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The Americans

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Questo pezzo è uscito su IL ad agosto 2013.  

“La più grande allegoria contemporanea della vita coniugale”: una frase magniloquente che mi è appena uscita e che devo mettere all’inizio del pezzo prima di cominciare a descrivere di cosa parla The Americans sulla carta.

Prima di dire di cosa parla, devo aggiungere che in un pezzo dello scorso numero di IL, la coppia Bonazzi-Greco, parlando del rapporto a tre fra loro due e le serie tv faceva capire che il vero tema delle serie tv è la vita di coppia, e la sua ombra, l’adulterio. Guardare insieme Don Draper che tradisce la moglie e imbarazzarsi all’idea che quella scena dica qualcosa su chi la sta guardando insieme, in coppia. Il che non è assurdo, perché le serie tv le guardano soprattutto i trenta-quarantenni quando finalmente rinunciano a uscire tutte le sere e si accasano. Mad Men parla di adulterio; Breaking Bad mostra come, volendo, tutta l’impresa di diventare un re della droga possa essere letta alla luce dei silenzi a tavola della moglie e ancora di più alla luce dell’inquietante interrogativo: ora che ho rivelato chi sono veramente, mia moglie è più inorridita o attratta?

Il “tu che faresti al suo posto” applicato alle situazioni della vita di coppia è un privilegio della serie tv. Dei film e dei romanzi non si tratta più la questione morale. Le vicende sono sempre lette o viste come inevitabili. La ricorsività della serie invece permette alla coppia annoiata sul divano di domandarsi ogni sera, per anni: come nasconderei io quel che Don Draper sta nascondendo alla moglie scendendo per la scala di servizio fino al pianerottolo della coppia di amici per farsi aprire la porta da una casalinga disperata? Sarei altrettanto sbadato? E tua moglie lo sa che lo stai pensando. E lei si sta immedesimando nella moglie del medico che sta aprendo la porta a Don.

E ora, il livello letterale di The Americans.

Due russi, un uomo e una donna, vengono addestrati fin da piccoli per diventare spie infiltrate in America durante la guerra fredda. Oltre a saper fare cose da spie – arti marziali, microfoni nascosti, tecniche di tortura, guida spericolata – parlano inglese con insospettabile accento americano, sembrano americani, e soprattutto: si sono sposati pur non amandosi, anzi hanno lasciato i loro grandi amori per compiere la missione americana, e come colleghi, fingendosi innamorati, hanno consumato il matrimonio per figliare. La famigliola middle class americana sarà la loro copertura: hanno fabbricato due figli come copertura. Hanno usato una tecnica sopraffina per costruire una copertura: con due spermatozoi e due ovuli hanno assemblato due esseri viventi che gli valgono come alibi. Dov’eri? Stavo preparando la cartella a mio figlio; stavo spiegando a mia figlia come si tratta un ragazzo carino.

I fatti narrati cominciano quando la figlia maggiore sta entrando nell’adolescenza. Sono gli anni ottanta: essere americani vuol dire più che mai amare i riti patriottico-consumistici nazionali. Consumare ancora non rende obesi, quello è un problema degli anni novanta, ancora solo in boccio. La figlia maggiore e il fratellino sono perfettamente americani, amano le parate e lo sport e il rock. Il padre è interessato a questo benessere dei figli, la madre è più ortodossa e non si lascia conquistare (peraltro sua figlia la odia). Il problema è che il loro alibi, i figli, si è trasformato in una propaganda americana continua, che crea dissapori fra i due colleghi – marito e moglie – perché uno sembra quasi disposto a tradire il comunismo, l’altra è infastidita da questa copertura che sta diventando troppo persuasiva per loro stessi.

In questo pezzo, per evitare ogni spoiler, mi limiterò a raccontare solo cosa avviene all’interno della famiglia. O meglio, sotto la copertura della famiglia, lasciando fuori tutto il divertimento di un melò pieno di tracce fuorvianti, accenti ridicoli, spie con l’aria da zie, doppiogiochisti, vecchi telefoni con la rotella, canzoni di Peter Gabriel.

Le due spie, sposate per finta, usano come arma prediletta il proprio fascino per andare a letto con persone da cui possono ottenere informazioni. Indossano delle parrucche, si truccano, cambiano atteggiamento, e di volta in volta diventano goffi amanti di segretarie o sgualdrine yuppie esperte in gemiti. Vanno a letto con la peggio gente, si fanno frustrare, ricevono dichiarazioni d’amore. Capita che i rapporti sessuali vengano registrati su audiocassetta per tenere traccia delle conversazioni. Così ecco la scena di lui che in uno sgabuzzino ascolta i gemiti di lei su cassetta.

Cos’è? Gelosia? Quando guardiamo questa scena non abbiamo ancora capito fino in fondo che i due non si sono mai amati, che sono stati solamente assegnati l’uno all’altra. Ma a forza di fare la coppia per finta, glielo leggi in faccia mentre sente la “moglie” che geme, forse… forse… Forse cosa? Non si può dire fino in fondo che la soluzione è che in fondo si amano, perché i due si avvicinano e si allontanano per tutta la pria stagione e quell’intuizione amorosa sfugge continuamente.

La grandezza di The Americans sta qui. Dal punto di vista dello stile, è un’interessante serie di seconda generazione che lascia indifferenti molti spettatori. Ne ho parlato con vari amici. È una specie di Homeland meno appassionante, più controllato. C’è il nemico e il nemico è fra noi (noi gli americani). In Homeland è un soldato segretamente mussulmano, qui è una coppietta segretamente comunista. La serie è girata con scioltezza perché sa già tutto ciò che può fare una serie. Può raccontare in dettaglio cosa accade in un ufficio dell’FBI pescando qualcosa dal DNA di The Wire: la vita d’ufficio è noiosa e prosaica, si accende solo ogni tanto di retorica quando muore qualcuno o si dà il via a un’operazione, ma la retorica è sgamata e può essere giustificata solo se è morto un collega e i sopravvissuti hanno voglia di onorarlo. I personaggi sono persone semplici psicologicamente ambigue. Perché ormai si sa come ottenere certi effetti: prendi attori bravi e li lasci fare senza che ogni cosa che dicono o fanno abbia per forza un significato. Li lasci respirare.

The Americans fa tutto ciò prendendo dalla grammatica ormai consolidata della serie drammatica. Eppure, in quel che fa non ha niente di clamoroso. È anzi fin troppo controllata, nonostante l’episodio pilota e qualche altra scena drammatica abbiano fatto dire ai critici che si tratta di una serie camp, quasi kitsch. In realtà è tutta una faccenda di cene in famiglia, scene di sesso in alberghi squallidi, tempi morti della polizia, interrotta ogni tanto da un inseguimento. Nessun personaggio si abbandona ad esagerazioni “dammi-un-Emmy” come la Claire Daines di Homeland. Sembrerebbe una semplice serie basata sulla trama: vediamo se la bomba esplode, vediamo se ammazzano quello. Ma no.

Eppure, non si può neanche dire che sia in senso chiaro e diretto una serie sui temi privati, intimisti: cioè che il suo vero tema sia il matrimonio, nel senso in cui lo definivo prima. La serie non riguarda cosa faremmo davvero nei loro panni. O per essere più precisi: questo gioco lo si può fare solamente con il matrimonio dell’avversario della coppia di spie, un americano troppo devoto al suo lavoro di agente FBI che sta trascurando la moglie per combattere le spie comuniste e per far l’amore con una bella ragazza russa dell’ambasciata da cui si fa dare informazioni. Ma al di là di questo contrappunto più realistico, i protagonisti ci impongono una cosa molto più complicata, che è il vero fascino di The Americans.

Guardando The Americans, senza quasi rendersene conto, per una volta si può affrontare la vita di coppia come fosse una complicatissima contraffazione generata da esigenze che non hanno a che vedere con il bisogno di amore e comunione, e che però, per la sua stessa forma, instilla il dubbio: da questa unione così formale potrebbe nascere qualcosa di importante. In The Americans, ogni tentativo di fedeltà e lealtà e comunione fra i due protagonisti è visto come un di più, un miracolo costruito a partire da due traiettorie – il percorso da agenti dei due finti sposi – che di per sé non c’entrano con l’amore.

Se ritorniamo alla scena di lui che ascolta i gemiti della moglie e prova un vaghissimo desiderio che lei gli appartenga (più che un desiderio quasi un dubbio, una curiosità – e se ci appartenessimo?), vediamo che la felicità di coppia, una torre da cui – se guardiamo Mad Men – riteniamo impossibile non cadere fracassandoci, è qui considerata, al contrario, una voglia paradossale, tenera, che prende due persone intente a fare tutt’altro. Nelle narrazioni sul matrimonio oggi, la coppia è quella cosa forte, alta, teoricamente importante, che è quasi impossibile difendere. È il vincitore annunciato che perde sempre. In The Americans, invece, è la possibilità alternativa, assurda, che contagia due persone che teoricamente non hanno obblighi affettivi reciproci pur vivendo come una coppia. Lasciamo perdere il fatto che i figli di due persone che si trovano in questa situazione dovrebbero essere dei casi umani mentre qui sono abbastanza innocui (per ora).

La cosa eccezionale, secondo me, è che potremmo usare The Americans per vederci in questo modo: nella coppia in cui ci troviamo, sia io che lei siamo due spie che hanno tutt’altro scopo che la comunione e l’amore. Stiamo insieme come strategia di sopravvivenza. In realtà ognuno sente il partner – se si concentra bene – gemere per e con qualcun altro. L’intimità non esiste perché ogni persona è una spia lanciata in una missione stressantissima (soddisfare i miei lavorando tantissimo?, fare figli così mia madre non mi giudica?) che solo per questioni pratiche, per mescolarsi nella società, prevede che si contragga un patto amoroso. L’inconscio produce continuamente gemiti dentro i registratori. La spia che è in noi ha da sempre tutt’altro piano che l’amore coniugale. La famiglia è un alibi per fare altro.

The Americans ti fa sentire così: come la spia che finge di essere marito e padre. E quando il marito e padre guarda l’altra spia, la moglie e madre, e si dice che forse sente qualcosa per lei, quel qualcosa, per una volta, non è senso del dovere (ciò che invece proviamo ogni volta che Don Draper fa lo sforzo di amare sua moglie per una sera), ma un senso di sollievo: forse non sono solo al mondo.

Francesco Pacifico è nato a Roma nel 1977, dove vive. Ha pubblicato i romanzi Il caso Vittorio (minimum fax), Storia della mia purezza (Mondadori) e Class (Mondadori). Ha tradotto, tra gli altri, Kurt Vonnegut, Will Eisner, Dave Eggers, Rick Moody, Henry Miller. Scrive su Repubblica, Rolling Stone, Studio.
Commenti
2 Commenti a “The Americans”
  1. Paolo scrive:

    Americans dev’essere una ottima serie. Poi chiaramente l’amore (che è un sentimento che esiste, non è necessariamente un alibi) fa parte della vita ed è legittimo che la narrativa ne racconti di volta in volta lati chiari e oscuri

  2. Lou scrive:

    Al di fuori dell’analisi di coppia, che rende, secondo Francesco Pacifico , questa serie addirittura intimista e pur ripettando questo punto di vista… ma come la si può paragonare a prodotti come Mad Men? Homeland? Non sto neanche ad analizzare le differenze -abissali- dico solo che questa serie é povera di tutto: sceneggiatura, fotografia, montaggio e non oarliamo di questa middle class anni 80 che manco sanno cos’é stato l'”edonismo reaganiano”… tutto povero, privo di qualsiasi fascino.

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