The Pale King

Questo articolo è uscito sul Sole 24 Ore

di Francesco Pacifico

Wallace e Franzen
Esce in questi giorni in Inghilterra e Stati Uniti The Pale King, il romanzo postumo di David Foster Wallace (1962-2008), proprio mentre in Italia infuria il dibattito su Libertà di Jonathan Franzen.
Wallace era un carissimo amico di Franzen: dopo la sua intempestiva scomparsa, Franzen si è sbloccato e ha potuto scrivere Libertà quasi d’un fiato. Grandi figure della letteratura, hanno entrambi agguerriti sostenitori (talvolta riuniti in opposte fazioni), e si contrappongono ideologicamente e artisticamente in maniera interessante: Franzen era quello che voleva fare il romanzo popolare intelligente, Wallace quello che credeva che la sperimentazione avesse una componente spirituale ed emotiva che doveva vincere sulla cerebralità. I due obiettivi, nobili, peraltro non ontologicamente opposti (si tratta di due modi per provare a coniugare ragione e sentimento, alto e basso), hanno dato luogo a grandi sforzi e grandi quanto diversi risultati.
Wallace e Franzen hanno scritto tre dei romanzi fondamentali della letteratura americana recente, nonostante Infinite Jest non sia davvero considerato lettura obbligatoria al pari di Pastorale Americana e Underworld (forse perché ha poco “l’aria da classico”, parlando di tennisti adolescenti e terroristi canadesi in sedia a rotelle), e nonostante gli altri due, Le correzioni e Libertà, siano liquidati come buona fiction derivativa da chi ritiene che un capolavoro non possa mai venir annunciato, ma si debba imporre lentamente modificando le categorie dei lettori.

Borges al neon
Wallace si è tolto la vita nel settembre del 2008 per lo stato di prostrazione cui l’aveva ridotto l’incompatibilità fisica con gli antidepressivi che era costretto ad assumere. Stava scrivendo un lungo romanzo, di cui erano usciti una manciata di estratti su rivista. In The Pale King, Wallace si era prefisso l’ambizioso obiettivo di affrontare gli aspetti spirituali, mistici, metafisici, emotivi del lavoro più noioso del mondo: quello degli impiegati del fisco. Da sempre DFW era alla ricerca di strutture aperte dove il tema portante fosse così forte da creare un mondo assorbente, ipnotico: si vedano le interviste seriali di Brevi interviste con uomini schifosi, la scuola di tennis di Infinite Jest. Con questo nuovo romanzo, la capacità ipnotica non è solo una tecnica, ma è il tema stesso del libro: l’assorbimento totale in azioni mentali ripetitive è la realtà quotidiana degli agenti del fisco, che passano la vita sui moduli delle tasse. Ambientato negli anni Ottanta di Reagan, il romanzo rende definitiva la nomina di Wallace a Borges della sua generazione: un JL Borges al neon dove al posto del Don Chisciotte e di Giuda abbiamo i pannelli in finto legno delle station wagon, i presentatori televisivi, i manuali di diritto; e al posto di grandi biblioteche immaginarie troviamo istituzioni americane come appunto il temibile IRS o le terapie di gruppo. Come già in Borges, si deve imparare a perdersi nei luoghi del libro come in un romanzo fantasy per adulti.
Col fisco Wallace sembra aver trovato il suo tema definitivo. La sua prosa richiede quel tipo di concentrazione del lettore per cui il tempo possa dilatarsi e la lettura trasformarsi in una sorta di preghiera-accettazione del maggior numero di particolari del mondo. Qui questo metodo si riflette anche nel tema. The Pale King lo si legge soltanto rinunciando al tempo, affrontandolo come una cartella esattoriale, come uno di quei compiti noiosi che ci fanno andare in trance – tagliarsi le unghie, ordinare la corrispondenza. Dalla noia manifesta di quell’ufficio dove si registra, in cifre immateriali, l’azione dell’uomo occidentale, organizzata fra il profitto e il consumo e le ansie spirituali, Wallace pare pronto a passare pazientemente in rassegna tutto ciò che sa del mondo (che poi è ciò che sa dell’America suburbana e rurale pesantemente corporate ma anche religiosa), e farlo in modo apertissimo: parlando di scienza politica e di fantasmi, di crisi mistiche e psicanalisi, di levitazione e capitalismo…

L’operazione
The Pale King non è completo, ma le 540 pagine che abbiamo sono a un buono stadio di lavorazione. Il libro, a patto di amare Wallace, è leggibile e per niente debole. Specialmente nelle prime 250 pagine, che l’autore riteneva già spedibili all’editore Little, Brown per ottenere un anticipo, la scrittura tiene, le immagini sono forti, mette molta curiosità. D’altra parte fra un capitolo e l’altro si trovano le tipiche discontinuità di Wallace, che alternava sempre zone del testo di aperta sfida linguistica (finte interviste fiume, dialoghi filosofici, pezzi in gergo specialistico ai limiti del comprensibile), a zone di meno impegnativo “realismo” narrativo, a zone metanarrative incentrate sulla figura di “David F. Wallace” impiegato del fisco. Arrivati a metà del volume, con tanti elementi ancora appena abbozzati, si comincia a capire che si sta solo intravedendo il piede di una statua gigantesca, di un vero e proprio monumento alla noia che avrebbe richiesto migliaia di pagine per rendere l’idea.
Visto che di recente un altro grande americano ha ricevuto il trattamento postumo dove non ce n’era bisogno (Nabokov, L’originale di Laura), lo dico esplicitamente: The Pale King mi piace moltissimo, ha saziato la voglia che avevo di leggere cose nuove di Wallace, quindi non me la sento di parlare di “operazione”. La prosa regge, e oltretutto, per tornare a Borges, il fatto che sia incompiuto non vale quanto se, per capirci, fosse rimasto incompiuto Libertà: anche Infinite Jest pareva un romanzo incompiuto, tanto era elusiva la sua struttura. Così The Pale King sembra solo un nuovo strano romanzo di Wallace, un nuovo scherzo con la forma-romanzo.

Il regalo
Ciò che di indiscutibilmente compiuto rimarrà in questo romanzo, in ogni caso, è il capitolo 22: cento pagine che sono una sorta di novella, come Un amore di Swann nella Recherche. Vi si narrano due momenti chiave della giovinezza di Chris Fogle, uno degli impiegati del libro: l’adolescenza da tossico pseudoanticonformista, conclusa con la morte del rigido ma dignitoso padre per incidente nella metropolitana, con conseguente arruolamento catartico nel fisco. Se lo consideriamo una novella a se stante, è un incrocio fra un rimuginio di Thomas Bernhard e il Giocatore di Dostoevskij ma scritto da un paio di buoni moralisti cristiani come Thomas Merton o C.S. Lewis. Potrebbe perfino essere l’apice dell’opera di Wallace, se è vero che il suo obiettivo dichiarato è sempre stato scrivere cose morali su come diventare esseri umani. Quella di Fogle è una storia sul raggiungimento della maturità che non ha nulla di semplicistico e che approfitta della lezione di pazzi reiteratori di frasi e tic discorsivi come Bernhard per postulare un attaccamento all’umanità tanto sincero quanto era sincero il disprezzo dell’austriaco.
A giudicare dalla lunghezza e ampiezza del capitolo 22, credo che Wallace non sarebbe comunque mai uscito vivo da quell’ufficio del fisco, non avrebbe mai scritto un altro romanzo: sarebbe andato avanti a scrivere The Pale King per il resto dei suoi giorni (tecnicamente parlando, purtroppo, l’ha fatto). Ma anche così, l’incompiutezza di questo romanzo è un appropriato paradosso borgesiano: il racconto-mondo non può che essere incompleto; lo sforzo umano di mimare la totalità tradisce la nostra finitezza ma pure la onora.

Francesco Pacifico è nato a Roma nel 1977, dove vive. Ha pubblicato i romanzi Il caso Vittorio (minimum fax), Storia della mia purezza (Mondadori) e Class (Mondadori). Ha tradotto, tra gli altri, Kurt Vonnegut, Will Eisner, Dave Eggers, Rick Moody, Henry Miller. Scrive su Repubblica, Rolling Stone, Studio.
Commenti
9 Commenti a “The Pale King”
  1. Enrico Macioci scrive:

    Credo che parliamo di due ordini di grandezza diversi. Franzen non è Wallace. Scrive libri ponderosi ma non poderosi, sa raccontare ma non stupire, non è innovativo – non mi riferisco allo stile o alle sperimentazioni, ma alla qualità del pensiero.
    Franzen possiede una visione del mondo che non amplia quella del lettore (al massimo la illumina meglio, il che non è comunque poco), Wallace pur con alcuni limiti invece sì.
    Immaginiamo una stanza: Franzen è capace di descriverla perfettamente ma non sa andare oltre (o non vuole, il che è lo stesso), Wallace dispone d’una vista che va dal macro al micro, coglie il divano e il granello di polvere sul divano, il lampadario e il moscerino che vola attorno al lampadario, la piastrella e il graffio minimo sulla piastrella, il tavolo e tutte le stoviglie e gli oggetti sul tavolo eccetera, e quando non si perde in un eccesso d’analisi è anche in grado di mostrare le connessioni fra macro e micro, che ai più di noi restano invisibili.
    Secondo me continuare ad affiancare questi due autori o a contrapporli, benchè venga quasi automatico (coetanei, americani, amici) è un errore. Wallace è d’altra e superiore categoria.

  2. minimaetmoralia scrive:

    Quest’articolo di Francesco io l’ho trovato commovente per vari motivi: uno dei quali è per come è scritto.
    christian raimo

  3. matteo telara scrive:

    Caro Francesco, concordo pienamente con Christian. E attendo, con pacata impazienza, di leggere quello di cui parli.

  4. enrico brega scrive:

    a proposito di francesco piccolo e successivi commenti. quale modesto affiancatore della cosiddetta “logosfera” non posso che essere felice che si parli, si discuta di wallace e franzen. su alcuni giornali nostrani ho letto qualche banalità riguardo a libertà di franzen. fortunatamente al momento non si verifica la stessa cosa per the pale king (sarà perché disponiamo della sola versione in lingua inlese.) io ho letto fin qui le prime 100 pagine del nuovo incompiuto romanzo di dfw e ho ritrovato il grande, coraggiosissimo scrittore che ha catturato sin dalle sue prime opere la mia emozione e la mia sete di innovazione nella letteratura. mi viene alla mente eraclito col suo “non possiamo bagnarci due volte nello stesso fiume”.
    ma tornando ai due grandi scrittori, credo non si debba incorrere nell’errore di inchiodarli in una scala gerarchica come si protrebbe forse (ma non sempre) fare per esempio con certi campioni dello sport, tipo “questo calciatore è di un’altra categoria rispetto a quest’altro”. vale a dire che franzen non è per nulla inferiore a dfw, ma si muove semplicemente su percorsi diversi (si vedano anche le sue raccolte di articoli/saggi da cui c’è molto da imparare.)
    finendo queste righe con una divagazione è vero o no che “oggi il romanzo è americano”, come non molto tempo fa ha scritto il direttore del new yorker? e se sì, perché?

  5. silvia giuntinelli scrive:

    Condivido molto dell’articolo. sono a metà del capitolo 22 e cerco di frenare la lettura, che mi travolge come solo DFW riesce a fare, perché “sento” che è un capitolo fondamentale, quasi a sé stante, come alcune parti di IJ, e vorrei godermelo più lentamente possibile. Da un lato la voglia di riflettere su alcune semplici frasi, che aprono mondi interiori, dall’altro la gioia pura della prosa che ti cattura, ghermisce, coinvolge e spinge sempre oltre. Ancora una proposizione, poi mi metto a pensare. E invece arrivi alla fine della pagina, e la giri, e leggi ancora.

    “The more fragmented the memory is, though, the more it seems to feel authentically mine, which is strange. I wonder if anyone feels as though they’re the same person they seem to remember.”

  6. enrico brega scrive:

    silvia giuntinelli ha espresso im modo esemplare sentimenti che provo anch’io. sarebbe interessante e piacevole leggere altri interventi sul tema…non trascurando però jonathan franzen.

  7. Sto leggendo THE PALE KING, ovviamente non tradotto ma nella magnifica rutilante acrobatica lingua dell’autore. Meglio che farsi giri e giri continui su un ottovolante. Sostanzialmente commovente e oniricamente infantile – il sogno di un gigante buono. DaniMat

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  1. […] di quest’anno uscirà, postumo e incompiuto, l’ultimo romanzo di DFW, Un re pallido. Da un articolo apprendo che l’obiettivo che si era dato DFW in quest’opera era quello di […]

  2. […] Mathias Énard. È la nostra prima recensione collettiva. La prossima, tra qualche mese, sarà su David Foster Wallace, di cui oggi ricordiamo l’anniversario della morte. Rate this: Like this:LikeBe the first to […]



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