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L’eredità di Giovanni Testori. Una conversazione con Alessandro Zaccuri

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Oggi Giovanni Testori avrebbe compiuto 97 anni.

Questa ricorrenza ci offre l’occasione di ricordare uno degli autori più complessi, contraddittori, eclettici e prolifici del Novecento italiano.

Scrittore, poeta, drammaturgo, saggista, critico d’arte, pittore, regista, attore, penna formidabile e vulcanica, mente divisa tra rigore analitico e ardente visione profetica, Testori è stato un uomo dilaniato da una profonda scissione interiore, tra il rigore della sua ortodossia cattolica e quella che lui definiva “la sua condizione di omosessuale”.

Il doppio binario segnato dai suoi maestri, Manzoni e Caravaggio, attraversa tutta la sua opera, tra solennità ieratica e violenza blasfema, sommo pudore e squarci pornografici, elevazione spirituale e abissi del vizio.

Un autore benedetto da una sensibilità spirituale straordinaria e, proprio per questo, maledetto da un tormento irrisolvibile.

Non possiamo, nello spazio breve di un articolo, affrontare la vasta opera testoriana. Possiamo, però, invitare a riscoprirne la straordinaria ricchezza, grazie alle riflessioni di chi ne ha esplorato i differenti aspetti.

Alessandro Zaccuri è una delle firme culturali di Avvenire, autore di saggi (tra cui Come non letto. 10 classici + 1 che possono ancora cambiare il mondo, Ponte alle Grazie, 2017) e romanzi come Il signor figlio (Mondadori, 2007, premio Selezione Campiello) e Lo spregio (Marsilio, 2016, premi Comisso e Mondello Giovani).

Il suo libro più recente è Nel nome, edito da NNE nel 2019. Abbiamo scelto Zaccuri per discutere dell’importanza di Testori non solo per il livello intellettuale dei suoi contributi, ma anche per una particolare attenzione dimostrata nei confronti dell’autore lombardo; sulla sua pagina Facebook, infatti, per tutto il periodo della cosiddetta Fase 1 del lockdown Zaccuri ha pubblicato quotidianamente citazioni tratte dall’opera testoriana, destando notevole interesse e inducendo molti contatti a scoprirne la profonda bellezza.

Una scelta significativa: le riflessioni spirituali di un autore fieramente inattuale come commento puntale alla surrealtà del presente. Forse, perché proprio in questi tempi di convenzione sospesa e forzato ritorno all’essenziale possiamo accostarci e quella che Testori chiamava “la maestà della vita”.

Ecco la nostra conversazione.

Qual è l’importanza di Giovanni Testori nella letteratura italiana del Novecento?

Testori è un grande testimone della libertà. Testimone, perché le sue parole portano sempre il segno di una fortissima esperienza personale: è da lì, dalla propria storia, che Testori parla. E lo fa con libertà, appunto, che significa non solo assenza di condizionamenti esterni, ma anche e specialmente affrancamento interiore dal pregiudizio, disponibilità alla contraddizione e al rischio. È per queste ragioni che, da quando è iniziata l’emergenza coronavirus, ho avvertito il desiderio di ascoltare di nuovo la sua voce. Ogni sera, dal 12 marzo fino ai primi di maggio, ho pubblicato su Facebook un frammento, anche minimo, dei suoi testi. Lo considero un piccolo gesto di gratitudine da parte mia e anche una piccola, piccolissima testimonianza di libertà.

Pasolini e Testori, spesso accostati per il loro dissidio interiore tra ricerca del sacro e richiamo dei sensi (il secondo in un certo senso sostituì il primo sulle pagine del Corriere della Sera). Due modi diversi di testimoniare la propria omosessualità “scandalosa” per i propri tempi, causa di gravi contrasti con le proprie diverse, ideologie di riferimento.

Quali sono le principali affinità e divergenze?

In realtà sono due storie abbastanza diverse, almeno per quanto riguarda gli ambiti di appartenenza. Pasolini, com’è noto, fu espulso dal Pci nel 1952 per le accuse di indegnità morale relative alla sua omosessualità e anche da questo trauma parte il suo percorso di esplorazione dell’«umile Italia». Per certi aspetti è una posizione simile a quella del primo Testori, che si presenta sciolto da ogni legame, e dunque scandaloso – se vogliamo usare questo termine – in modo quasi programmatico. Non vorrei schematizzare troppo, ma in questo senso il Testori degli esordi assomiglia molto al Pasolini della maturità. Il punto è che, quando si compie la conversione, Testori porta con sé la propria omosessualità, non la rinnega né la riduce alla dimensione della vergogna e della colpa. Al contrario, la vive e la pensa come un episodio della storia della salvezza, come un portato dell’Incarnazione. Non la tematizza, non la interpreta come fatto culturale, distanziandosi in questo da Pasolini.

La riporta in quel contesto di dolorosa libertà che, lo ripeto, è la sua cifra più caratteristica.

Parlando anni fa con l’attore Sandro Lombardi, che ha portato spesso a teatro opere di Testori, egli sottolineava la straordinaria varietà stilistica, dall’italiano castigatissimo e manzoniano dei romanzi all’esplosione oscena del vernacolo di alcune opere teatrali.

Come mai questo aspetto di grande inventore di linguaggio, che non ha nulla da invidiare a Gadda, viene spesso sottovalutato quando si parla di Testori?

Non mi pare che sia così sottovalutato, almeno in sede critica. Come ogni grande sperimentatore, Testori si serve della lingua (e nella fattispecie della lingua italiana, così articolata al suo interno) attingendo a ogni registro possibile, dalla semplicità elementarefino alla mescolanza spudorata di erudizione e dialetto. Drammi come L’Ambleto e più ancora Sfaust colpiscono per l’invenzione di una lingua che è nello stesso artificiale e credibilissima, ma nel teatro di Testori c’è posto anche per la sintassi cristallina di Conversazione con la morte e di Interrogatorio a Maria, opere che a me sembrano non meno sperimentali, sia pure di una sperimentalità volutamente dissimulata o, meglio, interiorizzata.

La penna straordinaria di Testori ci ha lasciato anche formidabili pagine di critica d’arte, sulla scia del maestro Roberto Longhi (altro punto di contatto con Pasolini).

Quanto di questo sguardo pittorico (pensiamo al suo amore per Caravaggio) ha influenzato il suo immaginario?

Più che di influenza, parlerei di una tensione che agisce nell’opera di Testori attraverso la complessità di uno sguardo che – non dimentichiamolo – era stato educato anche nell’esercizio della pittura, abbandonato abbastanza presto da Testori e poi ripreso con grande intensità negli anni Ottanta. Anche in questo caso, impressiona la vastità dei suoi interessi, che non deriva dalla sola curiosità intellettuale ma dall’intensità dell’esperienza. Caravaggio, le statue di Gaudenzio Ferrari al Sacro Monte di Varallo, la Crocifissione di Francis Bacon sono i segni esteriori con cui la ricerca interiore di Testori si misura fino a far cadere qualsiasi distinzione. Non è un caso che molta sua poesia appartenga, in senso tecnico, al genere dell’ekphrasis, la descrizione in versi di un’opera d’arte. La serie sulla Maddalena, per esempio, è uno straordinario esercizio di critica condotto in forma poetica.

Se dovessimo introdurre a un neofita l’opera di Testori, quali sarebbero le tre opere da suggerire?

Suggerisco tre opere teatrali, perché credo che il teatro sia il luogo in cui meglio si armonizzano i diversi aspetti della personalità e della poetica di Testori. Si può cominciare con I Promessi Sposi alla prova, che affronta il romanzo di Manzoni nella prospettiva della messa in scena, chiamando in causa la figura decisiva del Maestro: è un rovesciamento geniale del dispositivo pirandelliano, perché questa volta non solo l’autore c’è, ma è addirittura lui ad andare in cerca dei personaggi. Poi farei un passo indietro con L’Arialda, il dramma degli anni Sessanta per cui Testori finì sotto processo con l’accusa di oscenità. Ci ritroviamo la Milano precaria del dopoguerra, la promiscuità evidente, la purezza che si manifesta per lampi, per strappi. Infine, il capolavoro assoluto, ossia In exitu, passione e morte del tossico Riboldi Gino rappresentata per la prima volta nel 1988 alla StazioneCentrale di Milano. Monologo indimenticabile, concepito per Franco Branciaroli mapotentissimo anche alla sola lettura. La lingua in tutta la sua estensione, dalla bestemmiaal salmo, e Testori in tutta la sua libertà, tra il peccato e la grazia.

 Quanto manca nel dibattito pubblico una figura come Testori?

A me personalmente moltissimo, per i motivi che ho provato a dire. Trovo singolare che mentre molti hanno cercato di intestarsi una sorta di “funzione Pasolini”, il vuoto lasciato da Testori sia rimasto intatto, quasi ad ammettere una insostituibilità. Non sto suggerendo gerarchie, sia chiaro. Ma questa assenza in qualche modo deliberata mi sembra già in sé un’eredità, è la conferma di quella formula della «gratitudine senza debiti» che dà il titolo al bellissimo libro in cui Luca Doninelli ha ripercorso il suo rapporto con Testori.

Qual è il grande insegnamento che la sua opera ci lascia?

Lo riassumo in questi suoi versi che ho ripreso su Facebook qualche settimana fa e che hanno molto colpito chi li ha letti: «Nulla ti giuro / è nero. / Tutto, se ami , è semplice, /atroce, / vero».

Adriano Ercolani è nato a Roma il 15 giugno 1979. Appena ventenne, ha avuto il piacere di collaborare con Giovanni Casoli nell’antologia Novecento Letterario Italiano e Europeo. Si occupo di arte e cultura, in varie forme dalla letteratura alla musica classica e contemporanea, dal cinema ai fumetti, dalla filosofia occidentale a quella orientale. Tra i suoi Lari, indicherei Dante, Mozart, William Blake, Bob Dylan, Charles Baudelaire, Carmelo Bene, Andrej Tarkovskij e G.K. Chesterton. È vicepresidente dell’associazione di volontariato InnerPeace, che diffonde gratuitamente la meditazione, come messaggio di pace, nelle scuole e nei campi profughi di tutto il mondo, dalla Giordania al Benin, dal Libano a Scampia.
Nel suo blog spezzandolemanettedellamente riversa furiosamente più di vent’anni di ricerca intellettuale. Tra le sue collaborazioni: Linkiesta, la Repubblica, Repubblica-XL, Fumettologica e ilfattoquotidiano.it.
Commenti
2 Commenti a “L’eredità di Giovanni Testori. Una conversazione con Alessandro Zaccuri”
  1. Elena Grammann scrive:

    Da quando i cattolici si sono accorti (e ce ne hanno messo) che malgrado i loro sforzi la libertà individuale non è più eliminabile dalle società occidentali, in ambiente intellettuale ne fanno un gran parlare, manco l’avessero inventata loro.
    Un paio di gradini sotto, cioè nelle parrocchie e negli oratori, si è introdotto un lessico nuovo e si è sfrondata la dogmatica, per il resto tutto continua alla vecchia, dispotica maniera.
    E’ il doppio binario cattolico (per cercare di dissimulare il binario morto).

  2. gogo scrive:

    Di dispotico nella società contemporanea c’è ben altro che parrocchie e oratori… La libertà intellettuale è un valore prezioso, ma manca un ambiente dove esercitarla concretamente (politica e media essendone ormai esclusi)

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