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Tempo fuori sesto. Guy Debord contro la Modernità 4

Pubblichiamo la quarta parte del testo di Raffaele Alberto Ventura su Guy Debord. Qui le puntate precedenti.

Ricordando Guy Debord come fondatore dell’Internazionale Situazionista, cineasta eterodosso e autore della Società dello Spettacolo, si tralascia spesso una quarta fase della sua attività, pure molto ricca e rivelatrice: quella di animatore delle edizioni Champ Libre, fondate nel 1969 dal produttore cinematografico Gérard Lebovici con lo scopo di diventare la «Gallimard della rivoluzione».

Vicina agli ambienti dell’ultra-sinistra, Champ Libre ripubblica la Società dello Spettacolo nel 1971 e si posiziona in maniera sempre più chiara contro la vulgata maoista, trotzkista e leninista. L’influenza di Debord su Lebovici diventa dominante a partire dal 1974, quando lo scrittore inizia a collaborare intensamente con Champ Libre. Nel 1983, l’editore compra un intero cinema nel quartiere latino, lo Studio Cujas, dove proiettare a ciclo continuo le opere cinematografiche di Debord (di cui Lebovici è anche produttore). Nulla a che vedere, qui, con il redditizio mercato della contestazione: Lebovici dava fondo alle sue sostanze in pura perdita, per convinzione ideologica, gusto dell’estremo, o forse follia. Anni dopo, Debord smentì di essere mai stato l’eminenza grigia del suo mecenate — il che basta a convincerci del contrario. Come ultima follia, Lebovici s’invaghisce nel 1984 del criminale Jaques Mesrine, che esalta come modello libertario e di cui pubblica l’autobiografia. Pochi mesi dopo, l’editore viene assassinato in circostanze tuttora misteriose.

Scorrendo il catalogo di Champ Libre, è possibile tenere traccia degli sviluppi del pensiero di Debord e della minuscola frangia di libertari antimoderni che si andava costituendo: oltre al già citato Bruno Rizzi, vari testi sulla storia dell’anarchismo soprattutto riguardanti l’esperienza spagnola del 1936, le opere complete di Bakunin, studi di strategia tra i quali spicca Clausewitz, molti dadaisti, alcuni «poeti dello scorrere» citati nel film In girum, Baltasar Gracian e Baldassarre Castiglione, eccetera. La pubblicazione di una sola opera di Shakespeare, Amleto nella traduzione di Marcel Schwob, suggerisce la possibilità di fornire una lettura politica dell’opera.

Negli anni Ottanta si segnala l’incontro con George Orwell, formidabile e imprevisto colpo di fulmine, di cui verranno pubblicate ben otto opere in un decennio. Non è difficile intuire che cosa, nell’autore della distopia 1984, abbia potuto sedurre i debordiani. E tuttavia è curioso come il radicalismo di Champ Libre, che sembrava dovesse sfociare nell’anarchismo più dirompente, abbia finito per avvicinarsi al pensiero di un tranquillo socialista democratico. Nella lettura post-situazionista, Orwell è il pensatore che smaschera il totalitarismo burocratico nelle sue tre forme spettacolari — fascista, comunista e capitalista — e il romanziere visionario che profetizza il destino delle democrazie occidentali. Il suo promotore più infaticabile è oggi Jean-Claude Michéa, filosofo debordiano anticapitalista partigiano della decrescita, che gode di grande successo editoriale in Francia. Ma è concepibile una rivoluzione orwelliana? Michéa resta vago, e i suoi libri certo non sono un invito alla lotta bensì piuttosto all’adozione di un’etica anarco-conservatrice. D’altronde i tempi cambiano: per un secolo i filosofi hanno cercato di cambiare il mondo; ora si tratta d’interpretarlo.

Gli eredi di Lebovici continueranno l’avventura di Champ Libre, e la pubblicazione di Orwell, fondando la casa editrice Ivrea, dove troviamo ripubblicata una vecchia conoscenza: quel L’Assassinat de Paris che tanto aveva colpito Debord negli anni Settanta. Quasi trent’anni dopo la morte di Lebovici, il catalogo Champ Libre continua a esistere in una piccola libreria dietro l’Hôtel de Cluny, quinto arrondissement, portando avanti con coerenza il progetto di Debord — in un’ordinata marginalità. Difficile tuttavia credere che l’editore conservi ancora qualche legame con l’autonomismo delle origini: è molto probabile che i novelli anarco-conservatori siano ben più conservatori che anarchici.

Nato nel 1983, vive a Parigi dove collabora con il Groupe d’études géopolitiques e la rivista Esprit. Oltre alla sua pagina Eschaton cura una rubrica per Wired. Il suo primo libro, Teoria della classe disagiata (minimum fax 2017), è stato uno degli esordi più acclamati degli ultimi anni.
Commenti
Un commento a “Tempo fuori sesto. Guy Debord contro la Modernità 4”
  1. mario gaspare scrive:

    ho seguito il corso d’acqua che scorreva lungo la lettura dei 4 testi su Debord come gettare acqua sul fuoco.cosa ci lascia Debord?quale eredità?
    non si capisce.certo diffidate delle imitazioni,ma credo che ciò che è ancora vivo e forse più attuale di ieri è la critica radicale alla teoria del valore a partire da Marx e lukacs.
    IL limite forse quello di pensare che lo spettacolo,il capitale giunto ad un tale grado da divenire immagine fosse capace di rilanciare il modo di produzione capitalistico mentre oggi alla luce della crisi reale dell’economia possiamo affermare che la virtualizzazione dei rapporti sociali(tutto cio che era vissuto si allontana in una rappresentazione)ha segnato l’inizio dell’obsolescenza del capitale e della desostanzializzazione del lavoro.. saluti vostro lettore

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