01_fond_800

Tempo fuori sesto. Guy Debord contro la Modernità 6

Pubblichiamo la sesta parte del testo di Raffaele Alberto Ventura su Guy Debord. Qui le puntate precedenti.

Ma a chi giova la catastrofe? L’aspetto forse più debole del pensiero di Guy Debord è la teoria del segreto generalizzato, che presuppone un funzionamento perlomeno efficace, anche se nocivo, della macchina spettacolare. Forte di questa convinzione Debord aderì negli anni a varie ipotesi dietrologiche, così guadagnandosi la fama di Grande Paranoico. Nella prefazione del 1979 alla quarta edizione italiana de La Società dello Spettacolo, Debord si diceva convinto che le Brigate Rosse fossero una creazione dei servizi segreti italiani; e precisava — qui c’è del genio — come la sigla SIM, Stato Imperialista delle Multinazionali, evocasse in verità i Servizi d’Informazione Militare, ovvero l’intelligence fascista, per via d’un «lapsus del computer con cui era stata programmata la dottrina».

Nessuno oggi può dubitare del coinvolgimento dei servizi segreti nelle vicende degli anni di piombo. Ma davvero erano capaci di programmare terroristi col computer? Questo pare più difficile: si tratta pur sempre di carabinieri. In verità, come hanno dimostrato i casi recenti di Mohamed Merah o di Anonymous, l’eventuale ruolo dei servizi segreti nella produzione di atti terroristici è molto meno lineare, imprevedibile e perfettamente disfunzionale.

Ovviamente quella del computer era una metafora, peraltro stupenda: la macchina economico-burocratica sarebbe assimilabile a un calcolatore perché interamente automatizzata nei metodi e nelle procedure. Il problema di Debord è che ha preso alla lettera tutti quei libri e documenti — come The Managerial Revolution — nei quali i tecnocrati si vantavano di essere in grado di controllare la società. Ovvero si candidavano a dirigerla, sparandole magari un po’ grosse. Debord si beve tutto:

La scienza specializzata della dominazione si specializza a sua volta: si parcellizza in sociologia, psicotecnica, cibernetica, semiologia, eccetera, vegliando all’autoregolazione dei vari livelli del processo.

Cinquant’anni più tardi, c’è ancora chi prende sul serio quella propaganda. Nel 2001 la rivista Tiqqun, organo del sedicente Partito Invisibile, dedicò un lungo articolo alla cosiddetta «Ipotesi cibernetica», all’idea cioè che esista una «tecnologia di governo che federa e associa tanto la disciplina quanto la biopolitica, la polizia come la pubblicità». Il che sarebbe, in fin dei conti, piuttosto rassicurante: noi che pensavamo che nella cabina di pilotaggio ci fosse al massimo una scimmia, come nella barzelletta.

Prendiamo ancora la questione urbanistica: nel 1967, Debord considerava che «l’urbanismo è il compimento moderno di un dispositivo necessario a salvaguardare il potere della classe dominante». Insomma l’architettura delle banlieues sarebbe ottimale, secondo Debord, al fine di amministrare l’esistenza e i consumi dei proletari. Questa è probabilmente la stessa cosa che i progettisti, in termini vagamente meno diabolici, solevano dichiarare. Ebbene, è oggi evidente che questi «maledetti architetti» (come direbbe Tom Wolfe) erano semplicemente, e banalmente, degli incompetenti vanagloriosi. Vale per loro, come per gli addetti marketing delle grandi aziende, gli analisti del rischio finanziario e i funzionari che infiltrano cellule terroristiche, il famigerato Principio d’Incompetenza di Laurence Peter. In Guy Debord, son art et son temps, il profeta del segreto generalizzato finalmente ammetteva:

Si è creduto che l’economia fosse una scienza; evidentemente ci si sbagliava. D’altronde è ormai sotto gli occhi di tutti che non si tratta né della prima, né dell’ultima delle scienze del nemico ad essersi rivelata fallace.

Pochi mesi prima di alzare la mano su di sé, Debord realizza che il progetto politico moderno è fallito e noi viviamo nel suo fallimento. All’ultimo viene meno l’incrollabile fiducia nell’ordine dello Spettacolo. La sua nocività è un difetto strutturale, non uno scopo perseguito. Uno può fare tutte le ipotesi cibernetiche che vuole: il controllo totale, l’ologramma perfetto. Poi scopre che la regina delle poderose tecnologie cui ricorrono i persuasori occulti non è altro che… Microsoft Powerpoint. Ogni calcolo, diagramma o simulazione, anche ammettendo che non contenga errori, viene comunicato ai decisori per mezzo di uno strumento tragicamente inadeguato. Oggi, uno smisurato numero di competenze disciplinari sono messe al servizio di decisioni del tutto aleatorie. I presunti esperti sono incapaci di gestire il fattore umano e altri cigni neri. Gli inconfessabili segreti grondano da tutti i pori della macchina. E intanto il Partito Invisibile annuncia l’insurrezione. Ma contro chi?

Nato nel 1983, vive a Parigi dove collabora con il Groupe d’études géopolitiques e la rivista Esprit. Oltre alla sua pagina Eschaton cura una rubrica per Wired. Il suo primo libro, Teoria della classe disagiata (minimum fax 2017), è stato uno degli esordi più acclamati degli ultimi anni.
Commenti
6 Commenti a “Tempo fuori sesto. Guy Debord contro la Modernità 6”
  1. marco m scrive:

    mi piace di questa rubrica che racconta debord andando oltre il modo modaiolo in cui viene raccontato di solito da quelli che chiamo “utili idioti debordiani”, i quali, suppongo, necessitano della Macchina per esistere.
    però potrei sbagliarmi.

  2. fabio scrive:

    articolo pessimo. chiaramente tendenzioso. liquidatorio. un’analisi cucita ad hoc per demolire. si direbbe figura di rancore. altrimenti bisognere supporre trattarsi di ideologica opera di disinformazione che smonta con armi da propaganda. perché gioca sporco. taglia e cuce con l’ideologia dello sguardo votato al proprio bersaglio. con la perentoria abilità che evita un vero appronfodire. in nome di che poi questa caricatura? per favore trattaci da adulti e se vuoi smantellare debord e il mito di debord opponigli almeno il briciolo di un’idea e non solo un pò di talento da giornalista.

  3. RAV scrive:

    critica pessima, chiaramente tendenziosa, con la perentoria abilità che evita un vero approfondire. per favore trattaci da adulti e se vuoi smantellare l’articolo opponigli almeno il briciolo di un’idea.

  4. giulio savelli scrive:

    Continuo a leggere queste puntate su Debord. Spero sempre di arrivare al punto, che non arriva. Se Debord è un poveretto mezzo matto, dal pensiero labile e inconsistente, perché dedicargli tanto spazio? Non basterebbero poche righe o, meglio, il silenzio? Oppure è un tentativo di aprire gli occhi a quei gonzi che in Debord trovano qualcosa? Non sarebbe in questo caso preferibile prendere di petto i gonzi e lasciare Debord sullo sfondo? Mah…

  5. RAV scrive:

    Debord sarebbe un “poveretto mezzo matto, dal pensiero labile e inconsistente”? Non è la mia tesi, forse è la vostra. Non è detto peraltro che io abbia una tesi: l’idea è semplicemente di rileggere Debord “da capo”, nel suo contesto prima — chiedendosi da dove viene — e fuori contesto subito dopo — chiedendosi dove va. Debord è un fenomeno ideologico degno di attenzione, e nello stesso tempo una chiave per capire le trasformazioni dell’immaginario politico degli ultimi quarant’anni.

  6. Ignatz scrive:

    Prima Ventura dà del paranoico a Debord, poi però è costretto a scrivere che Debord, fra i pochissimi, aveva indicato la cointeressenza dei servizi segreti nelle BR. Ma è più avanti che Ventura scopre appieno la propria malafede, quando scrive che “Debord finalmente ammetteva” e poi riporta la frase: “Si è creduto che l’economia fosse una scienza; evidentemente ci si sbagliava. (Eccetera)” . Questa frase non prova che Debord ammetta ciò che Ventura cerca di sostenere coi suoi funambolismi retorici, funambolismi che servono solo a occultare le parti di Debord che demoliscono la sua tesi revisionista. Quella frase di Debord dimostra solo l’evoluzione del pensiero di Debord e la sua onestà intellettuale, onestà che manca del tutto nella revisione reazionaria di Ventura. Altrove, Ventura, hai scritto che non sapresti decidere su chi ha ragione in un conflitto. Io invece so decidere benissimo su quelli come te, nel conflitto attuale. Comincia a chiederti come faccio. #differenze

Aggiungi un commento