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Terroni

Questo articolo è uscito sul Riformista

Tra le tante urla lanciate contro i 150 anni dell’Unità d’Italia, non mancano quelle che provengono da Sud, dal cuore di un rinnovato movimento d’opinione neo-borbonico. La galassia sudista è viva e vegeta. Ha le sue riviste e i suoi siti di riferimento (il più articolato è www.eleaml.org). Le sue manifestazioni in costume, i suoi libri, in particolare uno.

Da qualche mese è uscito nelle librerie, riscontrando un buon successo di vendite, Terroni del giornalista Pino Aprile. Pubblicato da Piemme con il sottotitolo Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero meridionali, vuole essere un fosco affresco di tutti i possibili mali patiti dal Mezzogiorno a opera dei “piemontesi” da quando l’Italia è stata unificata. Poiché il libro è stato subito definito dal governatore siciliano Raffaele Lombardo come il suo testo di riferimento, e pare conquistare consensi ben al di là dell’asfittico universo sudista, merita attenzione. Non solo è il segno della presenza in Italia di una corrente uguale e contraria (molto uguale, per quanto apparentemente contraria) a quella della Lega Nord, ma è anche un ottimo esempio di come queste rivendicazioni vengono articolate.
Capita di leggere in Terroni frasi come questa: “i piemontesi fecero al Sud quello che i nazisti fecero a Marzabotto”. Oppure, a proposito della conquista: “Noi non sappiamo più chi fummo. Ed è accaduto come agli ebrei travolti dall’Olocausto (il paragone non è esagerato: centinaia di migliaia, forse un milione di meridionali furono sterminati dalla truppe sabaude; da tredici a oltre venti milioni, secondo i conteggi, dovettero abbandonare la loro terra in un secolo): molti scampati ai lager cominciarono a domandarsi se il male che li aveva investiti non fosse in qualche modo meritato.”
Olocausto, un milione di morti… Sono parole molto pesanti, e prive di un reale fondamento storico. Tuttavia sono pronunciate con tutta calma. In questo minestrone, i piemontesi sono come i nazisti, o i militari americani a My Lai e a Guantanamo. I meridionali come gli ebrei, i neri ai tempi della schiavitù in un altro Sud, gli indiani…

Nell’universo neo-borbonico, di cui Terroni è la punta dell’iceberg, il noi e il loro si tagliano con l’accetta, e la storia della penisola si racchiude in pochi concetti. I Mille erano “tutti criminali” (altro che studenti e volontari!) e la loro Spedizione è stata solo la testa d’ariete della colonizzazione e del saccheggio. La guerra al brigantaggio è stata la vera guerra contro il Sud: ha distrutto un Regno fiorente e liberale (!), ha generato la mafia e l’emigrazione all’estero, ha portato morte e distruzione.
Ora, nessuno può negare che la guerra al brigantaggio fu condotta in maniera spietata, con esecuzioni sommarie, arresti di massa e incendi di villaggi. Nessuno può negare che è stato proprio il silenzio della storia ufficiale su tali eventi e sul reale numero dei morti, ad aver alimentato le favole revanchiste. Il generale Cialdini parlò di quasi 9mila fucilati, la Commissione di inchiesta parlamentare sul fenomeno del 1863 fornì la cifra di 3.500 morti. Sicuramente i morti fino al 1865 furono molti di più, ma da qui ad arrivare a parlare di genocidio, di un milione di morti, ce ne vuole…
Ma tant’è, il dibattito nei 150 anni dell’Unità è fatto anche di questo. Soprattutto in Terroni non c’è nessuna attenzione (e ciò è sintomatico di un certo spirito del tempo) alla differenze interne al Risorgimento, alle differenze tra Unità d’Italia ed errori (anche orrori) dello Stato unitario. Non si dice mai, ad esempio, che tra i vinti della prima metà degli anni sessanta dell’Ottocento non c’erano solo i borbonici o i sostenitori dell’ancien regime, ma anche gli stessi garibaldini, gli stessi democratici, gli stessi repubblicani che avrebbero voluto un’altra Italia.
Non si dice mai che il Risorgimento, per decine di migliaia di italiani (molti dei quali giovanissimi), non è stata una conquista imperialista, ma il tentativo di creare un paese nuovo, liberato dagli assolutismi e dagli autoritarismi dell’epoca. Non si dice mai, ad esempio, che molti dei mali del Sud (che ancora incredibilmente persistono, e che nel tempo si sono ulteriormente aggravati) erano già presenti prima dell’Unità, né che rimasero irrisolti anche perché lo Stato unitario decise di affidare la burocrazia delle regioni meridionali ai vecchi burocrati del Regno delle Due Sicilie, non certo ai democratici.
Ma forse il principale errore di Terroni è quello di supporre che tra pensiero neoborbonico e meridionalismo (il meridionalismo di Fortunato e Nitti, di Salvemini e Fiore, di Dorso e di Gramsci) non ci sia alcuna distinzione. Che si sia in presenza di un tutt’uno scagliato contro l’Unità d’Italia. Purtroppo in questo errore di prospettiva, e di riconsiderazione di quella che è stata una delle parti migliori del pensiero politico italiano, Aprile non è solo.
Salvemini, ad esempio, ha analizzato a fondo la condizione dei contadini meridionali, gli squilibri tra Nord e Sud, e gli errori (anche orrori) dello Stato Unitario. Ma il suo meridionalismo non è mai stato separatista, anzi era l’elaborazione di una questione nazionale. Le due grandi correnti del meridionalismo (quella democratico-radicale e azionista, e quella marxista e gramsciana) vengono dal Risorgimento, dai pensieri di Pisacane e di Cattaneo, dai proclami della Repubblica Romana, non da Franceschiello e la sua corte. Avrebbero voluto “più Risorgimento”, non la sua dissoluzione.
Quando Carlo Levi, nel Cristo si è fermato a Eboli, scopre il brigantaggio e il mito ancora fortissimo dei briganti, non riconduce questa scoperta nell’alveo del separatismo neosudista, ma la reinterpreta all’interno di una riflessione sul ruolo dello Stato, e sul suo rapporto con le autonomie locali.
Tra i tanti sconfitti, in questo 150ennale dell’Unità, c’è proprio il meridionalismo più illuminato, aperto e universalista, italiano ed europeo, democratico e riformista, feroce innanzitutto contro la borghesia “lazzarona” e la piccola borghesia “depravata” del Meridione. Un meridionalismo che ha sempre criticato il “noi”, non solo “loro”. Oggi invece rimane sul campo una retorica consolatoria della sconfitta e del rancore. La lagna dei Borboni.

Alessandro Leogrande è vicedirettore del mensile Lo straniero. Collabora con quotidiani e riviste e conduce trasmissioni per Radiotre. Per L’ancora del Mediterraneo ha pubblicato: Un mare nascosto (2000), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003; ripubblicato da Fandango nel 2010), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (2006). Nel 2008 esce per Strade Blu Mondadori Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Premio Napoli-Libro dell’anno, Premio Sandro Onofri, Premio Omegna, Premio Biblioteche di Roma). Il suo ultimo libro è Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli), con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi. Per minimum fax ha curato l’antologia di racconti sul calcio Ogni maledetta domenica (2010).
Commenti
10 Commenti a “Terroni”
  1. Borjes scrive:

    Il libro di Aprile, che ancora non ho letto, riassume penso, il pensiero e i fatti accaduti e descritti ormai in una vastissima letteratura che sputtana gli eroi del risorgimento e punta il dito, non sull’idea dell’Italia unita, che il sud non voleva, ma sull’oro delle banche dell’ex regno che faceva gola al disastrato e indebitato Piemonte. Non mi pare ci sia molto da dire, in generale. Nei particolari sì, tanti.
    Avete mai letto di una guerra o di un’aggressione per motivi ideali? A Torino sentivano le “urla di dolore” provenienti dai fratelli d’Italia dell’ex regno…mò non li sente più nessuno. Tutti sordi. Eh…l’oro non c’è più!

  2. Eva scrive:

    “Io avevo sempre creduto ai libri di storia, alla leggenda di Garibaldi.
    Non sapevo nemmeno di essere meridionale, nel senso che non avevo mai attribuito alcun valore, positivo o negativo, al fatto di essere nato più a Sud o più a Nord di un altro. mi ritenevo solo fortunato ad essere italiano. E fra gl’italiani più fortunati, perché vivevo sul mare”.
    Ecco, se avessi letto queste parole di Pino Aprile qualche anno fa, quando mi sentii gridare “Terrona!” da una donna di colore in una libreria nel cuore di Milano (indietreggiando, le avevo pestato un piede e non mi era stato dato neanche il tempo di scusarmi), avrei saputo dare voce al senso di sgomento, incredulità e impotenza, che invece mi lasciò completamente ammutolita per diversi minuti. La donna ebbe tutto il tempo di fissarmi con uno sguardo durissimo, insultarmi con un sorriso vittorioso e andarsene impunita.
    A distanza di molti anni, sono grata a quella donna, perché è stata una delle ragioni principali per cui ho deciso che sarei rimasta nel mio Sud. Quando mi sono ripresa dallo choc, infatti, ho realizzato che lì, al Nord, sarei diventata peggiore di tanti leghisti e che avrei finito per fare del mio amore per la mia terra, ciò che Pino Aprile ha fatto in Terroni (anzi, forse peggio, visto che non ho il dono della scrittura). L’ho comprato il suo libro, ed ho iniziato a leggerlo, diversi mesi fa, ma mi sono trascinata fino a circa metà volume, poi mi sono arresa: del libro non amo fondamentalmente il fatto che tutto sia diviso in buoni (i meridionali oltraggiati, trucidati e presi in giro dai piemontesi) e cattivi (i piemontesi, ça va sans dire). Tanto più che mio nonno era piemontese ed ho trascorso quasi ogni estate della mia vita a scorrazzare nelle Langhe.
    Insomma, dopo aver interrotto la lettura di “Terroni”, son corsa a rileggere un bellissimo romanzo di Luigi Guarnieri: “I sentieri del cielo”, in cui si parla proprio delle scorribande delle truppe piemontesi in Calabria, ma alle vittime (i briganti), viene restituita la dignità di uno scontro fra pari: assassini efferati contro assassini altrettanto efferati; tutti, alla fine, sconfitti dalla Storia, che ha partorito l’Italia odierna.
    Molto più obiettivo uno spassosissimo reportage di Giancarlo De Cataldo che, curiosamente, si chiama proprio “Terroni”, dove i terroni sono i Tarantini, suoi conterranei, ma che nell’ironica analisi di De Cataldo, diventano il simbolo di tutto un Sud che non riesce a mettersi in pari con la Storia e continua nella sua arretratezza, alla quale le aspirazioni neoborboniche portano purtroppo nuova linfa. Una sola certezza mi consola: tali aspirazioni non possono contare sul sistema (para)culturale su cui invece la Lega ha fondato il suo successo. Giornali come “La provincia”, o “La Padania” (per giunta, quest’ultimo, diretto da un ministro della Repubblica) o deliranti trasmissioni radio come quelle di Radio Padania, nel Sud non possono attecchire con la stessa virulenza con cui hanno infiammato (e bruciato) il Nord. La ragione fondamentale è in quello stesso male che continua a divorare il Sud: la sua apatia.

  3. giovanni scrive:

    Recensione assolutamente incapace di capire la sostanza e la vera motivazione del libro di Pino Aprile. Temo che il recensore sia da una parte vittima della paura di non voler guardare con altra prospettiva la Storia dell’Unità d’Italia, ben aggrappato alla retorica e imbalsamata versione dell’epopea risorgimentale, e d’altra parte in malafede nel non voler nemmeno ipotizzare che tale nuova prospettiva possa essere vera.
    Questo scritto dimostra quanta impermeabilizzazione alla verità e alla responsabilità è stata spalmata in questi ultimi 150 anni sulle coscienze degli storici e dei cittadini di questo nostro sfortunato Paese.

  4. Elena scrive:

    Egregio Leogrande,
    e meno male che ci sono queste urla lanciate da un rinnovato movimento neoborbonico!Ben venga questo movimento d’opinione degli italiani del Sud che finalmente stanno capendo che il Nord ha tanto da farsi perdonare da essi perchè la cosa è una sola,al di là delle cifre più o meno esatte e al di là dell’olocausto o meno,ebrei e truppe sabaude,ed è che il Sud ha dovuto sempre essere un serbatoio di manodopera comune e specializzata e voti per il Nord e lo è tuttora,tant’è che per la lega gli extracomunitari non servono perchè c’è il Sud,cioè i meridionali,il serbatoio perenne!
    Questo è stato voluto all’epoca dai Savoia e da Cavour con la complicita’di Francia e Inghilterra e altri e non ci sono più valide giustificazioni e citazioni colte di inutili intellettuali e pseudo-meridionalisti perchè non è valso a niente il loro pensiero e il pensiero di tutti quelli che hanno discettato sulla questione meridionale,cioè non si è tradotto in niente di utile per il Sud.
    Usando un linguaggio bossiano,possiamo dire”il resto sono tutte balle”(cioè la verita’ è questa che si sta descrivendo e stiamo vivendo tutti:un Sud impoverito e devastato!

  5. Eva scrive:

    Parlare di “inutili intellettuali” e “pseudo-meridionalisti” è adottare una politica della lingua troppo cara ai vari Brunetta. Non è utile al progresso del Meridione l’adozione di frasi (e quindi di pensieri) che hanno fatto ciò che attualmente è il serbatoio di voti della Lega. Fortunatamente, siamo capaci di ben altri toni e ben altre argomentazioni. Gridare allo scandalo sulle nefandezze che i piemontesi hanno perpetrato nel Sud e poi usare toni accondiscendenti nei confronti di Caterina Colacicco, moglie del brigante Nicola Lillo, che “intinse il pane nel sangue del compaesano e garibaldino che lo aveva arrestato, Vincenzo Pavone, linciato in piazza e se ne cibò” (Aprile, “Terroni”) non è coerente. E’ un orrore ciò che hanno fatto i piemontesi, ma è un orrore anche un atto come quello di Caterina Colacicco.
    Dalla guerra di conquista che fu la lotta per l’Unità d’Italia, il Sud uscì impoverito e devastato, è vero, ma questo non deve essere il vessillo dietro cui continuare a nascondere le nostre precise responsabilità. Un esempio davvero spicciolo: qualche anno fa, un mio amico aveva ottenuto un posto a tempo indeterminato in un’azienda che vendeva scavatrici meccaniche. Ogni macchina venduta, portava all’azienda diverse migliaia di euro. Il mio amico era laureato in lingue e aveva investito tempo e denaro nella sua preparazione . Parlava benissimo quattro lingue e il suo ingresso aveva spalancato le porte del mercato latino-americano. Contemporaneamente a lui, era stato assunto un finlandese, che si occupava del Nord e dell’Est Europa (il dominio dell’inglese nel settore commerciale non è del tutto scontato). Entrambi lavoravano otto ore al giorno per meno di 800 euro mensili e, in caso di trasferte, non percepivano un centesimo in più. Entrambi, alla richiesta di un trattamento economico più dignitoso, si sono sentiti rispondere: “Certo, vi capisco, ma di più non si può. Del resto, sapete quante ragazzine fresche di diploma e desiderose di lavorare possiamo trovare al posto vostro?”. Risultati: entrambi si sono licenziati (il finlandese si era anche sposato da poco e aveva una moglie incinta), hanno cercato per mesi un posto di lavoro e spessissimo lo hanno trovato, ma a condizioni anche peggiori di quelle che avevano lasciato. Il mio amico, ormai stufo, ha piantato tutto ed è emigrato in Lombardia, dove ha trovato un posto di addetto commerciale per l’estero, con 1800 euro iniziali di retribuzione, trasferte retribuite e buoni pasto, e sto parlando di una piccola azienda a conduzione famigliare. Del finlandese ho perso le tracce. L’azienda che hanno lasciato ha mantenuto la parola: passa da una neodiplomata all’altra, si accontenta dei soli mercati francofoni e anglofoni e vivacchia così, contenta di aver assicurato, ai due rampolli, il Suv di ordinanza, almeno due case per uno e la vacanza a Sharm el Sheik. Inutile dire che, a suo tempo, il capofamiglia si è anche candidato alle amministrative. E potrei passare ore a deliziarvi con aneddoti di questo tipo. Ho visto tanti miei coetanei emigrare al Nord per lo stesso motivo: e cioè non l’atavica mancanza di lavoro, ma lo stupro reiterato e diffusissimo di ogni minimo diritto del lavoratore. Una pratica talmente diffusa, da aver inculcato nel lavoratore meridionale la convinzione che i diritti degli altri siano solo “privilegi” e questo spiega anche perché nel Sud ci si rifugi poi nel “posto pubblico”. Gli imprenditori vedono la manodopera specializzata, o il dipendente laureato, come ostacoli da evitare (perché più “pretenziosi”) e non come una risorsa in grado di incrementare i propri introiti. Il risultato è che le aziende non decollano perché troppo impegnate a mantenere lo status quo. E non decolla il Sud. Di fronte ad una politica imprenditoriale così cieca, autolesionista e, purtroppo, straordinariamente diffusa, ha senso continuare a piangere sul bel Regno che fu? Le politiche predatorie di un certo Nord non devono costituire l’alibi per nasconderci che, dietro quelle politiche, c’è una classe politica meridionale troppo spesso latitante, quando non connivente e/o cialtrona. Riconoscerlo è un buon punto di partenza per evitare che la nostra amata terra continui ad essere abusata da predoni e nuovi caimani, del Nord o del Sud che siano.

  6. Biagio scrive:

    Vorrei rivolgermi in particolare ad Eva che pone in contrapposizione al libro di Aprile questa sua esperienza, vorrei dirle che se avesse letto il libro saprebbe che questo aneddoto potrebbe tranquillamente trovare posto nel libro in questione.
    Chi come l’autore del blog non ha letto questo libro potrebbe pensare ad un ulteriore lagna neoborbonica, in realtà è un’attenta analisi di come il sud ancora oggi rappresenti la più grande risorsa del nord Italia di come al sud non abbiamo strade ma ci siano ditte del nord che da 40 anni costruiscono la A3 senza averla mai completata o di come l’inceneritore di Acerra nuovamente fermo, costruito da una ditta del nord, abbia incenerito più euro che spazzatura, pensate a quanta manodopera più o meno specializzata continuiamo a fornire al nord sostenendone i costi della loro formazione.
    Vi invito quindi a leggere Terroni magari se non vi piace la storia saltate il primo capitolo.
    Ci dicono che dovremmo scegliere meglio i nostri amministratori, ma vi assicuro che non è facile scegliere il meglio quando devi scegliere tra cacca e merda e se per puro caso riesci ad eleggere una persona per bene spesso viene bloccato con le buone o con le cattive, a chi pensa che la mafia sia un fenomeno meridionale vorrei ricordare che tutte le vittime della mafia sono meridionali tranne eccezioni come il Generale Dalla Chiesa.

  7. Eva scrive:

    Ciao Biagio.
    Non penso affatto che la Mafia sia un fenomeno meridionale: per questo motivo, l’ho tenuta volutamente lontana dalla discussione: spesso, infatti, usiamo la Mala come scusa per il nostro immobilismo e volevo proprio evitare questo rischio.
    Il libro non ho finito di leggerlo non perché non mi piaccia la storia, tutt’altro. Quello che non mi piace del libro e mi ha annoiata al punto da impedirmi di continuare a leggerlo – fatto per me rarissimo, tanto più che lo avevo comprato mossa da sincero entusiasmo – è certa stucchevole prosa dai toni troppo… risorgimentali, se mi passi il termine. Quei toni trionfalistici e roboanti non fanno per me. Credimi, mi sono forzata a proseguire la lettura, ma ad un certo punto ho avuto bisogno di…aria, diciamo (e l’ho cercata nei venti freddi della Sila narrata dal Guarnieri).
    Non ho motivo di dubitare della sincerità di Aprile e della veridicità dei fatti riportati in “Terroni”, anche se la mia pedanteria mi costringerebbe a controllare quanto dichiara. Il problema, per me, consiste nel riuscire a superare la prosa semiscandalistica, da rotocalco, che lo caratterizza. Ma mi sono bloccata al quarto capitolo e, francamente, al momento non ho voglia di riprenderlo. Non volermene, ma preferisco Cassano (Franco, il sociologo: il bell’Antonio lo lascio alle sue prodezze).

  8. LIBERO scrive:

    Molti fatti esposti nel libro erano ben noti a storici e meridionalisti da tantissimo tempo, perché praricamente non se ne parlava ?
    Chi aveva mai parlato di Fenestrelle o di Civitella del Tronto ?
    E’ evidente che si tratta di una reazione difensiva alla Lega Nord.

  9. Michele scrive:

    Eva, mi permetta, ma lei è una povere idiota,
    cordiali saluti.

  10. Augusto scrive:

    Probabilmente nessuno leggerà questo commento perchè ho trovato il sito soltanto oggi, a distanza di anni da quando è apparsa la recensione di Leongrande.
    Il libro di Aprile è una riesposizione acritica delle tesi e delle pretese verità propagandate dalla pubblicistica borbonica negli anni Sessanta e Settanta del XIX secolo: non è un caso che Aprile non indichi le sue fonti, che in gran parte si riassumono nella storia del Regno delle due Sicilie dal 1847 al 1861 scritta da Giacinto De Sivo, un testo che Francesco II, durante il suo esilio a Roma, rifiutò di finanziare per i toni smaccatamente reazionari che esibiva.
    Vi faccio soltanto due esempi.
    I neoborbonici sostengono che il Regno delle Due Sicilie ottenne un riconoscimento quale terza potenza industriale d’Europa all’esposizione universale di Parigi del 1855. Ebbene a quella esposizione il Regno non partecipò neppure, come è facilmente accertabile dall’esame dei documenti ufficiali della mostra reperibili su google.books. I pochi espositori napoletani o siciliani presenti furono ospitati nel padiglione degli Stati pontifici.
    Sulla spedizione garibaldina, Aprile riprende la tesi del tradimento del generale Landi a Calatafimi, inventata dalla “Civiltà cattolica” come è ampiamente dimostrato da storici come Tito Battaglini. Potrei continuare, ma mi sembra superfluo.

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