Debord (1)

Tempo fuori sesto. Guy Debord contro la Modernità 9

Pubblichiamo l’ultima parte del testo di Raffaele Alberto Ventura su Guy Debord. Qui le puntate precedenti. Qui la versione completa in ebook.

Paradossalmente per un uomo che tanto avversò il proprio tempo, Guy Debord non fu mai critico del Sessantotto. Anzi restò, fino alla fine della vita, fedele a quell’evento: appunto perché solo come evento — effimero, spontaneo, festoso e violento — era capace di concepire la rivoluzione. Il grande sciopero generale, iniziato il 13 maggio 1968 e protratto da alcuni ai primi giorni di giugno, era per Debord l’utopia finalmente realizzata. Un’epica vittoria contro lo Stato, i partiti, i sindacati e tutta la sinistra. Quello sciopero, Debord lo protrasse per tutta la vita: un lunghissimo Sessantotto finanziato prima dal proprio capitale e poi dal mecenate Lebovici. Durò meno la «ricreazione» degli operai e degli studenti, come la chiamò il generale De Gaulle: e presto tornarono al lavoro.

La rivoluzione di Debord è un tempo fuori dalla Storia e un luogo fuori dallo spazio: tempo della sospensione del lavoro, luogo dell’abolizione della legge. Qui tutti gli uomini sono aristocratici, e perciò naturalmente antimoderni, anti-industriali, anti-statali. Tempo e luogo di una eterna vacanza. E in effetti l’utopia di Debord assomiglia a un volantino del Club Med: non ci sono rivendicazioni, solo una fervente celebrazione del tempo libero. Niente gare di racchettoni sulla spiaggia, ma tanta Arte. Da questo punto di vista, i situazionisti incarnarono effettivamente lo spirito, se non di quel mese di maggio del 1968, perlomeno di ciò che oggi chiamiamo «Sessantotto»: un radicalismo estremo, eppure consustanziale al capitalismo. Un’ideologia del desiderio che avrebbe aperto un nuovo sbocco alla sovrapproduzione. Un’arguzia per rimandare la crisi di quarant’anni. Con buone ragioni, il sociologo Michel Clouscard ne concluse che il Sessantotto dei situazionisti e dei freudo-marxisti era la «perfetta contro-rivoluzione liberale».

Vent’anni più tardi, sostenendo l’occupazione selvaggia della Sorbona il 5 dicembre del 1986, Debord dimostrò che per quanto malinconico e antimoderno, per quanto barocco, per quanto tragico, nondimeno restava fedele alla liturgia dello spontaneismo. Perché in effetti non c’era nessuna contraddizione. Proprio la divergenza d’opinioni su quell’occupazione, e in generale sull’eredità libertaria del situazionismo, segnò larottura con Jaime Semprun e gli enciclopedisti, l’ala più estrema dell’antimodernismo debordiano. La loro critica della modernità aveva finito per includere anche il Sessantotto, e perciò Debord stesso. Nulla più restava da salvare, perché la catastrofe era già avvenuta.

Agli enciclopedisti, Debord rimproverava quel disfattismo che tanti avevano rimproverato a lui. A tale proposito scrisse: «Il compito della critica rivoluzionaria non è assolutamente di spingere le persone a credere che la rivoluzione sia diventata impossibile». Per l’autore della Società dello Spettacolo, all’alba dei sessant’anni, la rivoluzione restava una realtà: in ogni tempo, in ogni luogo. Poiché la catastrofe è già avvenuta, tutto appunto resta da salvare.

Ma basterà davvero una scossa — come per quei vecchi televisori, nei fumetti — a rimettere il tempo nei suoi cardini? Ovviamente no. Ma quell’attimo sarà bellissimo.

Raffaele Alberto Ventura lavora nell’industria culturale. Non è l’autore di Anonymous. La grande truffa.
Commenti
8 Commenti a “Tempo fuori sesto. Guy Debord contro la Modernità 9”
  1. fabio scrive:

    ah finalmente siamo arrivati alla fine. l’autore ci ha formidabilmente convinto che debord era un reazionario e ciao. gli ignoranti rimarranno tali. resta imponderabile quale sia il pulpito rivoluzionario da cui si scaglia l’accusa, e misteriosa la necessità che ha spinto l’autore a creare un sistema di menzogne così abilmente organizzato. non perché debord non si possa criticare. ma insomma è necessario essere in malafede a tal punto? come si fa a dire (tra le varie cose) che l’utopia debordiana = tempo libero + tanta Arte (con la A maiuscola!!!). come si fa a citare l'”arts and crafts” di william morris e mai il Lautreamont de “la poesia deve essere fatta da tutti”… il che equivale a dire come si fa a non parlare mai di poesia (ovviamente di una certa idea di poesia) in un discorso su Debord (“Dopo tutto, era la poesia moderna, da cent’anni, che ci aveva condotti lì. Eravamo alcuni a pensare che bisognava attuarne il programma nella realtà; e in ogni caso non fare nient’altro” G.D.) … tanto per mettere qualche puntino sulle i en passant… vabbé forse sono io che non colgo l’ironia di certi detournements dell’autore… ma la vera domanda che mi pongo è perché pubblicare un articolo del genere su un blog come minima moralia? dalla totale assenza di commenti si capisce quanto l’argomento stia a cuore ai vostri lettori… da dove viene allora questa necessità di attaccare (a costo di rinunciare alla tanto sbandierata onestà intellettuale) debord?

  2. RAV scrive:

    Caro Fabio, l’articolo intendeva rispondere alla domanda “perché Debord è stato recuperato dagli antimoderni? o anche: perché molti debordiani sono diventati antimoderni?” e si è concentrato su questo aspetto. (attenzione: non è un articolo sul recupero “di destra”, che pure si potrebbe scrivere, ma sul recupero antimoderno/ anarco-conservatore). Questo recupero è un dato di fatto, ed io mi sono limitato a scavare per tirare fuori questa cosa particolare, lasciando da parte le interpretazioni ufficiali e semi-ufficiali che conosciamo tutti. Il risultato è straniante, per alcuni disturbante: ma in Debord si può leggere anche questo.

  3. fabio scrive:

    caro RAV
    a me sembra che nel suo articolo la domanda “perché Debord è stato recuperato dagli antimoderni?” sia stata piuttosto da lei sviluppata in un “ora vi dimostro come e perché Debord è un antimoderno”. Dunque non proprio un’analisi, casomai un elenco di prove. E secondo il mio modesto parere laddove mancavano non ha esitato a fabbricarne di false. Perché in fondo è questione di parole, basta cavalcare l’apparenza di un sinonimo per manomettere un senso. È sufficiente una citazione puntuale e una altrettanto puntuale omissione.
    E poi categorie come reazionario, conservatore, antimoderno… realmente che categorie sono? si può fondare un discorso su di esse? bisognerebbe prima definire il loro poli positivi: che intendiamo per moderno, per esempio, ci aiuterebbe. E se, come io penso, l’idea di moderno ruota intorno al concetto di “nuovo”, è troppo banale ricordarle la vecchia opposizione tra il nuovo=ignoto delle avanguardie artistiche (“au fond de l’inconnu pour trouver du nouveau!”: una citazione troppo sfruttata?) e il nuovo=merce-novità del capitale? Il nuovo dell’arte e della poesia non è il nuovo della politica né quello dell’economia. Siamo di fronte ad una guerra di assoluti, ed è in questa guerra che, secondo me, si articola il moderno.
    Da questo punto di vista debord non è un antimoderno (né possono esserlo certi suoi seguaci, enciclopedisti o punks che siano) piuttosto uno degli ultimi moderni. Uno degli ultimi cioè a conferire al nuovo un’idea di totalità. Un furore di totalità. Che poi ne derivi l’orrore per la miseria del contemporaneo, anche questo è assolutamente e tragicamente moderno.
    Saluti.

  4. attilio scrive:

    scusate, è un testo tendenzioso ma molto utile. Mi domando perché non ammettere che una vena apocalittica attraversi molto pensiero che non ha avuto per questo esiti reazionari, da Anders (citato da Rav) alla Scuola di Francoforte e da quest’ultima a Pasolini (che non a caso Didi-Huberman riprende in Survivance des lucioles in parallelo a Debord). Ho acquistato l’e-book, vale decisamente di più degli 89 centesimi che ho speso. Anche se un capitolo ulteriore non guasterebbe…

  5. RAV scrive:

    Grazie Attilio. Quale capitolo bisognerebbe aggiungere secondo te?

  6. amico scrive:

    scusate carissimi, vorrei ben leggere l’e-book, ma vedo che si può comprare solo il formato Kindle, e non in quello EPUB, che il mio reader accetta… cosa si può fare? perché 89 cent li spendo volentieri, ma vorrei essere sicuro di farmene qualcosa del file!
    un saluto e complimenti!

  7. DeBoy scrive:

    Sinceramente ho letto solo i primi 2 articoli e mi riservo di leggere in futuro, quando il tempo e la pazienza me lo permetteranno, i seguenti. Non vorrei rischiare di sembrare presuntuoso però se mi permetto di scrivere un commento con la convinzione di aver già capito la direzione fallace che ha preso lo scritto.
    E’ una direzione comune a ogni interpretazione moderna di debord o almeno a quelle che ho avuto occasione di leggere. E’ questo secondo me è uno dei maggiori errori che ha commesso Debord, mischiando arte cinema saggistica e a causa della sua riluttanza all’autorità, da l’impressione a chi lo legge di poter essere discusso criticato interpretato. Si è mantenuto vago è questo gli causa la facilità di essere tradito da chi lo legge sfruttando il fatto che la maggior parte se non tutti non lo hanno capito. Chi si sogna di criticare Marx o hegel nella maniera in cui viene criticato Debord? Nessuno. questo perchè? perchè Debord non si è mai dato un giusto “tono” anzi ha usato un tono giusto per non essere del tutto capito, volontariamente, forse perchè non voleva essere capito da tutti.
    E quindi succede quasi sempre quello che è successo qui, che qualcuno scriva su Debord senza averlo minimamente capito, senza aver minimamente capito il suo libro “la società dello spettacolo” e usando solo le parti che lui ha scritto di quel libro proprio apposta per sviare dalla sua corretta comprensione, e tralasciando tutte le parti veramente importante.
    Questa è la modernità contro cui andava contro Debord, la possibilità per chiunque di parlare a vanvera di qualcosa che non sa senza tema di essere smentito perché tanto la verità non esiste o meglio esiste solo nel cerchio della notorietà che è il vero obbiettivo.

  8. Ignatz scrive:

    Il sofisma tipico di Ventura è equiparare oppressori e vittime. I suoi pezzi irritano per questo e Ventura non dovrebbe compiacersene affatto, dato che equiparare oppressori e vittime è immorale. Specie se l’equiparazione è fatta da chi avrebbe gli strumenti culturali per evitarla e invece la fa con vivo compiacimento. Qui Ventura ci prova con Debord. Ventura lo mette sullo stesso piano degli oppressori sostenendo che i concetti elaborati dal Situazionismo sono pervenuti a una posizione egemonica nel sistema del consumismo culturale, parte integrante del cosiddetto nuovo spirito del capitalismo. QUESTA E’ UNA BALLA REVISIONISTA, moralmente schifosa. Come è una balla che la riflessione tragica di Debord sulla Modernità “oggi nutre varie forme di pensiero più o meno reazionario dalla Nouvelle Droite di Alain de Benoist a certe frange dell’anarco-primitivismo”. Le due forme di pensiero -situazionista e reazionario- sono agli antipodi, sia nelle premesse che nelle conclusioni. Le contraddizioni che Ventura dice di vedere nel situazionismo ce le mette lui, per poi dire che non c’è alcuna contraddizione, ma solo due facce della stessa medaglia. Questo modo di fare filosofia è da pagliacci. Pagliacci in completa malafede.

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