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Teoria e pratica del primitivismo

Pubblichiamo un articolo di Paolo Pecere uscito su Orwell. (Immagine: Man Ray.)

«Ogni volta che nell’anima mi scende come un Novembre umido e piovigginoso […] allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto». Così Ismaele, il narratore di Moby Dick, descriveva il viaggio verso i mari del Sud come antidoto allo spleen delle città occidentali. Era l’epoca in cui le società primitive venivano visitate e studiate dagli antropologi, che vi rinvenivano le tracce di una cultura arcaica su cui stabilire la misura del progresso, o metterlo in discussione. Che si trattasse soprattutto di un mito, funzionale a un’ideologia coloniale, è stato gradualmente acquisito nell’antropologia del Secondo Dopoguerra. Ma Jean-Loup Amselle, tra i massimi esponenti dell’etnologia francese, ha mostrato quanto questo mito sopravviva nella difesa delle «società indigene» tipica delle ideologie post-coloniali, e svolga una funzione classificatoria nei documenti UNESCO privilegiando, tra le molte popolazioni oppresse del pianeta, quelle che vantano un’“autoctonia”.

In diversi scritti critici (raccolti ora da Boringhieri sotto il titolo Contro il primitivismo), Amselle ripercorre gli equivoci alimentati dal “primitivo” in etnologia: quella di un grado zero della società non è che un’idea, che non potrà mai trovare evidenza; fintanto che possediamo documenti, troviamo che non esistono società senza storia o senza economia, come le fingevano gli etnologi del passato. I casi più esemplari di popoli che “conservano” i propri costumi tradizionali, e pertanto subiscono l’assedio di dottorandi in antropologia e turisti col teleobiettivo, devono il loro isolamento a vicende storiche di migrazione forzata: si tratta sempre di «arcaismi di riflesso». Nessuna cultura, in generale, si può sottrarre alle vicende storiche ed economiche che la sottopongono a una continua trasformazione. Occorre dunque disfarsi della concezione ideologica delle culture come “pezzi da museo” e “beni patrimoniali”, il cui campione in Francia sarebbe stato Claude Lévi-Strauss, che tentando di salvaguardare la specificità del pensiero «selvaggio» in funzione anti-eurocentrica attribuì alle società primitive una resistenza al cambiamento e al dinamismo tipici della società occidentale.

Quella concezione, oggi, è buona soprattutto per i messaggi delle agenzie turistiche che promettono paradisi incontaminati. Si può ancora posare con uomini coperti di piume e bracciali tribali, come facevano i sorridenti antropologi vittoriani, ma fuori campo il viaggiatore vede che i costumi tradizionali cambiano contesto ed è onnipresente l’impatto dell’Occidente. Raccontava Marc Augé che gli sciamani Pumé del Venezuela rappresentano il mondo degli dèi come una metropoli occidentale. Io stesso ho visto, nei templi di Bagan in Myanmar, gruppi di custodi e negozianti volgere le spalle a Buddha e raccogliersi in contemplazione intorno a schermi digitali. Ma i più si adoperano per raggiungerlo, quell’aldilà di immagini: i Mursi dell’Etiopia calzano i loro copricapi cornuti all’arrivo delle 4×4 e si fanno pagare ogni scatto, e molti giovani Dogon del Mali non vedono l’ora di comprare i motorini cinesi per andare in città.

La realtà della società “primitiva” oggi consiste nei vari incontri e scambi (anche economici) che avvengono tra abitanti dei cosiddetti paesi in via di sviluppo, etnologi, turisti, volontari e operatori di ONG. Il vero oggetto dell’antropologia – come mostrava qualche anno fa un bel libro di Marco Aime, L’incontro mancato – è ormai questo processo di migrazione incrociata, in cui è in gioco la trasformazione reciproca delle culture in un “meticciato” globale. Come sottolineava Aime, guida turistica prima che antropologo, l’industria del turismo non è soltanto responsabile di diffondere immagini illusorie e rituali tipici, che fanno del viaggio la ripetizione di un modello preconfezionato (si cerca di riprodurre la fotografia che stava sul dépliant pubblicitario); lo stesso traffico di turisti è spesso alla base della conservazione di usanze che altrimenti verrebbero abbandonate. Insomma il turista ignaro alimenta anche, nelle culture del Sud del Mondo, processi di tutela e recupero, non diversamente da come accade con i paradisi ecologici dei parchi naturali.

Ma nel passaggio tra l’inganno dell’antropologia e l’abbaglio del viaggiatore si trova un’altra verità. Amselle la coglie bene quando scrive che nella ricerca del “primitivo”, più che con uno spostamento nello spazio, si ha a che fare con la ricerca di un «tempo perduto». I tanti giovani occidentali che partono in viaggio, ricalcando il gesto di Ismaele, e magari si trattengono a lavorare in un ostello del Borneo o in una comunità amazzonica, ignorano di solito le false istantanee del primitivismo, ma sono mossi piuttosto dal desiderio irresistibile che le cose, in un altro binario della storia, possano andare altrimenti da come sono andate irreversibilmente da noi. È un’esperienza che chi viaggia condivide innumerevoli volte: piuttosto che di una fuga verso un ideale astratto, si tratta al contrario di risvegliare dimensioni sensoriali dell’esperienza mortificate, sperimentando il cammino, gli odori, i suoni, in gesti quotidiani da noi abbandonati, e al tempo stesso misurarsi con pratiche e credenze che, benché non primitive, restano nondimeno altre e ci invitano a riconsiderare le cose daccapo.

Nel tentativo di riazzerare i conti della nostra storia capita di incontrare altri uomini che, muovendo in direzione opposta, tentano di fare lo stesso. In questo incontro cadono le astrazioni dell’etnologia, e ritroviamo quel laboratorio di pensiero critico che già Rousseau associava all’idea di uno «stato di natura» che «non esiste più, forse non è mai esistito, forse non esisterà mai e di cui ciononostante è necessario avere una giusta nozione per ben giudicare il nostro stato presente». Lo riconobbe infine lo stesso Lévi-Strauss, in Tristi tropici, raccontando di quando giunse dai Nambikwara nel cuore del bacino amazzonico: «Avevo cercato una società ridotta alla sua forma più semplice. Vi trovai solo degli uomini».

Paolo Pecere è nato a Roma (1975), dove vive. Nel 2000 si è laureato in Estetica, nel 2004 ha conseguito il dottorato di ricerca in Logica ed epistemologia (La Sapienza, Roma) e dal 2005 è ricercatore di Storia della filosofia presso l’Università di Cassino. Ha pubblicato volumi e articoli sui rapporti tra filosofia, scienze della natura e psicologia in età moderna e contemporanea. Tra i suoi libri La filosofia della natura in Kant (Edizioni di Pagina 2009) e Meccanica quantistica rappresentazione realtà. Un dialogo tra fisica e filosofia (con N. Argentieri e A. Bassi, Bibliopolis 2012). Ha in preparazione il volume Coscienza e natura. Un itinerario da Descartes alle neuroscienze (Carocci 2014). Scrive di letteratura, cinema e altre passioni, collaborando stabilmente con il supplemento culturale Orwell del quotidiano Pubblico. Con minimum fax ha pubblicato, insieme a Lucio Del Corso, L’anello che non tiene. Tolkien tra letteratura e mistificazione (2003). Dal 2011 ha iniziato un progetto intitolato Dalla parte di Alice. La coscienza e l’immaginario, di cui minima&moralia pubblica alcune parti inedite.
Commenti
9 Commenti a “Teoria e pratica del primitivismo”
  1. sergio l. duma scrive:

    Articolo interessante ma mi domando: perché bisogna sempre usare il termine ‘primitivo’ quando si ragiona su determinati contesti sociali, in genere non occidentali? Ho l’impressione che la definizione implichi un pregiudizio che spinge molti a considerare inferiore tutto ciò che è diverso dall’Occidente. Non sarebbe più auspicabile, invece di società primitive, parlare di ‘società non occidentali’?

  2. Federica scrive:

    Società non occidentali… come il Giappone e lo Zimbawe. Un po’ difficile da applicare, no? E meno male che c’erano le virgolette a restituire il senso della faccenda…

  3. paolopatch scrive:

    I termini “primitivo” e “primitivismo” sono un dato di fatto dell’antropologia culturale (in area anglofona) e dell’etnologia (in area francofona), oltre che nelle corrispondenti discipline europee, per come si sono sviluppate tra metà XIX e metà XX secolo. Di “primitivismo”, come fenomeno tipicamente europeo, si parla ovviamente per molta arte figurativa del XX secolo. La critica del termine, di cui specificamente si tratta nell’articolo (e che è incominciata più o meno intorno agli anni ’60-’70 del secolo scorso), non comporta conservare il pregiudizio associato. Più neutralmente, Aime parla di società “del Sud del Mondo” (Aime).
    “Non occidentali” non si è affermato, perché si tenta di distinguere in qualche modo tra la “nostra civiltà” industriale e post-industriale, e quelle che tradizionalmente erano oggetto dell’antropologia e della storia delle tradizioni popolari (anche nel Meridione italiano o in America settentrionale); se invece si includono, per dire, anche Cina e India, tanto vale togliere qualsiasi distinzione, e la disciplina diventa una scienza dell’uomo i cui confini con sociologia, economia e storia tendono a collassare: è proprio la tesi di Amselle

  4. paolopatch scrive:

    Di Aime sul tema antropologia e turismo segnalo questo, uscito dopo la stesura dell’articolo: http://www.einaudi.it/libri/libro/marco-aime-davide-papotti/l-altro-e-l-altrove/978885840661

  5. sergio l. duma scrive:

    Con tutto il rispetto, Federica non ha capito niente di ciò che ho scritto. Il termine primitivo è di solito applicato a società non occidentali; che poi Giappone e Zimbabwe abbiano caratteristiche dell’occidente non significa nulla e non contraddice il mio pensiero, considerando che per molti aspetti paesi occidentali non sono.
    Che il termine primitivismo sia un dato di fatto dell’antropologia culturale e dell’etnologia non lo contesto. Ma chi ci garantisce che sia giusto usarlo? E’ vero che non presuppone necessariamente un pregiudizio ma potrebbe essere così, perciò mi domando: perché non cambiarlo? Del resto, è nato appunto negli ambiti anglofoni e francofoni, quindi in un ambiente europeo che può avere la tendenza a considerarsi ‘superiore’ rispetto ad altri contesti. Inoltre, siamo nel ventunesimo secolo, quindi non capisco per quale ragione dovremmo ancora basarci su terminologie ottocentesche. A mio avviso, per certi versi è molto più primitiva la società statunitense ed europea di quella di altre zone del pianeta.

  6. paolopatch scrive:

    Sono d’accordo: il termine “primitivo” è ingiusto. Personalmente non ho mai usato il termine “primitivo” per mia scelta, ma solo per discutere tesi del passato. Il titolo del pezzo è forse ingannevole, davo per scontato di parlare di antiquariato teorico, come emerge dal ragionamento, e se all’inizio di questo pezzo non lo metto tra virgolette è perché stavo parlando di un’altra epoca, l’ottocento del colonialismo e della tratta degli schiavi.
    Prima ancora, tuttiva, già Rousseau (nel “Discorso sull’origine della disuguaglianza”) era stato così lucido da identificare lo stato di natura dei suoi “primitivi” con una condizione ideale, non storica, contro cui far spiccare i vizi della società, come appunto la disuguaglianza sociale.
    Comunque io non riattiverei il termine “primitivo” nemmeno per usarlo contro chi ne ha fatto un uso ideologico a giustificazione di violenza e sfruttamento. grazie

  7. Federica scrive:

    @Sergio: mannaggia all’organizzazione del linguaggio.

    Tu dici: Non sarebbe più auspicabile, invece di società primitive, parlare di ‘società non occidentali’?

    Io ti rispondo (ma ha risposto molto meglio Pecere) che anche il termine “società non occidentali” non sarebbe corretto, perché tra le civiltà non occidentali ci sarebbe ad esempio anche il Giappone e l’India, le quali però poco hanno da spartire con le società erroneamente (siamo d’accordo) definite “primitive”.

    Dunque la tua proposta (chiamiamole “società non occidentali”) pure non centrerebbe il bersaglio, perché nella definizione entrerebbero anche mondi che nulla hanno a che fare con ciò di cui qui si parla. Insomma, un contenitore troppo largo.

    Solo questo. Spero ci siamo chiariti.

  8. Federica scrive:

    Comunque a me il pezzo di Pecere (e l’uso delle virgolette) sembrava molto chiaro.

  9. Severino scrive:

    Alla fine dei conti società non occidentali non è un eufemismo? Non si rischia di fermarsi un po’ alla nomenclatura?

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