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Tempo fuori sesto. Guy Debord contro la Modernità 5

Pubblichiamo la quinta parte del testo di Raffaele Alberto Ventura su Guy Debord. Qui le puntate precedenti.

Per Guy Debord, un identico discorso vale per la Germania nazista come per l’Unione Sovietica, la Cina maoista e l’Occidente capitalista: si tratta di totalitarismi burocratici che operano a una «divisione mondiale delle mansioni spettacolari» e realizzano compiutamente l’utopia meccanicista moderna. Non è efficiente la macchina dello Stato e non è virtuosa la mano invisibile che guida l’economia di mercato. Ogni cosa è disarticolata, fuori sesto. Questa tragica disfunzionalità si manifesta in maniera evidente nelle politiche urbanistiche del dopoguerra: sotto gli occhi di tutti, Parigi e le altre città vengono progressivamente deturpate (Debord dice «distrutte») per opera di tecnocrati corrotti e speculatori.

Alla monumentale Histoire du vandalisme di Louis Réau, del 1958, i curatori hanno aggiunto nel 1994 un esauriente capitolo sul «vandalismo di Stato» sotto la Quinta Repubblica. Vi si racconta, tra le altre cose, di come nel quartiere delle Halles, il «ventre di Parigi», in dieci anni furono abbattuti centotrentadue edifici per lasciare spazio ad ambiziosi progetti urbanistici. Mentre la città si trasformava a una velocità impressionante, e perlopiù si sfigurava, gli intellettuali sembravano avere cose più serie di cui occuparsi. Debord compreso: convinto nel Sessantotto di occupare la Sorbona, assieme a tanti altri ne era più che altro prigioniero. Intanto il presidente Georges Pompidou tracciava sulla mappa di Parigi un quadrato, per stabilire dove dovesse sorgere il centro culturale che avrebbe portato il suo nome. In quel quadrato nel quartiere Beaubourg stavano una trentina di case che in nome dell’Arte e della Cultura avrebbero dovuto essere abbattute. E lo furono, ma non senza qualche resistenza. Gli abitanti del quartiere espressero le loro ragioni in un volantino del 1971:

Oggi si assegna al signor Renzo Piano il primo premio internazionale per il suo progetto di centro contemporaneo. Si tratta probabilmente di un raffinato capolavoro di concezione razionale. Ma noi, abitanti del quartiere Beaubourg, ce ne freghiamo! Per noi, il signor Renzo Piano non è altro che il valletto della borghesia e della sua frangia più rapace: speculatori e promotori immobiliari.

Negli stessi anni, i padiglioni delle Halles costruiti da Victor Baltard nel diciottesimo secolo vennero abbattuti per lasciare spazio a un centro commerciale retro-futurista, che a sua volta oggi viene pietosamente abbattuto. È invecchiato in quarant’anni molto peggio di quanto avesse fatto il complesso di Baltard in un secolo. Si parlò all’epoca di «Battaglia delle Halles», con una petizione che raccolse trentamila firme contro la distruzione. Debord, nel frattempo, scriveva il testo e poi girava l’adattamento cinematografico della Società dello Spettacolo. Si può capire lo sconforto che provò quando, terminata la stagione delle occupazioni e delle ambiziose costruzioni teoriche, verso i quarant’anni finalmente uscì alla luce del sole e si accorse che Parigi era completamente cambiata. Questa trasformazione era avvenuta sotto gli occhi di tutti, ma gli intellettuali sembravano averla ignorata.

Nel 1977, mentre Debord lavorava a In girum imus nocte et consumimur igni, usciva per Calmann-Lévy un libro dello storico Louis Chevalier, professore al Collège de France, intitolato L’Assassinat de Paris. Il libro denunciava gli esiti catastrofici di una politica urbanistica animata in egual misura, a partire dalla metà degli anni Cinquanta, dall’idiotismo tecnocratico e dalla sete di profitto. Chevalier faceva nomi e cognomi, citava atti ufficiali e scoperchiava un gigantesco scandalo culturale: il libro venne naturalmente ignorato. Nel Panégyrique del 1990, Debord ammetterà di avere a lungo creduto di essere stato l’unico ad amare ancora Parigi nei «ripugnanti anni Settanta» per poi scoprire, leggendo L’Assassinat de Paris, che c’era stata almeno un’altra persona, «quel vecchio storico».

Nella Società dello Spettacolo, Debord già denunciava l’architettura delle periferie, «destinata ai poveri» e perciò alienante. La questione urbanistica stava all’origine dell’Internazionale Situazionista, fin dal 1958, nella pratica della psicogeografia. Vent’anni dopo, è proprio il trauma collettivo legato alle rapide trasformazioni dello spazio urbano parigino a catalizzare il malessere dei reduci e degli eredi del situazionismo. Il ripiego pessimista degli anni Settanta è forse il segno di una presa di coscienza per Debord dell’inesorabilità, nelle concrete condizioni demografiche del pianeta, del processo d’industrializzazione. Chiusa la stagione delle illusioni rivoluzionarie, questo processo viene finalmente percepito come una terribile catastrofe alla quale non esiste rimedio. Se questo anti-industrialismo è stato ampiamente recuperato dalla pubblicità e dall’industria culturale, esso ha tuttavia influenzato realtà più o meno radicali nell’incontaminata giungla dell’ecologismo radicale e persino un revival dell’utopia Arts & Crafts di William Morris.

Nato nel 1983, vive a Parigi dove collabora con il Groupe d’études géopolitiques e la rivista Esprit. Oltre alla sua pagina Eschaton cura una rubrica per Wired. Il suo primo libro, Teoria della classe disagiata (minimum fax 2017), è stato uno degli esordi più acclamati degli ultimi anni.
Commenti
Un commento a “Tempo fuori sesto. Guy Debord contro la Modernità 5”
  1. Ignatz scrive:

    Un reazionario come Ventura è la persona meno adatta a commentare Debord. Prima lo riduce a uno stereotipo (Debord barocco antimoderno) e poi seleziona tutte le istanze a conferma dello stereotipo, escludendo quelle che lo smentiscono, che sono maggiori. Il solito giochetto sofistico di Ventura che lascia il tempo che trova e non aiuta a comprendere il fenomeno, ma solo a confondere.

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