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“Teneri violenti”, dove si annida il tragico nazionale

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo (fonte immagine).

Ivan è un palombaro. Vale a dire chi, in una redazione televisiva, setaccia il fondo degli archivi in cerca dei cosiddetti «fattoidi», titoli articoli cronache in cui serio e ridicolo sono indistinguibili, grumi di situazioni da cui fanno capolino – equilibratissimi, ambigui – il dramma e la farsa. Ogni fattoide servirà poi, in trasmissione, da spunto utile a rievocare lacerti del passato italiano.

Nel giro di poco Ivan si rende conto che questo lavoro – in teoria routinario, in realtà sorprendente – è un magnete, tanto da ritrovarsi ad annegare ogni giorno nella stessa sostanza scandagliata, lasciandosi infettare da qualcosa – le due decadi ’70-’80 – che si rivela, proprio perché paradossale, la prospettiva più affidabile per decifrare un intero Paese.

L’intuizione su cui si fonda Teneri violenti, il romanzo di Ivan Carozzi (Einaudi Stile Libero), è che ciò da cui il nostro presente proviene è uno sciame di situazioni naturalmente ossimoriche, un sistema puntiforme che sembra rifiutare ogni sintassi («E poi queste storie sono come dei semi, come se noi fossimo i fiori e le persone che ci hanno preceduto i semi»).

Del resto in che modo discernere il presunto grano dall’apparente loglio quando si legge di Leoluca che nel ’71, a Milano, prende a craniate il retro di un furgone e poi la saracinesca di una sala biliardo, o di Tommaso, il bambino che nel ’78, in provincia di Treviso, si sequestra da solo incatenandosi a un’inferriata, un foglio di carta appallottolato in bocca, La pulce d’acqua di Branduardi in sottofondo? E cosa pensare di tutti quei baffi ’70 e ’80, «identici a quelli che portavano molti brigatisti, molti contestatori, molti cantautori», e ancora della «storia dei due amanti al cianuro, degli amanti ritrovati cadavere sotto l’ombra di un tasso, di Omid che cuciva reggiseni nel bosco»?

Ciò che al palombaro tocca comprendere è che il presente italiano – quello di una Milano «angelicata» in cui le fotografie riescono ad ammorbidire la luce persino sul dorso di un raviolo – fatto di piccole ansie e di recriminazioni fiacche,è un tempo insieme concretissimo ed evanescente (un «tempo arricciato, incapace di proiettarsi») che non sorge sui pilastri della Storia ma sulla minutaglia delle storielle: su un giacimento di grottesco friabile dove, nonostante tutto, il tragico nazionale si annida senza lasciare scampo.

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
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