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Siamo tutti obesi

(Immagine: Fernando Botero, Adamo ed Eva.)

di Fabio Viola

Il titolo è falso, lo so che non siete obesi. Anzi. Ma c’è un’obesità diversa, psichica, che serpeggia tra i nostri gangli ed è quella cosa che non ci fa mai sentire all’altezza. Standard e asticelle si alzano, i modelli che fingiamo di ignorare ci vanno sotto pelle e pur non volendo ecco che si interiorizza tutto: non andiamo mai bene.

Gli standard estetici la metà della gente li irride, l’altra metà li accetta inconsapevolmente. Si va da chi disprezza la bella apparenza televisiva a chi la dà per acclarata, quasi darwinisticamente, e semmai aspira a quella. Nel suo piccolo, magari, ma non solo.

L’obeso, a differenza di chi è percepito come brutto tout-court, ha una chance in più: la simpatia. Quanti personaggi diversamente magri hanno affollato schermi e immaginari para-televisivi? Tanti: Platinette, Marisa Laurito, Lino Banfi, Paolo Villaggio, Gegia e, prima che dimagrisse, Geppi Cucciari (notare che solo quest’ultima, la traditrice che si è messa a dieta – e non per rilanciare la propria carriera ma forse per implementarla, o semplicemente perché le andava così – non appartiene ai decenni passati bensì all’adesso).

Al bello non si chiede di essere per forza simpatico, all’obeso sì. Te ne accorgi guardando la televisione ma anche quel tuo amico cicciotto passivo-aggressivo che fa i salti mortali per strapparti una risata. Un grassone in televisione che non fa nemmeno ridere è uno specchio di come ci vediamo noi: infelici e non all’altezza. Un altro che ci fa ridere è come potremmo essere – se non fossimo irrimediabilmente noiosi.

L’obesità non è che un esempio, uno facilmente riconoscibile, ma anche un esempio che, a differenza di problemi estetici di altro tipo (vitiligine, statura, falangi in eccesso, ipertrofia delle orecchie), può aver riguardato chiunque nel corso della propria vita. Fasi, depressioni, euforia concentrata sul cibo, queste cose potenzialmente potrebbero riguardare chiunque. Dunque l’obesità (o il sovrappeso) è lo spauracchio estetico per eccellenza, ci facciamo i conti tutti, anche come rimosso.

Due romanzi italiani, usciti a distanza di poche settimane l’uno dall’altro, affrontano la piaga emotiva del grasso, dell’affetto commestibile, ognuno da prospettive diverse e complementari.

Il primo romanzo, scritto da Teresa Ciabatti (Il mio paradiso è deserto, Rizzoli) prende la questione di petto: Marta Bonifazi, ventenne figlia dell’uomo più ricco di Roma, pesa cento chili e odia se stessa, la sua famiglia e il mondo in egual misura. Alla madre che le fa una domanda qualunque risponde “Non rompere il cazzo”. Al padre, che da bambina amava, riserva solo indifferenza e astio. Ignora suo fratello perché lo vede come il figlio perfetto che lei non è riuscita a essere. Detesta la servitù filippina della sua villa sull’Appia Antica. L’unico ragazzo che prova a esserle amico lo usa come un pugile fa col sacco in palestra. Non si fa fotografare, non esce di casa, spara (davvero e per finta) dalla finestra della sua cameretta con televisore da 80” a cui è spesso incollata, investe un uomo durante una crisi isterica, fa una liposuzione che non serve a niente perché prima di togliersi i punti ha ripreso a mangiare con la stessa foga di prima: “Infine si vide, implorante, impaurita, addolorata, Marta si vide: nello specchio c’era ancora lei, quella cicciona. ‘Sono uguale’ disse trattenendo a stento le lacrime, ‘sono uguale identica a prima’.”

Nel romanzo di Teresa Ciabatti l’obesità è sia causa che conseguenza di un’infelicità senza fine, è l’esito di un buco nero che le si apre davanti con la fine dell’infanzia dorata, ma è anche lo stesso buco nero che la inghiotte in un isolazionismo più violento che malinconico. L’assoluta assenza di moralismo, messaggi di speranza, insomma la natura anti-didascalica de Il mio paradiso è deserto, è tutta nel continuo fluire le une negli altri di cause ed effetti, di azioni e reazioni. Siamo obesi anche prima di essere grassi, e lo saremo anche dopo.

Il secondo romanzo è Il Ministero della bellezza (Indiana), di Marco Lazzarotto. In un universo distopico ma contemporaneo il neo-ministro della Bellezza Dominic Ardemagni impone regole ferree ai cittadini basate sul loro aspetto fisico: centri storici chiusi ai meno belli (con vigili incaricati della selezione all’ingresso), sacchetti per il pane in testa obbligatori per i volti meno cesellati, mobbing istituzionalizzato in ufficio per i brutti, smaccati favoritismi per le chiome bionde e ricce. E il protagonista, scrittore promettente dall’estetica grunge anni Novanta, fa i conti con la sua calvizie incipiente e le maniglie dell’amore in un contesto in cui le librerie Feltrinelli sono diventate negozi di abbigliamento con l’accessorio dei libri, e per andare in spiaggia in costume serve il bollino delle autorità.

A differenza che nel romanzo di Teresa Ciabatti, ne Il Ministero della bellezza la chiave è quella dell’ironia. Ok, siamo grassi, brutti, disarmonici e non siamo all’altezza: bisogna industriarsi. Il protagonista del romanzo assume un avatar palestrato e spigliato che si spacci per lui alle presentazioni, e nel giro di poco arriva a milioni di prenotazioni per un romanzo che non ha neanche finito di scrivere, e che quando uscirà sarà “un blocco di polistirolo in un elegante cofanetto”.

Per concludere: inutile dirsi che andiamo bene così come siamo, perché è falso e consolatorio. Possiamo fingere di fregarcene del nostro aspetto fisico, o possiamo illuderci che la nostra apparenza sia il mero involucro che contiene altro, tanto altro tutto da scoprire conoscendoci, ma l’ossessione umana per la bellezza è sempre esistita, ed è lei che ci spinge a fare ciò che facciamo per rendere le nostre vite belle e degne. Il problema è se l’unica bellezza che siamo in grado di riconoscere è quella di un corpo scultoreo, una capigliatura luminosa, due labbra carnose che ci baciano da dentro un monitor.

Commenti
7 Commenti a “Siamo tutti obesi”
  1. Giorgio scrive:

    Un articolo interessante sull’immagine sociale, non tanto quella interiore, di cui la letteratura mi sembra si occupi abbastanza di pari passo coi media – ben vengano queste segnalazioni.
    Unica nota: l’ossessione per i canoni estetici è sempre esistita, giusto, ma ovviamente cambiando in base ai valori e all’assetto sociale, credo oggi sia più penalizzante che in passato. O, almeno, mi sembra coinvolga ormai tutta la società e non solo le classi dominanti. Come a dire, un’odiosa democratizzazione dell’obbligo sociale di essere rappresentativi.

  2. WanBInKimoon scrive:

    Sono d’accordo con Giorgio.
    Esiste una differenza di estensione dei canoni estetici, per dirla con Pasolini, che vedeva nel corpo dell’operaio una terra non colonizzata dal potere, i corpi sono diventati merce di consumo. In questa osservazione non vorrei dar l’impressione di chi si rammarica dei bei tempi andati ma soltanto evidenziare che è normale che la categoria di bello, in una società che stanca di leggere comunica quasi solamente attraverso immagini, si trasformi nell’immagine di un Dio (molto più ricco di contenuti degli “esteti del terzo millennio”) che Nietzsche dichiarava morto nella sostanza più di un secolo fa.

  3. giovanni scrive:

    Un corpo scultoreo, una capigliatura luminosa e labbra carnose comunicano semplicemente salute, quello che avviene tra tutti gli animali, e questo ha poco a che vedere con un reale o presunto decadimento culturale. Quei tipi che hanno inventato la nostra cultura, la filosofia e tante belle cose intelligenti erano ossessionati dall’aspetto fisico.

  4. Donato scrive:

    Ottimo articolo!

    Tremendamente vero! Costantemente ossessionati nell’estenuante lavoro quotidiano dell’essere (prima) esteticamente accettati! E solo dopo essere accettati per tutto il resto!
    In Italia poi la cultura dell’estetica é fortissima… rasenta la follia, la perdita quasi totale della conoscenza autentica di chi siamo realmente…spesso per niente spontanei… ma attori ( pessimi) del gran teatro della vita urbana in ogni angolo delle cittá … dei paesi, a partire dalle nostre case , e poi in ogni luogo pubblico, come una grande opera di Ibsen!
    Ora vivo a Barcellona e qui é come se improvvisamente tutto lo sforzo dell’apparire crollasse lasciando spazi a un modo di essere piú naturale, dove uscire di casa in ciabatte per buttare la mondezza é tutto piú normale, il corpo si rilassa e la mente anche, non pìú preoccupata per rispettare rigidi canoni di bellezza ma piú rilassati e spontanei nell’apparire con un livello di narcisimo decisamente piú equilibrato e normale.

  5. Valerio Larena scrive:

    Credo che ugualmente interessante sia il rendere ancora più manifesti i propri eccessi, più visibili. Anni fa nella lobby di in un teatro di Londra vidi tra il pubblico una famosa scrittrice americana. I suoi libri e le sue poesie avevano inzialmente come tema il mondo dei “reietti” neri, poi venne accusata di essere diventanta troppo mainstream. Era un armadio, praticamente: alta grossa, veramente imponente: era seguita quella sera da tutto un suo cortegggio di ragazzi. Una qualsiasi altra persona avrebbe forse cercato di nascondere quell’ eccesso fisico, e se non proprio velare la “ciccia” piegarsi quantomeno sotto il peso della sua stessa altezza e invece lei pareva voler mettere tutto più in risalto, abbigliamento coloratissimo, bracciali, collane … Ecco questo mi sembra più il caso di una persona che metta in evidenza i suoi stessi “difetti” usando non la parola, la simpatia di uno sguardo, ma ricorrendo a quell’eccesso stesso …

  6. ugnello scrive:

    Ho un amico che è decisamente pingue ed è fidanzato con una modella a dir poco stupenda; molte persone vicine a me mi chiedono imperterriti tra lo sprezzanti è ubriachi dalla bile come questa cosa possa essere vera; Paolo è ricco, c’ha i pippi? Paolo e Marta appartengono per caso a un stessa setta religiosa che combina matrimoni a sorteggio? Marta per caso è un pò “semplice”, è un pò insomma minus habens? Paolo fa violenze psicologche su Marta… Povera ragazza!! E io alle solite domande retoriche godo come un riccio, mi crogiuolo nel rispondere loro che nulla vi è dietro questa storia di semplici fidanzati. L’omologazione dei gusti estetici delle volte è sempre foriera di dabbenaggine e considerazioni di aberrante stupidità, ma talvolta il nostro miserrimo egoismo e il nostro senso di inadeguatezza trascina con sè anche un certo grado di violenza, la paura del diverso e del inconsuetudinario, fascismo puro. I ciccioni facciano i grassoni simpatici con le loro argute battute e la loro smodata giovialità, e se ne stiano buoni cosi!! I gay continuino a fare i loro gay-pride di moine e mossettine con i loro carrozzoni circensi. Lasciate pure che vostra moglie l’8 marzo stia con delle amiche a casa dell’amica orripilante mangiando a una cena di piatti vomitevoli, se poi il giorno dopo scoprite che un ragazzotto di colore, un certo Gustav M’Baye le chiede l’amicizia su Face Book (lui forse potrebbe aderire a gruppi quali w la figa, Sono padrone di me stesso e Naked like Adam) non sorprendetevene, perche anche questo rientra in categorie della realtà, categorie che forse, prima della richiesta di M’Baye, avevate sottovalutato

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  1. […] Seguendo il medesimo ragionamento non si dovrebbe ridere neppure dell’obesità. Eppure si ride. Gli obesi fanno ridere. Non si sa per quali remoti motivi ma fanno – generalmente –  ridere. Ma anche senza scendere nel dramma della malattia, le persone in sovrappeso, che chiameremo amichevolmente “ciccioni”, fanno ridere. Ipotesi: faranno (faremo) ridere perché iconograficamente sono (siamo) sempre rappresentati in situazioni ritenute imbarazzanti per qualsiasi individuo dei Paesi sviluppati? Può essere una delle tante plausibili motivazioni. Non sto qui a fare il pippone sull’influenza dei media sui canoni estetici perché tanto lo conosciamo tutti, ma anche questo può influenzare. Plus, come scrive Fabio Viola nel suo articolo “Siamo tutti obesi”, […]



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