quando lei non è stata più; hanno la forma di un monocolo che amplifica la distanza e la avvicina allo stesso tempo, perché lei non ha più voce e lui compensa il vuoto con la sua, facendosi scudo di tutti i privilegi, gli obblighi e le libertà che questa posizione comporta.

Il suo canzoniere – o romanzo in prosa – si apre con una domanda, poiché non potrebbe essere altrimenti: «Where was it?», si chiede e le chiede, riferendosi a quando vide per la prima volta il suo volto. Birthday Letters partorisce allora se stesso con un dubbio, poiché il vero tema di tutta la raccolta – la ricerca spasmodica della memoria, delle sue condizioni, della sua impossibilità, del tentativo perenne che è il dare forma a esistenze intere che si intersecano – è in realtà un tema dall’incedere incerto e che mette sin da subito in chiaro i propri limiti. La finitezza è l’unica prerogativa, più che essere un dramma insormontabile. È lo strumento prescelto di invenzione.

Questo tragitto, che va a ritroso ma ripercorre cronologicamente tutta la vita di Ted Hughes da quel primo incontro, raggiunge un apparente accenno di vera consapevolezza solo nell’ultimo componimento, quando sentenzia: «Redwasyour color». Ma poi ecco che la voce si inginocchia di nuovo, chiedendosi subito che tipo di rosso, se ocra o sangue, perché non lo ricorda, o forse non l’ha mai saputo.

È un viaggio ormai compiuto e questo approdo la scaraventa di nuovo al punto d’esordio. È la riprova ultima di quanto, in realtà, oltre quel limite non si poteva andare, eppure il tentativo doveva essere intrapreso, in piena coscienza del fallimento. Ed è solo in quest’ottica, duplice e ineluttabile, che il fallimento si può ergere a vittoria.

La raccolta Ariel di SylviaPlath si chiude con tre titoli che assurgono a drammatica dichiarazione d’intenti, fra i quali Edge. Era stato suo marito a volerlo, scardinando l’ordine del manoscritto autografo e rivoluzionandone la struttura. Proprio da quell’edge riparte Ted Hughes: prende il limite e lo deforma, lo espande fino al grado massimo di sopportazione, dà ordine alla (sua?) verità, la travia e ne architetta le coordinate, sparge accenni di prospettive, cerca una verità che sia ancora più forte di quella per la quale si è spinto nel processo di creazione. Un tentativo, individualista e crudele, comodo e incomprensibile allo stesso tempo, che si illude momentaneamente di avere raggiunto la compiutezza («Redwasyour color»), dimenticando per un istante che la vera compiutezza era altra e non poteva appartenergli, perché insita in quello stesso limite che stava tentando di soverchiare. Ed ecco allora che il vero ormeggio di Birthday Letters si manifesta sempre in Red, all’ultimo verso, come l’unica certezza possibile: «But the jewel you lost was blue». La misura dell’uomo non risiede mai in quello che possiede, ma in quanto ha perduto.

Ted Hughes non intendeva emularla o immaginare cosa lei avesse potuto vedere in quell’altro mondo che segue la morte. Il suo cammino era tutto sulla terra, dove ci sono le parole e dove c’è il racconto con tutta la sua facoltà di finzione, che è il potere più profano di tutti. E anche quando non ha nulla di religioso, il racconto rimane sempre e comunque un culto votivo.

Non avendo potuto salvare lei, forse il suo tentativo era salvare se stesso attraverso lei. Non ci è riuscito, ma ha dato corpo a una storia che li accompagna entrambi in una dimensione altra, dove non hanno più alcun senso la distanza e la contraddizione.

Quella dimensione ha un nome con specificità ben precise, pur nella loro varietà, che risponde al termine mito.

È la mitologia stessa a essersi sviluppata per assenza, in quel presente sempiterno che va dall’alba del tempo – gli ipotetici dove e quando quegli eventi hanno originariamente avuto luogo – all’oggi che vive il racconto mitico come porzione imprescindibile di tutto quello che siamo, soprattutto perché uomini gremiti di parole.

Come ogni grande storia che si rispetti e che riesca a farsi mito, la biografia deve tramutarsi in canto epico per elevarsi oltre la finitezza dell’umano.

Al tramonto della sua epopea, Ted Hughes non può altro che raccontare quanto ha visto. «It is only a story», dopotutto: «Your story. My story».

Commenti
Un commento a “La mitologia dell’assenza: Ted Hughes e le Birthday Letters”
  1. bidé scrive:

    Ottimo articolo.

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