spaesata

Il tempo visibile dei Balcani

di Paolo Morelli

Di sicuro è stato detto meglio da qualcuno, ma per un sedentario come me (fin da giovane mi sono fissato che tutto mondo è come qui e l’età non poteva che rafforzarmi nella convinzione) i buoni libri di viaggio non sono altro che libri sul tempo che si è passato a vagolare, e il “dove” quindi è solo uno dei due aspetti dell’arcano. Un buon libro di viaggio secondo me ti inganna, ti deve ingannare esponendo la sua mercanzia di luoghi e curiosità, descrizioni e impressioni per condurti alla fine al nocciolo, vale a dire l’esperienza del tempo passato lassù o laggiù come tempo che fluisce, un tempo sospeso.

Recuperando l’idea del cronotopo di Bachtin, il racconto di viaggio dà la grande opportunità allo scrittore e al lettore di riprodurre un’inseparabile interconnessione dei rapporti temporali e spaziali. Lì infatti dove spazio e tempo s’incontrano sorgono immagini ed episodi nello spazio dell’esperienza e dello svolgimento ed il tempo allora diventa finalmente visibile come tracce di possibilità e determinazioni. Il tempo insomma diventa guardabile, non più astratto e cronologico bensì vissuto, dinamico e concreto.

Mi è successo di nuovo con un libro molto bello, La frontiera spaesata di Giuseppe A. Samonà, nella collana Scritti Traversi di Exòrma. I luoghi sono in questo caso quelli che partendo da Trieste vanno a sud e a est, verso Ljubljana e Zagreb (il libro annuncia nel finale che il viaggio continuerà), e il viaggiatore li visita con perizia e curiosità inesausta, lo si segue quasi con gli occhi “passeggiare nel tempo, nello spazio”, rimestare negli angoli, descrivere linee e sprazzi architettonici (“più che una piazza è una macchina del tempo”), giustapporre a memoria pagine letterarie, disaminare eventi storici, culturali e linguistici di una zona del mondo quanto mai d’incerta o forse immaginaria appartenenza.

Agile e appassionato il narratore sembra mosso da una curiosità quasi infantile, ci incanta con pagine molto belle da leggere e delibare, mirabili ad esempio quelle dedicate alla disamina delle lingue locali, al disperato e ideologico e fallimentare tentativo di differenziarle, l’incerto e malmostoso territorio del voler dire in maniera diversa con le stesse parole.

Man mano però, almeno per me, l’impressione di alacrità diventa fallace, o si sposta forse su altri piani: dove ci sta portando il viaggio nello spaesamento originario di quelle terre, uno spaesamento che è allo stesso tempo geografico, politico e culturale? Ma nel frattempo a Zagabria l’autore è entrato e a lungo sosta nella casa nel bosco che era di Miroslav Krleža, l’amato scrittore croato quanto mai spaesato anche lui per etnia e scelta o forse per destino, e lì si ha la svolta narrativa, abbiamo la conferma di ciò che stiamo cercando, ci diventa chiaro.

Anche stavolta è l’esperienza dello Stehendes strömen, del tempo che scorre e che sta, dove il prima e il poi non sono slegati e anzi l’accadimento cambia senza per così dire muoversi nel tempo. La sfera del presente si allarga quindi, e rivela la sua natura paradossale di quiete e movimento.

A questo punto quello che stiamo cercando in questo viaggio e in quelle terre da sempre tribolate dei Balcani è il doppio tempo che inventa l’esperienza della finitezza: la fine è presente in ogni attimo e diventa quindi un lento movimento, un cambiamento perpetuo. Accettando che la morte sia un’esperienza non padroneggiabile e che faccia parte della vita (“amare è non curarsi della separazione, della morte, anzi ci nasce dentro”) è in quel momento che si vince l’ansia di perdere il controllo, ed è lì che sorge la lettura del tempo sospeso, vale a dire una profonda sensazione di esitazione che non è però interruzione ma suscita sempre un nuovo inizio. Da lì nasce la lentezza, l’indugio in cui il personaggio (l’autore, il viaggiatore) disloca lo sguardo e vede le cose per noi, i paesaggi e l’esistenza fuori della durata (“o forse abbiamo vagato per ore senza rendercene conto?”).

Ci appare ora niente affatto casuale l’esplorazione di una delle tante zone al mondo dove la Morte è feticcio inalberato di recente e in cui la parola patria, o frontiera, o quella ancora più aguzza di confine, più è stata drammaticamente inventata e imposta nella Storia e più sembra perdere senso (ancora la voce di Krleža: “Croati e Serbi sono lo stesso escremento di vacca tagliato in due dal carro della Storia”).

Alla fine abbiamo la certezza di avere in mano un libro fatto di tempo visibile e tastabile, racchiuso o meglio forse nascosto nella struttura della guida, struttura che oltretutto dà all’autore la possibilità di dare del tu al lettore, raggiungendolo per metterlo a suo agio, che se ne stia lui seduto da tutt’altra parte, sotto un albero o in poltrona.

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