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Tempo di trasformare il dolore in bellezza

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Questo pezzo è uscito su Europa. (Immagine: Man Ray, Portrait of Lee Miller – Flying Head)

Nove volte su dieci le storie d’amore raccontate dalla letteratura sono storie di adulteri. Lo sapeva già Denis de Rougemont che in L’amore e l’occidente ripercorreva l’origine delle trame incentrate sulla passione, traendone la conclusione che per essere tali queste devono presupporre una trasgressione dalla relazione di coppia (non c’è racconto d’amore senza ostacolo).

Sarà che nei secoli le narrazioni ci hanno abituato a queste dinamiche del desiderio, ma colpisce incontrare una storia d’amore limpida e lineare. In cui l’amore brilla dei suoi requisiti più tipici: la fedeltà, la gratuità, la rinuncia a cambiare l’altro (e forse addirittura a capirlo).

Una delle più belle storie d’amore degli ultimi anni è raccontata da Valeria Parrella nel romanzo Tempo di imparare (Einaudi, pp. 130, euro 17) e riguarda il sentimento tra una madre e un figlio: «ci accasciammo, io e Ariel, vedendoti all’asilo: tu eri diverso da tutti gli altri». Arturo è un figlio misterioso, speciale, un punto interrogativo con «condotte autistiche»: «mi piacerebbe dirti cose e sentirne risposte» sogna la madre, una volta messe da parte le lacrime.

Sullo sfondo di un’Italia «coi vetri tenuti dagli scotch alle finestre», fatta di attese, di corridoi, di ambulatori, la narratrice e Ariel si prendono cura di Arturo, e imparano molte cose della vita grazie alla sua enigmatica presenza. La madre impara atteggiamenti diversi: ad essere cinica, a chiedere aiuto, a «esistere», «imparo a rilassarmi e trovare le conchiglie più belle». I fossati burocratici che incontrano non scalfiscono il vigore di una cura meticolosa vissuta come un’avventura ora eroica ora dolorosa.

Scrive ad un certo punto Valeria Parrella che «la sofferenza si annida nella bellezza», ma nel frattempo la sua scrittura ci ha convinti dell’esatto contrario: è la bellezza che si annida nella sofferenza.  Non servono grandi scrittori infatti per concludere che il mondo è pieno di storture, la sfida della letteratura è piuttosto quella di donarci lenti che mettano a fuoco il senso dell’esistenza stanando il valore della vita lì dove la bellezza ne segnala tutta la preziosità.

Dopo due raccolte di racconti (edite da minimum fax) e Lo spazio bianco (Einaudi) la scrittura di Valeria Parrella ha mantenuto la freschezza degli esordi spingendosi a modellare nuove architetture sintattiche. Spesso la musicalità del suo fraseggiare si impone con prepotenza nelle pagine e le immagini che sceglie sono così forti da mettere in secondo piano le strutture linguistiche. Ecco cosa succede quando Arturo agita le braccia in mezzo ad altre persone: «Andavi, andasti, sbattere veloce di braccia come ali al decollo: e una ballerina la chiamò danza, e un medico lo chiamò manierismo, una maestra l’uccellino. Io non lo chiamavo. Da tanto lo facevi che non me ne ero accorta. O forse pensavo fosse di tutti. O della crescita. O che non fosse grave, l’indice del nulla. Quando lo facevi, che tentavi il volo tuo, piccolo Dedalo, la spiaggia si ritraeva, i genitori sorridevano imbarazzati e si congedavano, solo i bambini, che sono più forti, restavano a guardarti».

L’amore disinteressato, tenerissimo e senza ombre non protegge certo dalle pugnalate dello sconforto, dal sacrosanto desiderio della normalità, né dal disagio e dalle tante paure: «Per molto tempo ho avuto paura che il dolore ottundesse la felicità», «temo di morire e non lasciarlo autosufficiente». Non sono solo le domande poste ad Arturo a rimanere senza risposta, sono anche quelle che una madre pone a se stessa: «Vorrei vedere chiaro tra il rispetto di te e l’abbandono a te stesso, tra il tentativo di coinvolgimento e la costrizione. Vorrei sapere dove sbaglio e quando sbaglio, e intanto mi vergogno».

Cosa palpita dietro «quel silenzio ostinato»? Sarà che Arturo cammina «in punta dei piedi», che sbatte le braccia come «ali» e che porta luce senza bisogno di parlare, ma il suo tentativo di «non toccare terra» assomiglia molto a quello degli angeli.

Ha ragione de Rougemont a decostruire le passioni letterarie sulla scia di Tristano e Isotta. Per raccontare l’amore tra una madre e un figlio non sono necessari invece i “filtri d’amore”. E ha ragione soprattutto il compagno della narratrice : «Ariel dice che so trasformare il dolore in bellezza». Di certo, è tempo di imparare anche per i lettori. Che in queste pagine  fanno esperienza di una verità sulla vita che si riscopre tutte le volte si legge un buon libro: «Così impariamo che tutto ciò che per tutti è normale, per noi è bellissimo».

Francesco Longo (Roma 1978), giornalista, è autore del libro Il mare di pietra. Eolie o i 7 luoghi dello spirito (Laterza 2009) e di Vita di Isaia Carter, avatar (Laterza 2008, con C.de Majo). Ha pubblicato la monografia Paul de Man (Aracne 2008). Collabora con La lettura del Corriere della Sera e con le pagine culturali del quotidiano Europa. Scrive su Nuovi Argomenti.
Commenti
2 Commenti a “Tempo di trasformare il dolore in bellezza”
  1. scrive:

    Bello ‘sto pezzo.
    Io ho molto imparato da questo libro della Parrella. Rimbomba piacevolmente ancora nella mia mente, quindi, è sempre Tempo di imparare dalla vita.

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  1. […] Tempo di trasformare il dolore in bellezza : minima&moralia. […]



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