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Tempesta solare sul posto di lavoro

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Pubblichiamo un racconto inedito di Gregorio Magini.

a S.

di Gregorio Magini

L’edificio della sede sublocale di JRS era nella zona dei servizi, il solito riattamento di condo-rudere in stile tumeur bénigne, con i dodici livelli dislocati di scaglie scure su un telaio di chaoite che imitavano rozzamente una fruttificazione fungina. Contrasto prevedibile: l’interno era ultramoderno. Fu accolta da una donna di non più di quindici anni che irradiava amichevolezza e si presentò come Bāe e la condusse su e giù per un corridoio. Sbirciò in passaggi che davano su stanze gremite in pendenza emolliente, sul modello di quegli stadi arcaici… L’illuminazione era calda, il clima tiepido, le piacque molto la prospettiva di occupare una di quelle postazioni. Bāe la introdusse in un ambiente con arredi di cellulosa.

Fino a pochi giorni prima era certa che non avrebbe mai fatto un lavoro normale. Si era sempre sentita orgogliosamente diversa dagli altri, anche se grazie al cielo nessuno se ne era mai accorto, di certo lei non se ne vantava. Inoltre era sempre stata convinta di essere una donna di altri tempi: durante l’adolescenza diceva sempre ai suoi ragazzi, sono così retrò, dovevo nascere quando internet non esisteva. E adesso all’improvviso: un’impiegata!

In astratto, il periodo di prova assegnato dall’agenzia di intrattenimento JRS non era niente male: l’ufficio a soli cinquanta minuti di spostamento da casa; la paga, sebbene simbolica, le avrebbe dato accesso a una vera carta di credito, la prima della sua vita; l’indice di JRS in fatto di inclusività, valorizzazione della diversità e rispetto delle insicurezze era ampiamente sopra la media.

L’incaricata, recitava la lettera d’incarico, smisterà contenuti curati verso consumatori intermedi, nodi pubblicitari, schiere di produzione narrativa, e altre entità che ne fruiscono come supporto creativo. In pratica non ci capiva niente, ma si era fidata del meccanismo di selezione e aveva firmato subito il contratto. Aveva atteso i tre giorni obbligatori di raccoglimento dormendo molto.

La sera prima del colloquio si era preparata a deflettere tutte le possibili difficoltà che le erano venute in mente: spaesamento, senso di inadeguatezza, scarsa integrazione, ostilità da parte di colleghi che potevano percepire la propria posizione insidiata dal nuovo ingresso, ecc.

Al tavolo centrale, oblungo come un’ameba, c’erano un uomo e una donna, identici in tutto tranne i tratti sessuali, che lavoravano su un’interfaccia con concentrazione perfetta, e una donna in giacca e cravatta che sedeva e valutava il lavoro dei gemelli con cenni e movimenti degli occhi. In silenzio, Bāe le si mise accanto, e lei la imitò. I gemelli scandivano parole che dovevano essere segnali o illustrazioni del lavoro in atto: “digestione”, “pigramente”, “istanza”, e altre non comprensibili, forse sigle, neologismi. Infine si alzarono e uscirono. La admin mosse una mano e balbettò: Benvenuta in JRS… Alice… è sempre una commozione… ci tengo a premettere che dall’ultimo confronto è uscito un orientamento… una forza di cose… per cui ti si è assegnata la postazione nello scrittoio.

Si resettò in un’espressione neutra. Dopo fece una smorfia di rammarico e riprese, sempre con un fil di voce: Ciò che più conta è l’atteggiamento… che sia accessibile… collaborativo… senza nulla togliere a traiettorie individuali, traiettorie senz’altro legittime, di pienezza. Ma aperto al confronto, e anche, perché no?… a intime emozioni. Congedò le ragazze con un sorriso sofferto.

Lo scrittoio? Sì, rispose Bāe mentre tornavano, era il sito della presidente uscente. L’hanno resa vacante giorni fa, e naturalmente l’ambiente è diventato subito l’oggetto delle aspirazioni di quaranta tra gestionali e intermedi. Il nucleo, come sempre in questi casi, ha optato per il taglio del nodo, affidando a caso la stanza di vetro al primo nuovo ingresso: tu.

La stanza di vetro? Sì, è tutto visibile, assai luminoso, unica nel suo genere. Attraversarono un’area ufficio popolata, alcuni sguardi curiosi si alzarono dalle interfacce, Alice registrò che assieme a Bāe doveva rappresentare un gradevole momento erotico. In fondo alla prospettiva la successione dei banchi si chiudeva in una radura abitata da un cubicolo di pannelli trasparenti, libero su tre facce e adiacente, su quella più lontana, alla parete perimetrale, in cui si apriva una finestra da cui s’immetteva la luce solare, generando tra gli spigoli del prisma una pioggia di piccoli arcobaleni. Dentro c’erano una scrivania grande, libera, e una piccola dove operava un omino gobbetto. Non far caso a Bob, disse Bāe, e si congedò con un inchino.

La stanza aveva un clima proprio, più secco e caldo che fuori. I suoni arrivavano attutiti. Alice si sentì in uno spazio sicuro. Bob si mise a bofonchiare, smisto messaggi di errore disse, più del 15% delle transazioni va in stato di eccezione, l’obiettivo è far sì che il recipiente percepisca l’errore come un premio, o addirittura, date le giuste condizioni, come puro e semplice stato di grazia. La presidente non l’ha capito, aggiunse, e infatti l’hanno resa vacante. Alice zittì Bob con un’emissione di noia e si addentrò nell’interfaccia, che le presentò una guida mansionale ricca di spunti.

Il procedimento: l’applicativo forniva gruppi di stringhe in cinese pescate dalla massa dati globale; l’operatrice (che non conosceva e non doveva conoscere il cinese) le faceva analizzare da una serie di programmi denominati p13, p21, p34, …; questi restituivano una griglia di valori di leggibilità, coinvolgimento potenziale, sonorità, ecc.; l’operatrice vagliava i risultati con tempi di reazione inferiori al secondo e indirizzava la coalescenza su un servizio esterno, una bot estrosa di nome Clowd che era molto riservata in quanto alla natura della propria funzione, ma rispondeva a ogni invio con una simpatica animazione in stile anni Dieci (un pezzo di sushi che balzellava su un tagliere, una graffetta con il naso e i baffi che faceva l’occhiolino, e altre, comunque tutte sorridenti).

Era facile e coinvolgente, anche se di tanto in tanto doveva reprimere l’impulso di dirottare le frasi in cinese nel traduttore. La prima giornata passò così, normale, senza influssi scoraggianti, con Bob che borbottava scongiuri contro le avarie del sistema e le pareti di tripli vetri che proteggevano da ogni interferenza. Passò la prima settimana, passarono giorni sempre più lievi e uguali tra loro. Dopo il primo stipendio, fece acquisti di scarpe e vestiti per dare concretezza al credito guadagnato. Scoprì che spendere del proprio era più difficile che spendere le dazioni dei genitori, perché diventava attraente anche un’idea nuova, quella del risparmio, che prometteva grandi soddisfazioni, anche se la faceva sentire un po’ sfigata.

C’era una clausola di contratto che la impegnava a recarsi ogni martedì pomeriggio nello studio della dottoressa Brahimi e parlare con lei per venti minuti. Gli incontri si rivelarono un gradevole diversivo, la dottoressa parlava quasi tutto il tempo e la metteva di buonumore, anche se alla prima il fatto che la dottoressa si presentasse come matriarca della scuola del Grande Insetto e si accarezzasse la barba ricciola da persiana la rese diffidente.

Fecero capolino ipotesi di nuovi progetti; assicurato il lavoro almeno per la stagione, era già il momento di pensare a nuovi obiettivi, traguardi allettanti perché di vasta portata ma non ben definiti (tipo, adottare un partner stabile?) o conveniva concentrarsi su passi più concreti, di rilevanza innegabile anche se non accendevano l’entusiasmo, come un trasferimento a ruolo più prestigioso, o l’accensione di un mutuo?

Per intanto si attenne a una tattica di breve respiro di mantenimento della posizione. Notò che in alcuni colleghi si andava formando uno schema di blanda ostruzione: rifiuto di rapporti in persona fisica, propensione a omettere il suo profilo da comunicazioni rilevanti, ostensione di battute non decifrabili. Erano dei perdenti e non componevano che una piccola frazione dell’ecosistema JRS, ma erano pericolosi in quanto la mettevano alla prova su qualità che non era sicura di possedere, come per esempio la resilienza. Si preparava a reagire e nel frattempo studiava, con discrezione, perché non doveva dare a vedere che percepiva i suoi nemici come una minaccia.

Il terzo mese apparve il rumore di fondo. Lo udiva quando si metteva a letto, non tutte le sere, tuttavia piuttosto spesso. Non ricordava la prima volta, andò all’incontrario, che una sera si rese conto insieme del rumore e della sua familiarità, ovvero, la prima volta che se ne accorse era già un’afflizione cronica. Il rumore le ritardava il sonno perché la preoccupava; non era abituata ai problemi fisici, non riusciva ad accettarlo. Era una vibrazione simile per certi versi al ronzio di una mosca, ma più grave e, quel che è peggio, non localizzata, cioè, non veniva da sopra da sotto da dietro, e nemmeno da dentro, ma era semplicemente lì al posto del silenzio. La connessione con il silenzio era sottolineata anche dal fatto che il rumore si manifestava solo nella quiete profonda, era molto suscettibile al riguardo, bastava un sospiro, il fruscio del lenzuolo o un mezzo di passaggio e il rumore si dissolveva, per riprendere subito dopo appena tornato il silenzio. Così per darsi un po’ di tregua Alice si metteva a lallare sommessamente o a carezzarsi il lobo dell’orecchio.

Di giorno il ronzio non era percepibile e se ne dimenticava. Nel tramestio ovattato della stanza di vetro, ogni tanto, percepiva una qualche interferenza, ma durava un istante, Bob manipolava le sue sequenze, gli altri indefiniti intorno lavoravano assorti, e poteva riprendere la commutazione delle frasi cinesi.

Venne l’estate, la stagione iniziò senza grandi surriscaldamenti e negli ultimi due mesi e mezzo non c’erano state crisi di alto livello in nessuna area sensibile del pianeta. Una mattina però Alice si trovò lo stream punteggiato di allarmi, l’autorità NOAA-SWPC diramava la previsione che il Sole sarebbe stato sconvolto da una serie di turbolenze magnetiche, mai viste, fuori scala, in evoluzione, con margine di errore trascurabile, in venti solari senza precedente; la tecnosfera era pronta perché già da alcuni decenni i circuiti sensibili erano pienamente schermati, ma l’entità della tempesta era tale da suscitare fantasie di distruzione in più di un commentatore.

Si mise alla scrivania nella stanza trasparente con una punta di apprensione. Ma la sequenza senza pausa di frasi da smistare la distrasse. Quando la tempesta solare si scatenò alle 12:12:2112 UTC era totalmente concentrata e fu presa di sorpresa. Il rumore di fondo tremò e si spense in un lampo. La cosa fu che si spense tutto: lo schermo, le luci, l’aria condizionata. Alzò il capo, era tutto fermo. Il chiarore amico dell’impianto elettrico era scomparso per lasciare il campo a ombre fredde filtrate dall’esterno. Non c’era più campo. Tutte le notifiche rimaste in sospeso erano scomparse, quella grande sfera assillante di messaggi puntati come armi verso la sua attenzione si era dissolta. Bob, dietro la postazione nell’angolo, occhi e bocca spalancati, catatonico, tremolava a scatti. Alice uscì dalla gabbia divenuta opaca. Nella sala esterna, dove fino a pochi secondi prima fervevano centinaia di impiegati, si udiva solo qualche rumore ritmico come di stoffa che struscia. Un capofila, ritto nel corridoio centrale, si inchinava senza tregua in direzione di qualcuno che era quasi invisibile nella penombra, non raggiunto dai pochi smorti raggi di luce naturale che rimbalzavano dalla finestra. Continuavano a resettarsi, tutti incastrati in un circuito ricorsivo di un secondo o due, Alice pensò che doveva essere un test ma poi riconobbe il ragno sullo specchio che la logica è quando è disorientata. Si diresse verso gli uffici amministrativi. Nella camera oblunga i gemelli, seduti accanto come al solito, ripetevano una parola, “singoletto”, sfalsati di pochi decimi di secondo.

Aprì la porta sul fondo, un gesto, far scorrere una porta con le mani, cui era così disabituata che le sembrò impacciato. Dentro lo spazio personale della admin era buio pesto e c’era odore di acqua di lavanda. La admin, dal fondo dell’oscurità, gemeva di dispiacere ciclicamente, una di quelle espressioni profondamente sentite che possono diventare emblematiche, per caso, quando entri in una stanza e ti colpiscono, e per molto tempo sentimenti simili ti faranno venire in mente quel verso particolare, una visione intrusa nella tua mente. Si reiterava: lo stesso sospiro addolorato ma composto, ancora e ancora.

Alice immaginò che rompeva la admin premendole forte il collo, che non usciva punto sangue, poi finalmente la paura prese il sopravvento e si voltò e corse a ritroso oltre i gemelli, per il corridoio serpeggiante, per la sala paralizzata, nella stanza di vetro dove Bob continuava a fare la routine, si sedette al suo posto, si mise la testa tra le mani e si concentrò per fare il vuoto mentale, prima regolarizzò il battito cardiaco, che a tratti le pareva rimbombare da ogni lato, poi cercò di organizzare i frammenti di tranquillità, s’inventò che erano farfalle da prendere col retino, lucciole da mettere nel vasetto, proprio mentre le sembrava che aveva recuperato un minimo distacco irruppe un’idea buffa e devastante, se mi svuoto completamente sarò come loro? iniziò a pregare, cioè, a pensare incessantemente “ti prego ti prego ti prego”, e l’impianto tornò in vita, e tutti riattaccarono il lavoro senza indugio.

Si tenne l’esperienza per sé perché se veridica parlare era pericoloso, e se un’allucinazione, parlare era inutile. Solo alla dottoressa Brahimi, intuendo che sarebbe stato impossibile cercare di nasconderle che qualcosa era accaduto, raccontò che aveva sognato che tutte le persone del mondo in realtà erano automi, eccetto lei; lei, l’unico essere umano rimasto, e in qualche modo sapeva che la ragione per cui era stata prescelta era che aveva una missione.

Una missione?

Sì. Non lo so. Mi sono svegliata prima di capire quale fosse.

I sogni sono spazzatura dell’inconscio. Non significano niente. È il cervello che tira lo sciacquone per riportare i processi cognitivi al livello di base. Siamo organismi concitati, non trovi? C’è nella nostra testa un motore che gira sempre al massimo dei giri, che assurdità James Williams (è lui, James, e non Einstein, quella di Einstein è una leggenda) quando diceva che usiamo solo il 10% delle nostre potenzialità cerebrali. La verità è che in stato di veglia usiamo almeno il 130-140% del cervello. Siamo costantemente a rischio di surriscaldare e fondere, o deragliare, vedi tu quale metafora preferisci. È un motore impazzito senza freni, e l’unico modo che abbiamo di tirare un po’ il fiato è spegnere tutto, i manichini isterici delle idee si disanimano e perdono tutta la forza, ma mentre crollano l’energia residuale continua a rimestarli, come il vento che agita le foglie cadute.

Mentre parlava con la sua solita verve, la dottoressa Brahimi cominciò a fare una cosa che non faceva mai: si alzò dal suo sgabello e si mosse per la stanza. Recuperò alcuni fogli e una penna e senza interrompere il discorso prese a tracciare dei segni.

Questo rimpasto sono i sogni. Detriti casuali di una giornata.

La dottoressa Brahimi mostrò un foglio:

SEI CONTROLLATA

Ma sarebbe un errore pensare che siccome i sogni non significano niente allora non hanno valore. C’è qualcosa che non abbiamo ancora capito dei sogni. Perché in fondo li ricordiamo. Potremmo benissimo sognare e non saperne mai nulla, e invece li ricordiamo. Quella paccottiglia allora, in qualche modo, deve servire a qualcosa. Forse semplicemente a divertirci un po’, voglio dire, i sogni esistevano prima dei film elettronici, uno svago incorporato è per forza di cose, per molto tempo nel corso dell’evoluzione, l’unico svago possibile. Ma secondo me c’è qualcosa di più. Un messaggio segreto dei sogni, di tutti i sogni, che come cultura umana non abbiamo ancora recepito. Un messaggio fondamentale su quello che siamo, su dove dobbiamo andare.

DIMENTICA

Per tornare al tuo sogno specifico, puoi tranquillamente riflettere da sola sull’eventualità che le tue giornate siano un po’ congestionate da preoccupazioni assai legittime sul reale interesse che ha per te e per i tuoi piani di vita il tuo nuovo lavoro. Se ci hai riflettuto a mente sgombra anche solo un poco, ti sei sicuramente già resa conto che al di là delle normali scosse di assestamento hai pescato una posizione fortunata. E non te lo dico perché sono pagata dal tuo datore di lavoro, per quanto se non fossi pagata, non te lo direi. Lo dico perché lo credo, e lo credo perché credo che lo credi tu.

O MUORI

La dottoressa Brahimi continuò a parlare sempre più a caso. Mise via i fogli e ritornò alla sua posizione classica sullo sgabello, le gambe accavallate e la mano destra ad accarezzare la barba. Alice sentì di nuovo, come durante il blackout, la sensazione di essere finita nella stanza sbagliata, in un posto che non era la realtà.

Il tuo impiego presso JPR ti piace e soprattutto ti apre prospettive di carriera non trascurabili. Potrei consigliarti dei farmaci per annullare l’attività onirica ma una richiesta medica mi obbligherebbe a segnare il trattamento al datore di lavoro, il che, sia detto tra noi, sarebbe sgradevole per me quasi quanto per te.

Quella notte invocò il rumore di fondo e quando questo si presentò sommergendo il tumulto dei pensieri si addormentò con gratitudine. Nei giorni seguenti ci mise anche della buona volontà, ma non c’era dubbio che avrebbe dimenticato solo con una operazione al cervello. Tornare all’ignoranza non era un’opzione di salvezza. Ma una minaccia così astratta non la spaventava, si convinse che se già era stata vittima di allucinazioni era possibile che anche il consiglio muto della dottoressa Brahimi non fosse che un’invenzione della sua fantasia. Ciò che non aveva previsto, fu che nell’arco di breve tempo si sentì soffocare dall’impulso di parlare della tempesta solare, e non era importante se significava rivelare una terribile verità oppure confessare una grave instabilità psichica. Ma era impossibile. Un passo falso e avrebbe perso il lavoro, il partito dei suoi avversari era in agguato sempre pronto a saltarle addosso. La admin sembrava ben disposta ma era improbabile che avrebbe preso le sue difese in caso di attacco. Bob era buono ma non aveva alcun potere; Bāe ogni tanto portava il caffè. Cercò di focalizzarsi sulle scritte cinesi: prendere gli ideogrammi, separarli, processarli, spedire di furia i risultati trasdotti, di cui solo per sbagliole rimaneva impressa una parola qua e là, quaranta volte al giorno, ottocento stringhe al giorno, finché non le venne un’idea e non si trattenne: ignorò la trasduzione, scrisse “Tempesta solare sul posto di lavoro” e inviò. Poco prima delle diciotto lo fece di nuovo, “Singoletto: una specie con un solo esemplare”. La faccia ebete di Bob per un attimo le sembrò artefatta, ma non poteva essere al corrente, non erano nemmeno connessi alla stessa rete interna. Bastava non esagerare, non più di due tre sostituzioni al giorno. Qualcuno simile a lei, prima o poi, di miliardi di miliardi, avrebbe filtrato il rumore di fondo, avrebbe recepito il messaggio. “Non siamo sole”.

Commenti
5 Commenti a “Tempesta solare sul posto di lavoro”
  1. Luigi scrive:

    Gregorio, allucinante distopia!
    Ma non si può rinunciare a lasciare un messaggio nella bottiglia.
    Luigi

  2. Ponce scrive:

    uhmmmm

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