TABLEAU

Tempesta e quiete su Bangui la “graziosa”

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Pubblichiamo un pezzo uscito sulla Domenica del Sole 24 Ore, che ringraziamo. L’illustrazione è di Didier Kassaï.

A Bangui, città situata sul quarto parallelo nord, il sole tramonta ogni giorno dell’anno verso le sei. Durante la stagione secca, è l’ora in cui l’oltre milione di abitanti può sperare un po’ di refrigerio dalla lunga notte tropicale, ma è anche quella in cui, per la carenza di elettricità che piomba interi quartieri nel buio, sorgono problemi nella vita domestica e pericoli fuori di casa.

Quando il sole torna ad ardere verso le sei del mattino, problemi e pericoli non scompaiono, cambiano soltanto segno: l’assenza di una vera e propria rete idrica e fognaria, causa di malattie come il colera e la dissenteria, la difficile viabilità delle strade, affollatissime e quasi tutte non asfaltate, la ricerca spesso picaresca dei mezzi di sussistenza per la giornata.

Classificata penultima città al mondo, prima di Bagdad, secondo l’indice Mercer della qualità della vita, Bangui è la capitale di uno stato, la Repubblica centrafricana, classificato anch’esso penultimo, prima del Niger, secondo l’indice ONU di sviluppo umano.

Eppure ci fu un tempo, all’epoca dell’ubuesco dittatore Jean-Bedel Bokassa, proclamatosi Imperatore del Centrafrica nel 1977, in cui Bangui era soprannominata la coquette, la graziosa. Già dotata di una splendida posizione naturale sul fiume Ubangi e di un bel centro coloniale, la città fu allora modernizzata tramite interventi infrastrutturali mirati, divenendo nota per una sua certa eleganza e douceur de vivre. Nella memoria dei Banguissois, quella di Bokassa resta malgrado tutto un’epocabenedetta. Cosa accadde in seguito? Una successione quasi ininterrotta di colpi di stato, di conflitti armati tra i diversi governi e le molteplici fazioni di ribelli, l’ultimo dei quali, iniziato nel 2013, si trascina ancora oggi.

Nel frattempo, la Repubblica centrafricana è diventata un Paese senza Stato. In un territorio grande quanto la penisola iberica e popolato da meno di cinque milioni di abitanti, l’attuale governo, formato dopo le elezioni presidenziali del 2016, controlla a malapena la zona della capitale. Ma se a Bangui lo Stato è più o meno presente, ciò avviene, in realtà, per l’interposizione di altri organismi: le forze d’intervento e le agenzie umanitarie dell’ONU, nonché le decine di ONG che promuovono progetti di sviluppo.

I funzionari occidentali di questi organismi, sottoposti a regolamenti di sicurezza interni che vietano loro di girare a piedi per la città, vivono in regime di autosegregazione. Nelle strade di Bangui, delimitate da lunghe fila di casupole e baracche, animate dalle attività frenetiche di un’economia del tutto informale, è pressoché impossibile vedere camminare un bianco, a meno che non sia uno dei rari giornalisti o missionari europei presenti nella capitale. Una situazione che non aiuta ad attenuare il sentimento, molto forte nei Banguissois, di un’umiliante, distaccata tutela esercitata dalla comunità internazionale.

Sorta di micro-repubblica all’interno dell’ormai fantomatica Repubblica centrafricana, Bangui racchiude a sua volta un piccolo territorio che sfugge a ogni vigilanza istituzionale: il quartiere del Chilometro 5 (così denominato per la sua distanza dal centro, il cosiddetto chilometro 0), pittoresco rione dedito a fitti commerci, oggi in mano a bande di rivoltosi islamici. La relativa colorazione religiosa della guerriglia è una novità per questo Paese dove, in precedenza, la maggioranza di cristiani e la minoranza di musulmani avevano sempre convissuto serenamente. Si tratta, da parte di milizie il cui fine è la supremazia su risorse minerarie immense, e i mezzi quelli mafiosi del taglieggiamento degli abitanti, di un’importazione strategica dei conflitti interconfessionali presenti in altri Stati africani.

In queste settimane di Quaresima vissute con grande intensità religiosa dalla comunità cristiana, le aspettative di pace della popolazione banguissoise sono volte agli accordi da poco siglati tra il governo e i vari gruppi di ribelli. In cambio del cessate il fuoco i ribelli hanno chiesto, e finito per ottenere, alcuni posti di responsabilità ministeriale. Questa spartizione di potere garantirà forse une fragile tregua militare, di certo non emenderà il sistema di corruzione endemica che regge il Paese.

A favorire l’intesa tra governo è ribelli è stata la Russia, che insieme alla Cina è diventata, a detrimento della Francia, la nuova potenza straniera di riferimento. In cambio di ricche concessioni minerarie, i Cinesi costruiscono qualche infrastruttura, mentre i Russi si occupano del riarmo e addestramento dell’esercito (i sospetti di mazzette aggiuntive, fondati, abbondano). Quanto ai Francesi, restano per il momento ridotti al ruolo di spettatori del mutato scenario politico. E sono sempre più invisi alla popolazione, che attribuisce alla loro decennale influenza di ex colonizzatori l’annichilimento del Paese.

A Bangui, l’unico retaggio del prestigio della Francia è la sede dell’Alliance française, che è anche il solo centro di ritrovo culturale della città. Ai tavoli del caffè all’aperto, nel vasto giardino tra gli edifici che ospitano una biblioteca, una mediateca, le aule per i corsi di lingua, un auditorium e una sala per gli spettacoli, è possibile incontrare giornalisti, artisti e studenti. Contrariamente al luogo comune europeo secondo cui gli Africani sarebbero un’orda bramosa di attraversare il Mediterraneo per invadere i nostri confini, i Banguissois con cui si ha l’occasione di discutere all’Alliance française sembrano molto implicati nelle difficili sorti del loro Paese, seppure interessati anche a ciò che avviene altrove.

Skeny è uno studente al secondo anno di medicina. Vorrebbe diplomarsi in ginecologia ostetrica. Al momento la Repubblica centrafricana ha uno dei tassi di mortalità neonatale più elevati al mondo e dispone di soli sette ginecologi ostetrici, tutti raggruppati nella capitale. L’ambizione di Skeny è aprire un reparto di questa specialità in un ospedale di provincia.

Jean De La Croix è al primo anno di ingegneria. Durante gli anni del liceo ha assistito alle devastazioni della guerra civile. In un Paese dove il poco che era stato costruito è finito in gran parte distrutto, questo ragazzo dal nome impegnativo aspira a creare un’impresa edile, in modo da contribuire a un processo per ora ipotetico di ricostruzione.

Mireille ha ventitré anni ed è iscritta in un’università privata al primo anno di master in gestione aziendale. Viene da uno dei quartieri più poveri di Bangui, ma può permettersi la retta grazie a una delle borse finanziate dai padri missionari del Mont Carmel. La scelta di proseguire gli studi sino a un livello avanzato è stata osteggiata dal suo ambiente, in particolare dalle donne di famiglia, improvvisatesi guardiane dello stesso ordine sociale di cui sono state vittime. Senza avere avuto bisogno di leggere Bourdieu, Mireille parla di “dominazione maschile” a proposito della condizione della donna in Centrafrica. Una volta diplomata vorrebbe creare una propria attività d’imprenditrice nel settore tessile.

Di tali, simili o antitetiche aspirazioni è acuto e scanzonato testimone il disegnatore Didier Kassaï, autore di un romanzo grafico in più volumi sull’ultima guerra civile centrafricana: Tempêtesur Bangui (La boîte à Bulles, vol. 1 e 2, 2015-2018, il vol. 3 è in preparazione). La sua casa è stata incendiata durante gli scontri tra fazioni, quando ancora stava lavorando al primo tomo, polverizzato nel rogo. Kassaï non si è dato per vinto e ha ricominciato la propria opera da capo. Il riscontro dei lettori francesi gli ha permesso di costruirsi una nuova casa, dove vive con la moglie, i cinque figli e altri quattro bambini della sua famiglia allargata, rimasti orfani negli ultimi anni.

La Bangui da lui ritratta è una città che, malgrado la miseria e le distruzioni della guerra, non cessa di pulsare al ritmo della propria forza vitale, coltivando l’anelito a un vero cambiamento. Sua è l’illustrazione che accompagna queste note di viaggio.

Filippo D’Angelo è nato a Genova nel 1973. Ha pubblicato per minimum fax il romanzo La fine dell’altro mondo (2012) e l’antologia Troppe puttane! Troppo canottaggio! Da Balzac a Proust, consigli ai giovani scrittori dai maestri della letteratura francese (2014).
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