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Tempo di imparare

Questo pezzo è uscito sulla rivista Gli Asini

di Federica Lucchesini

A volte per i libri non è sbagliato parlare di “uso”. Ce ne sono così tanti, buoni e meno, che chiedersi di uno quali pensieri e intenzioni ci lasci formulare e quali discorsi ci lasci mettere in opera, può essere un criterio critico non disprezzabile. Valeria Parrella ha scritto dunque un libro molto utile, di cui ci si potrà servire in vari situazioni, private e pubbliche. Tempo d’imparare (Einaudi 2013,126 pagine) si gioca tutto su questo confine mobile e fondamentale,lo abita senza mai dirlo direttamente, insistendo su questa relazione o oscillazione, evidenziando la regione dove alcune cose si fanno politica, altre no, alcune si fanno esperienza e altre cultura, alcune sono dicibili e altre meno.

Anzi quest’ultimo punto – la dicibilità pubblica dell’evento privato più intenso –  è la questione letteraria che sta al centro dello scritto di Parrella, assieme a quella civile della dialettica privato/comune. Ma non sono davvero due temi distinti: la presa di parola pubblica nell’esercizio letterario può avere un valore e un senso che superano il bisogno individuale di un autore.

Ma per comprendere entriamo nel merito. Tempo d’imparare è composto da trentaquattro brevi capitoli, non numerati ma titolati, più prologo ed epilogo. È scritto in un prosa che si concede molte licenze, si tende al cantabile, al figurato. Il gioco di scrivere è ostentato e il punto è questo, più che la gradevolezza o meno del risultato, che dipende dal gusto. Non è una prosa d’arte di stampo novecentesco o contemporaneamente ipercolta, non c’è la sprezzatura dello scrittore filologo che dice il quotidiano. È una prosa che siccome vuole dire qualcosa di tanto profondo e scottante cerca di raffinarsi verso il canto, di tendersi verso delle sorgenti profonde che siano comuni a tutti e perciò classiche. Infatti di continuo, magari solo per cenni, oppure per metafore più insistite, tornano moduli, citazioni, nomi dai primi libri, l’Odissea, l’Iliade. Si parla di Ercole, delle sue fatiche, si parla di proci, di Cassandre, di Ifigenia, Achille, Priamo. Negli anni passati Valeria Parrella ha scritto per il teatro e adattato dei classici greci. La consuetudine viene da lì ma la ragione per cui qui scrive così non ci pare contingente. E in questa maniera l’autrice napoletana non ha mai scritto. Lo spazio bianco (Einaudi 2008, il suo primo romanzo e ultimo libro di successo) era molto diverso. Tempo di imparare si legge con altrettanta partecipazione, viene voglia di finirlo prima di posarlo ma rispetto a Lo spazio bianco c’è di mezzo, appunto, uno stile diverso che domanda tanta attenzione.

Ricerca spesso l’ellissi, mira al dettaglio, si sfida a fare narrazione con poco ambiente e trama, poesia senza versi: il lavoro sul linguaggio, che ripetiamo può nei suo risultati piacere o meno, è il lavoro artigianale che come ogni mestiere ti mette al mondo e ti ci mette come scrittore quando stai dicendo qualcosa che normalmente, senza quella fatica materiale, resta supremamente privato. In questo libro c’è qualcuno che dice: ecco so tenere la penna e per questo posso adesso raccontare di qualcosa che forse tutti hanno bisogno che si racconti, che esista pubblicamente perché lo spazio di questa vicenda, quella di una mamma e di un bambino con handicap, riguarda supremamente la madre, e riguarda supremamente tutti, lo spazio nostro di tutti e la sua qualità per ciascuno. Ecco di cosa parla Tempo di imparare.

Il libro alla lettura risulta chiaramente diviso in due parti. Nella prima, quella più privata, si conosce la realtà di Arturo e di sua mamma, di io e tu, di madre e di figlio, e di quale mondo ci si trovi ad abitare dall’altra parte, se accade consegnino a te la parola handicap da far crescere. E leggendo ci si chiede: ma come, se non concentrandosi su come scrivere, avrebbe fatto a raccontare di tanto sentire? E non per creare commozione, immedesimazione, consolazione, informazione. Ma per dire qualcosa che è utile sapere perché le riserve mentali – «a me, ragionevolmente, non sarebbe accaduto mai» – creano chiusure e separazioni anche con la solidarietà e la correttezza, mentre quello che serve è conoscere e cambiare radicalmente le forme degli spazi, delle istituzioni, per tutti e ciascuno.

Dunque nella prima parte c’è la storia dell’incontro: la lunga trafila di speranze e delusioni, le scale degli ospedali, le visite in altre città, il bambino che cresce ma non cresce come gli altri, i pomeriggi in casa, o al mare, giornate di silenzio, di paura, di coraggio non rassegnato. L’umore come un bilancino su cui ogni parola e notizia sposta il mondo. Ci sono l’amore, la bellezza, le invenzioni, le illuminazioni. Il dolore. Ogni tipo di paura, di frustrazione. I morsi dell’orgoglio, del rifiuto, della ricerca, del desiderio. Tutto raccontato per squarci su un’intimità familiare, una testa e corpo di donna, un amore materno come esso è: immane e umano. Lei che si fa orca, cavalla, che si fa Ercole con le dodici fatiche o killer per «rabbia primitiva». Che dice delle cose importantissime e poi svela i dolori più meschini e laceranti, l’invidia, la paura soprattutto. Non accettare che il figlio immaginato fin dalla pubertà fosse ora questo e il terrore che un domani, sparita la madre chi potrebbe amarlo. E questo è affare di tutti ed è pure difficilissimo da dire con misura. Eppure qui riesce. Si racconta che enorme è la non volontà di accettare, l’incapacità ad accettare, fino a fare deserto in sé. C’è la rappresentazione di come sia l’orgoglio da una parte e l’incomprensione del mondo dall’altra a rendere tutto così faticoso. Ma fondamentale, si ripete, è l’originalità dello stile ed è questa unicità, che è di ciascuno, che deve trovare sempre pubblico spazio. Con ciò si arriva alla seconda parte del libro, non segnata nell’indice ma netta nella percezione di chi legge.

Il primo giorno in cui qualcosa cambia è il primo giorno di scuola di Arturo, nella scuola gialla che tanto è costato scegliere e ottenere: notti in fila per avere il posto in una elementare pubblica dall’altra parte della città. Chi è di Napoli sa bene di che scuola si parla ma non importa. Perché della lotta per la vita fa anche parte la lotta per una scuola migliore (il libro non lo dice ma lo fa capire). Chi sta a Napoli riconosce tanti luoghi e tanti dettagli ma quello che importa e che dovrebbero sapere tutti è che un scuola elementare pubblica di qualità, dove da anni un gruppo docente ispirato, solidale, sostenuto dall’esterno crea un’avanguardia pubblica di qualità e benessere per tutti, salva la vita e il senso di tante vite e quindi di una città intera. C’è bisogno di posti dove bambini e bambine fuori dalla famiglia trovino uno spazio loro, dove possano andare con gioia a conoscere e questo sarebbe il benessere, sarebbe una possibilità di pace per tutti, la fine dell’ansia e della paura nera che divora nella solitudine chi ti sta accanto ed è il tuo stesso ambiente, il tuo stesso tempo.

È dunque tempo di imparare queste cose di nuovo, di farle diventare richieste, lotte, fatiche e infine forme della città. Il libro di Parrella, nel narrare di una sola madre e di un solo bambino che comincia la scuola, serve a questo. Perché trovando uno spazio di cura pedagogica aperto a tutti,  Arturo trova uno spazio per sé e indipendente dalla madre, libera lei e libera gli altri, che fanno esperienza ed esperienza culturale e civile assieme. In un capitolo, Disintegrazione, le accade di andare dal dirigente scolastico, per l’ennesima richiesta, accompagnata dagli altri genitori della classe. Si trova a dover spiegare e domandare di nuovo: «Ho parlato con tante persone: la disabilità è una possibilità della vita, e quando ne acquistiamo consapevolezza, dopo un poco impariamo a sentirla in modo naturale, istintivo. Ma l’incapacità di mettersi davanti il problema: questa cosa qui genera l’handicap e rende gli uomini miseri e io e te figlio a questa abiezione non ci dovremo chinare». Però non è sola, è con altre famiglie in questa rivendicazione di spazio per le possibilità dell’altro, che sono solo dell’altro e sono al contempo l’occasione di emancipazione collettiva: «Il dirigente mi riconosce, mi chiede perché tanta gente. Io non devo neppure rispondere: c’è quel papà che lavora la centro di fisica nucleare che lo fa per me: – Perché Arturo è nella classe dei nostri figli». Questo orizzonte di una scuola che riconosce come suo primo compito l’accesso agli strumenti culturali per ogni diversità e lo fa costruendo la convivenza libera e aperta delle differenze è un’utopia ma è l’unico orizzonte in cui muoversi oggi. Purchè accanto al professore di fisica e alla scrittrice ci sia anche lo sfrattato e la badante.

Dunque il libro si conclude con scene nuove, una gita dei bambini da soli, delle vacanze con altri genitori di bambini difficili. È raccontata lievemente la possibilità di una comunità nata attorno alla scuola, attorno alla crescita dei figli in spazi loro, non per consolare ma per aprire un’altra dimensione con meno sofferenza, paura, dolore. Oggi nelle nostre città. Tempo di imparare non dice mai esplicitamente cose grandi, restituisce semplicemente a modo suo queste verità fondamentali. Mostra l’umiliazione del domandare aiuto al posto di riceverlo con grazia, la crudeltà del linguaggio medico e l’arroganza dei medici che devono vederti in ginocchio, l’impotenza di un dirigente che è l’ultimo anello di un’amministrazione invisibile che non dà mai: attraverso il punto di vista di coloro per i quali è più difficile si vede come la soluzione sia nello spirito solidale e conviviale per diritti di ciascuno che si fanno diritti di tutti ma anche che questo spirito comprende imprescindibilmente la disposizione al dovere della fatica per riprendersi la dignità e le possibilità che ci spettano.

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