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Il tempo materiale di Giorgio Vasta alle prese con René Girard

di Federico Musardo

Fiumi d’inchiostro sono stati versati a proposito del primo e finora unico romanzo del palermitano Giorgio Vasta, ovvero Il tempo materiale (minimum fax, 2008), opera premiata e tradotta per i lettori di altre lingue. Vasta nasce come editor e organizzatore culturale. Dopo alcuni racconti, avendo coltivato una solida conoscenza letteraria, quasi quarantenne, sceglie di cimentarsi con la forma del romanzo.

Cercando di ragionare ancora su questo libro senza ripetere ciò che altrove è stato ampiamente analizzato, all’interno di questo articolo proverò ad applicare la teoria girardiana del capro espiatorio al romanzo, con l’ambizioso ma legittimo obiettivo di mettere in luce una nuova prospettiva di lettura. I tre undicenni al centro del Tempo materiale (Nimbo, Scarmiglia e Bocca i loro pseudonimi brigatisti) si nutrono attraverso la televisione di messaggi violenti e rivoluzionari, emulando le Brigate rosse, arrivando perfino a rapire e infine uccidere un compagno di classe, Morana, dal cui nome non � difficile percepire l’analogia con Moro, assassinato il 9 maggio del 1978, stesso anno scelto da Vasta per la sua storia. Il libro ha una struttura quasi diaristica, memoriale. I titoli dei capitoli sono parlanti e riportano tra parentesi una cronologia dell’anno 1978 sempre più approssimativa (dai giorni specifici si passa infatti ai mesi). In un saggio molto interessante, Storia, immaginario, letteratura: il terrorismo nella narrativa italiana, Donnarumma scrive che Vasta rappresenta l’immaginario più che la Storia. Quindi, le trasformazioni sociali, la transizione dall’impegno civile e politico al clima edonistico di riflusso. Nella nota finale, Vasta specifica che la realtà cronologica degli eventi politici e delle immagini televisive è stata alterata per fini creativi, artistici.

Il tempo materiale è ambientato a Palermo, periferia geografica della lotta armata. C’è tuttavia anche una periferia anagrafica, cioè quella dei tre undicenni al centro del romanzo. I tre sono “lettori di giornali, ascoltatori di telegiornali”, come fanno i grandi. Per tutta l’opera compiono azioni piuttosto verosimili per i bambini normali, azioni tuttavia descritte e immaginate con la mente e il linguaggio di un adulto. Gli amici immaginari con cui Nimbo parla durante le sue visioni allucinate sono un esempio di ciò, insieme al gioco di imitare i goal della nazionale italiana. La percezione esterna di questa discrepanza provoca un effetto straniante.

I tre ragazzini, imitando ciò che vedono in televisione, decidono di dare vita a una piccola cellula brigatista. La loro è quindi un’imitazione mediata e mediatizzata. Tale imitazione, mimesi non è tuttavia girardiana, nel senso che non si forma il triangolo del desiderio. Essi desiderano comunque per il tramite di un modello nominato e apertamente venerato, cioè le BR. Dopo l’attentato al cortile della scuola, giusto per fare un esempio, essi scrivono un comunicato studiando minuziosamente i comunicati verbigeranti dei brigatisti. I tre ragazzini si accorgono del linguaggio delle BR dopo che hanno già incominciato a ragionare sul linguaggio stesso. In un luogo, accennano timidamente al fatto che siano stati i brigatisti a imitare loro e non viceversa, quindi essi ribaltano lo schema dell’imitazione. Questo ci rimanda sia a Girard che a Bloom, ovvero alla pretesa di originalità del proprio desiderio tipica della modernità. I tre ragazzini, imitando, rinunciano al proprio desiderio.

La televisione veicola inoltre le immagini della cultura popolare, che vengono risemantizzate nell’alfamuto, una comunicazione segnica, fallimentare, elaborata per differenziarsi dalla società e opporvisi. Accanto a movimenti entrati nel mainstream mediatico come il Tuca Tuca, c’è anche Aldo Moro. La tragica fotografica del ritrovamento nella Renault è entrata al punto nell’immaginario dei tre ragazzini, è stata vista talmente tante volte, assimilata al punto che ha perso tutto il suo valore di documento, tutta la sua simbolicità. Sottoposta al filtro deformante dei media, essa equivale pertanto alle pose degradate dei programmi di intrattenimento.
Al di là dei riferimenti frequenti ai giornali pornografici, il rapporto di Nimbo con le immagini tocca due estremi antitetici. Se inizialmente egli raschia una polaroid in cui sorride insieme agli amici, verso la fine consegnerà lo scatto di Morana con il giornale alla polizia, azione che rende manifesta la sua redenzione finale.

Altro tema cruciale, che in quanto sottolineato da quasi tutti i commentatori mi limiterò ad accennare, è quello del linguaggio. Esso attraversa trasversalmente tutto il romanzo. I tre elaborano l’alfamuto proprio per alienarsi da una lingua condivisa con gli altri. Prima della sua invenzione, Nimbo cerca di comunicare in altri modi, per esempio scrivendo parole d’amore sulle lumache o studiando quasi ossessivamente i movimenti delle api. Vasta sottolinea spesso il rapporto tra parole e azioni. Così come i tre personaggi deformano il linguaggio, imitando ancora le BR, essi cercheranno di deformare il corpo di Morana. La corporeità è affiancata sia alla lotta armata che al sesso. Nimbo si dichiarerà “prigioniero mitopoietico” anziché “politico”. Quando egli inviterà Wimbow alla sua festa di compleanno, utilizzerà infatti una lingua diametralmente opposta a quella retorica delle BR, ovvero utilizzerà “parole elementari, senza enfasi”.
Una delle grandi verità girardiane è che la negazione di Dio, propria della modernità soprattutto occidentale, non sopprime la trascendenza, la quale andrà quindi verso gli uomini.
Se all’inizio del romanzo viene svelato il nome del protagonista proprio mentre partecipa al rito della madre che gli legge la Bibbia, con diversi riferimenti scritturali (Giona, Ezechiele, o ancora Caifa, Cristo), in un secondo momento i referenti di questo lessico religioso saranno i tre ragazzini, o perfino i brigatisti, in una liturgia della lotta che è costruita dall’autore attraverso richiami continui. Per esempio, Scarmiglia sarà il “fondatore di una nuova religione” (p.69), i brigatisti saranno i “padri del deserto” (p.72).

In un climax ascendente, i ragazzini passano dalle parole alla violenza contro oggetti (un cestino dei rifiuti, la macchina del preside), fino al pedinamento, al rapimento e all’omicidio di Morana. Girard e la sua teoria della vittima sacrificale, espressa soprattutto nel suo Capro espiatorio (1982), sono difficilmente applicabili al romanzo di Vasta, nonostante quella di Morana rappresenti “una violenza senza rischio di vendetta” (La violenza e il sacro, 1972) e nonostante egli rientri nelle categorie esposte al rischio di persecuzione (bambino, anormalità o deformità fisiche). Il meccanismo del capro espiatorio funziona nel momento in cui il giudizio sulla colpevolezza risulti unanime per tutta la società: a meno che non si intendano i tre come una comunità in piccolo, ciò non accade. Oltretutto, il capro espiatorio è uno, che poi si perpetua nel rito e fa sì che torni l’ordine, mentre i ragazzini già progettano un secondo rapimento senza soluzione di continuità.
Dal libro capiamo che Nimbo considera piuttosto Moro il vero capro espiatorio (p.62), un presidente e un simbolo la cui morte desta scalpore, mentre Morana è insignificante, e passa inosservato perfino tra i suoi compagni di classe, che notano a malapena la sua assenza durante il rapimento. Morana, per dirla con Girard, non cammina sull’antica via degli empi.

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