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The big carnival. L’asso del giornalismo

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“Le cattive notizie vendono, quelle buone non sono notizie”. È solo un assaggio del cinismo con cui Billy Wilder costruisce il personaggio di Charles Tatum, Kirk Douglas in Ace in the hole, L’asso nella manica.

È il 1951, Tatum è un tipo di giornalista arrogante, spregiudicato, che dopo avere scritto per le migliori testate, si ritrova nella redazione di un piccolo giornale nel nulla del deserto di Albuquerque, New Mexico, dove la cosa più eccitante è la fiera dei serpenti (spunto per una sua memorabile “lezione” di giornalismo) e dove ciò che conta, almeno per il direttore del giornale, è ciò che si legge appeso al muro nel suo ufficio: Tell the truth, il motto, o meglio, il monito di chiunque faccia informazione: Dite la verità.

La sceneggiatura è un capolavoro di battute spietate, di scene durissime in cui il protagonista rivela di sé e del mondo della carta stampata tutto il peggio. Valga a darne conto quella che potremmo chiamare la politica editoriale del serpente nascosto. La città è invasa da cinquanta serpenti. Catturano i primi dieci, venti, trenta, e nessuno sembra quasi accorgersene. Fino a quando ne resta uno solo. Dove sarà, chi morderà? Quanta paura può fare un solo serpente in libertà?

La notizia, ci rivela Tatum, non sono i cinquanta serpenti ma quell’unico che non si trova. E che va tenuto nascosto il più a lungo possibile se si vuole tenere agganciato il lettore al racconto che se ne fa. Come a dire cento, mille, non sono una notizia. Ci vuole un uomo, una faccia, un corpo, su cui concentrare tutta l’attenzione, su cui accanirsi come su quell’unico serpente. Che il bravo giornalista, quello che sa raccontare, pardon, vendere una storia, tiene a lungo nascosto dentro il cassetto della scrivania.

Mi è venuto in mente questo vecchio film leggendo gli articoli e guardando la gran parte dei servizi giornalistici italiani in rete nei giorni successivi al terremoto che ha colpito i paesi di Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto, le frazioni e le zone vicine, la notte tra il 23 e il 24 agosto.

Quasi duecento video in tre giorni, interviste a sopravvissuti con la pena ancora nel cuore lo shock e le ferite addosso, a soccorritori affaticati e provati con le mani ancora nelle macerie, e poi foto di persone, di cani, di cadaveri, di ciabatte perse, mutande stese e salotti a cielo aperto, in ordine sparso, le cosiddette immagini simbolo del terremoto. Quelle di corpi ritratti mentre piangono, si disperano, si abbracciano, baciano la bara dei propri cari, tra lenzuola a coprire cadaveri, cani, ancora cani, ad aspettare padroni che non torneranno, tra gemiti, lamenti di vivi con i morti ancora lì da seppellire.

Mi sono chiesta, veramente ci piace questo voyeurismo nostro di lettori e di giornalisti? Non ci siamo ancora affrancati o emancipati da quel pozzo di Vermicino, quello in cui tutti guardavamo nel buco Alfredo Rampi un’intera notte del 1981? Il media circus come si finì per chiamare anche il tentativo di recupero della piccola Jessica McClure caduta in un pozzo profondo nel giardino di casa in Midland, Texas, nel 1987?

Cos’è che ci piace tanto in questo sfilare, applaudire come se un funerale fosse uno spettacolo, cosa ci cattura e seduce di questa morbosità, di questa fiera del dolore a cui siamo invitati o a cui ci invitiamo da soli? Il rito della celebrazione della morte è antico quanto l’umanità, il fare teatro della sofferenza non è certo una novità televisiva. La rappresentazione del dolore, della morte è un’espressione potentissima, esorcizza la morte stessa, la celebra, la fa sentire parte della vita, un accadimento umano che riguarda tutti.

Ma nel racconto sembra che qualcosa di questo rito che esorcizza la paura di morire si sia per così dire rotto, o corrotto, abbia perso misura e rispetto, quello che si deve ai corpi, e alla memoria di un paese distrutto, di un individuo addolorato. Quel qualcosa di sacro che c’è in una comunità colpita da un evento improvviso e sconvolgente come un terremoto sembra perdere valore, o non avere più senso, quando se ne fa racconto scritto e visivo.

Mi chiedo se in questi casi non farebbe un servizio migliore un racconto che si prende una pausa dalla parola, assecondando il silenzio e il pudore che si porta addosso un corpo martoriato, impaurito. Se non converrebbe occuparsi solo di come mai una scuola, un ospedale, ogni casa siano fatte di sabbia e acqua come i castelli dei bambini al mare. Se non sarebbe interessante cercare di capire, di vedere lontano, di immaginare di chi siano le mani su quella città, per citare Francesco Rosi e un altro profetico film, ogni giorno, fino a stancarci, a stordirci di parole che abbiano senso o che lo ridiano a ciò che Susan Sontag chiamava lo shock del reale.

Come per L’Aquila che dopo sette anni dal 6 aprile 2009 sembra ancora ferma a quella notte, ancora lì esempio nefasto di quanto poco e male sia stato fatto, di come una città non possa vivere senza i suoi abitanti, senza quei 65.000 dislocati, dispersi nelle diciannove cosiddette New Town che altro non sono che dormitori, la cui piazza è la rotonda di un centro commerciale e dove, tra il trauma mai superato e la solitudine, lo spaesamento è fisico e mentale, materiale e spirituale. Oggi a L’Aquila, che odora ancora di polvere e calce, ci vanno i turisti a visitare il più grande cantiere d’Europa, a camminare per strade vuote che sono teatro di una politica di speculazione e corruzione che vorremmo non si ripetesse anche questa volta.

L’asso nella manica, il film che trattava male tutti, la stampa e il pubblico, fu un flop, ribattezzato The big Carnival, non incontrò il favore della critica e degli spettatori – troppo coinvolti gli uni e gli altri per goderne, per non sentirsi alla fine un po’ giudicati.

La battuta che chiude la vicenda giornalistica, lo scoop con il quale il nostro Tatum tiene con il fiato sospeso i lettori del suo giornale è: Go home! The circus is over! La grida lui stesso davanti a tutta la gente accorsa a vedere un uomo intrappolato tra la vita e la morte sotto il peso di una montagna, a tutti i giornalisti, le telecamere, i fotografi e i microfoni venuti a catturare ogni suo sospiro, ora per ora, giorno e notte, finché dura, finché c’è da raccontare, pardon, vendere.

Ma è così? Il rapporto tra realtà e narrazione è un rapporto tra raccontare e vendere?

Non lo so, John Berger direbbe che la realtà è tutto ciò che abbiamo da amare. E se penso a come si può raccontare la realtà penso a Svetlana Alexievich, a quel lavoro fatto di osservazione, di partecipazione diretta, di ascolto attento e silenzioso, di tempo e distanza, di avvicinamento rispettoso al dolore degli altri, alla vita delle persone, e alla loro morte. Penso a come la sua scrittura sia testimone della passione per la realtà, di quel tipo di interesse, amoroso, che abbiamo sempre voglia di sentire quando ci raccontano una storia.

Caterina Serra, scrittrice e sceneggiatrice. Ha vinto nel 2006 il premio Paola Biocca per il reportage letterario con “Chiusa in una stanza sempre aperta”, da cui ha avuto origine il romanzo-reportage Tilt (Einaudi, 2008). Il suo secondo libro “Padreterno” è uscito nel 2015 sempre per Einaudi.
È sceneggiatrice di film documentari come “Napoli Piazza Municipio” (Bruno Oliviero, Premio per il miglior film documentario al Festival del Cinema di Torino, 2008), di “Parla con lui” (Elisabetta Francia, 2010) e
autrice del soggetto e della sceneggiatura di “Piccola Patria” (Alessandro Rossetto, Venezia ’70 sezione Orizzonti, 2013). Con lo stesso regista ha lavorato al film in uscita “Effetto domino” tratto dal romanzo
di Romolo Bugaro, Einaudi.
Collabora all’ideazione di Immemoria con il coreografo e ballerino Francesco Ventriglia, Teatro alla Scala, Milano, maggio 2010. È autrice di Displacement – New Town No Town, (fotografie di Giovanni Cocco), un progetto di scrittura e fotografia, esposto al MACRO di Roma nell’ambito del Festival Internazionale della Fotografia 2015 (Quodlibet 2015), e in esposizione al Centre de la Photographie di Ginevra nel 2020. Scrive regolarmente per il settimanale “L’Espresso” e collabora come autrice con “La Repubblica” e con la rivista online “Minima&Moralia”.
Sta scrivendo il suo terzo romanzo.
Commenti
4 Commenti a “The big carnival. L’asso del giornalismo”
  1. SoloUnaTraccia scrive:

    Anch’io lascerei fare il giornalista solo ai candidati al Nobel. Tantopiù in i-Taglia.
    Purtroppo la professione, da servizio pubblico al pari di polizia, vigili del fuoco e politica, è in mano a torme di scalzacani e le barriere all’ingresso hanno reso irreversibile il processo di decomposizione.

  2. Lupo scrive:

    stupenda riflessione… complimenti e grazie Caterina Serra…
    pare che la velocità del “tutto e subito” non possa lasciare il tempo a nessuno di ascoltare davVero quelle vittime… nessuna possibilità di osservare davVero quei luoghi…
    o forse ci vuole troppo “cuore” per ascoltare e saper raccontare il cuore degli altri…

    e poi su isoradio in autostrada si sente ogni giorno
    “incidente sulla A1 fra Bologna e Modena sud… rallentamenti e code a tratti sul lato opposto a causa di curiosi”

    tristezza infinita

    aspetto con trepidazione una sua inchiesta sulle orme di Svetlana Alexievich
    credo ne sarebbe, anzi ne sia certamente capace.
    a presto

  3. Undog scrive:

    “Quasi duecento video in tre giorni, interviste a sopravvissuti con la pena ancora nel cuore lo shock e le ferite addosso, a soccorritori affaticati e provati con le mani ancora nelle macerie, e poi foto di persone, di cani, di cadaveri, di ciabatte perse, mutande stese e salotti a cielo aperto, in ordine sparso, le cosiddette immagini simbolo del terremoto. Quelle di corpi ritratti mentre piangono, si disperano, si abbracciano, baciano la bara dei propri cari, tra lenzuola a coprire cadaveri, cani, ancora cani, ad aspettare padroni che non torneranno, tra gemiti, lamenti di vivi con i morti ancora lì da seppellire.”

    Parto da questo passaggio dell’articolo per il mio commento, pensieri che covo da giorni, da quando mi sono svegliato dentro una roulotte traballante in un campeggio delle Marche la notte del 24 agosto scorso. Abbaiavano i cani, latravano lungamente, in lontananza, in sincrono con gli allarmi delle auto parcheggiate.

    Poco dopo l’ultima scossa, a ridosso dell’alba, è partita una diretta inarrestabile prima sui social poi televisiva: la diretta delle oltre duemila scosse a telecamere tremanti e della conta dei cadaveri e dei salvati fino all’ultimo di questi, quell’ultimo che come nel film citato dall’articolo, diventa protagonista in sé. Attesa vincolante.

    Questo giornalismo cannibale lo viviamo, lo deploriamo e lo alimentiamo dagli anni della nostra tarda “americanizzazione” quando ormai tutte le case avevano la Tv. Giunsero a noi mmagini e indagini finalmente avvincenti. Audaci e feroci. Lo stesso Nixon fu sconfessato dai suoi primi piani sotto i colpi delle domande di Frost; l’indugiare della telecamera sul suo volto sfatto e gonfio ebbe molto più effetto delle sommesse parole di colpevolezza.

    Il testo di Guy Debord (il noioso, The Bored) sulla società dello spettacolo (1967), per quanto compiaciuto e smaccatamente marxista, rappresentava una previsione allarmante che oggi è la normalità, la sua assuefazione all’orrore quotidiano, nella mercificazione di immagini, la religiosa pervasività del macabro nelle nostre pause dall’affanno. Le immagini che ininterrottamente abbiamo voluto cogliere dai vari network dopo l’ultimo terremoto, sono state utili alla valorizzazione del prodotto in onda, il quale ci è stato venduto in cambio di un più ampio assorbimento di spot pubblicitari. Questi ultimi di fatto si valorrizzano in base all’audience e alle fasce orarie. L’informazione può omettere le immagini, lo spettacolo no. E le immagini che abbiamo visto in buona misura hanno intrattenuto e guadagnato, poi anche informato.

    Abbiamo bisogno di vedere con l’occhio implacabile delle telecamera fin dentro agli armadi divelti, con set antisismici assemblati per l’occasione da trasmissioni (come quella di La7 In onda) condotte direttamente tra le macerie ancora fumanti, il tutto possibilmente condito di parole, a volte amare e sentite, come quelle di qualche giornalista capace anche di poesia. Ed ecco che abbiamo avuto il nostro spettacolo, espiando in parte nuove colpe grazie al vangelo delle immagini.
    Coprotagonisti dello spettacolo anche i cani, niente di strano. Cani salvati e cani salvatori, cani poliziotto e cani pompiere, poi anche cani orfani dei padroni, in ogni caso i servizi non potevano certo ignorare questo gruppo sociale neo-umano; un servizio britannico è stato dedicato al salvataggio di un volpino strappato al sottosuolo dalle braccia di una donna in divisa; anche questo fa parte dello spettacolo, della sua compatibilità con le abitudini affettive domestiche.

    Profluivio di mmagini, dirette infaticabili, interviste imbarazzanti a vecchie in camicia da notte; cadaveri coperti da teli bianchi, bambini rattrappiti su barelle impolverate, cani smarriti, qualche anziano furente (come quello stretto tra Labbate e Parenzo a guardia della sua schietta testimonianza), e ancora intimità lacerate, libri rotti, riviste, indumenti, insomma la vita degli altri, la realtà che al tempo diventa nuovo situazionismo, libera comunicazione tra i singoli, con la regia dell’istituzione. Una sorta di reality istituzionale improvvisato.
    Dopo le tante immagini però sono giunte le analisi. Noiose, ripetitive e discordanti, in ultimo avvilenti. Ma quelle sono materia dei giornali.

    C’è la volontà e la responsabilità di ogni singolo spettatore in tutto questo. C’è il nostro click sui video trasmessi diuturnamente dai luoghi del sisma, affascinati dalla spregiudicatezza dei pensieri liberi di veterani del “circus” come Bruno Vespa.

    Insomma abbaio contro noi telespettatori che in ultima istanza consentiamo che tutto ciò prolifichi e si espanda. Siamo già arrivati alla morte in diretta in centinaia di tg, allo sciacallaggio più indisturbato anche da parte di moralisti della tv e del giornalismo; il rischio di una nostra crescente complicità è alto. Senza il pubblico, senza gli spettatori, questo giornalismo (televisivo) sarebbe onanismo solitario.

    Blob in quelle sere di estenuanti cronache da un terremoto ha riassunto al meglio la questione che pone Caterina Serra; l’eccitamento, la tensione quasi erotica di alcuni servizi, le parole e i gesti meno opportuni di altri, la criminalità di tante intrusioni e tante domande. Lo squallore in diretta incapace di correggersi, di arrestarsi, nella furia emotiva di un collegamento precario. La diretta tradisce sempre un alto tasso di umanità, di astoricità, questo dunque siamo. L’avidità di immagini, di parole affilate, di grida, liti, ma anche di commozioni familiari, dolcezze canine, storie di vita a lieto fine, storie maledette di morte e di passione, tutta questa fame va soddisfatta, pena la nevrosi di massa, l’ulteriore abbassamento dei consumi e forse anche della libido.

    “Mi sono chiesta, veramente ci piace questo voyeurismo nostro di lettori e di giornalisti? Non ci siamo ancora affrancati o emancipati da quel pozzo di Vermicino, quello in cui tutti guardavamo nel buco Alfredo Rampi un’intera notte del 1981? “
    Questa domanda del Suo pezzo contiene già tante risposte, nessuna è acquisita.

  4. Torquemada scrive:

    Ho letto e condiviso questo articolo che trovo più realista del re.
    É per tutto questo che di nove giornalisti su dieci penso tutto il male possibile
    Basta con “maratone” che offendono il dolore.

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