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The Fall. L’odio impossibile tra detective e serial killer

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(Questo articolo non contiene spoiler della terza stagione)

Si è conclusa da pochi giorni su Sky Atlantic la serie The Fall, che per tre stagioni ha messo in scena le dinamiche di relazione tra una detective e un serial killer. Perché il lungo film creato, scritto (e ad eccezione della prima stagione anche diretto) da Allan Cubitt altro non è se non la messa in scena di un rapporto ossessivo tra avversari.

Detective e omicida in The Fall hanno caratteristiche psicologiche simili. Evidente è la differenza d’età tra i due, ma molte sono le analogie. L’inclinazione a strumentalizzare fatti e persone, la riservatezza, il dominio delle emozioni, la mania del controllo, l’ossessione per il crimine.

E il montaggio alternato si rende complice di questa similitudine. Da subito il duello si avvale di un continuum tecnico: i passaggi in dissolvenza tra una scena e l’altra legano in maniera fatale i protagonisti.

Siamo nell’Irlanda del Nord, in una Belfast dai colori desaturati, fatta prevalentemente di interni, spazi in cui non ha importanza se fuori è notte o giorno. Stella Gibson (Gillian Anderson), quarantacinque anni, ottiene il ruolo di detective sovrintendente di una serie di delitti, ricondotti per suo fiuto a un solo omicida: sarà il caso Musicman. L’assassino cui Stella dà la caccia è l’insospettabile Paul Spector (Jamie Dornan), un affascinante trentenne perfettamente integrato nella società. Paul ha un lavoro come terapista, è marito e padre di due bambini. Tra Stella e Paul si innesca una complessa caccia del gatto al topo che ha il merito di funzionare dal primo all’ultimo episodio in virtù della salda attenzione riservata alla psicologia dei personaggi.

«Ho sempre voluto che The Fall avesse una qualità forense e che la storia, auspicabilmente, andasse sempre più a fondo in questa esplorazione dei personaggi», afferma Cubitt in una recente intervista della BBC, l’emittente televisiva che ha trasmesso la serie nel Regno Unito, rilanciata poi da Netflix sul mercato americano.

E sono indubbiamente i personaggi il motore dell’azione. È il lento e inesorabile avvicinamento tra Stella e Paul ad avvolgere lo spettatore, ad accerchiarlo. E sono “le armi” narrative consegnate da Cubitt ai protagonisti a definire gli sviluppi del racconto.

Per tutta la durata della serie Paul incarna l’azione, il linguaggio assegnato al personaggio è quello del corpo. Stella invece è reazione, l’arma in suo potere è linguaggio verbale. Ecco l’attenzione della macchina da presa per i movimenti di Paul, il farsi attenta osservatrice dei suoi spostamenti, dei gesti. L’interpretazione di Jamie Dornan infatti si basa su un’espressività controllata e lavorata per sottrazione. Allo stesso modo, dell’intensa interpretazione di Gillian Anderson l’aspetto che più colpisce è la voce. Stella possiede un’abile capacità di sintesi, una dialettica chiara che si traduce in un’espressione verbale quasi sussurrata. Stella non alza mai la voce, offre lo sguardo all’interlocutore e lo “ipnotizza” sussurrando. Questa modulazione della voce imprime una certa solennità alle parole e infonde un carattere inequivocabile alle sue idee.

Alla luce di questa disposizione delle forze, è possibile individuare tre diverse fasi nello sviluppo della storia, una per ciascuna delle stagioni che compongono la serie: la fase dell’oggettivazione o della esternazione delle fantasie criminali, la fase della scissione della personalità e la fase della manipolazione. Ognuna di queste fasi è determinata dalle azioni di Paul.

Si comincia con i corpi, le scene del delitto, le analogie tra un delitto e l’altro. Ogni cosa sembra ricondurre la polizia a un unico artefice. Sono gli oggetti, peculiari, distintivi, di ogni omicidio a indicare a Stella la possibilità di una coazione a ripetere.

In questa fase partecipiamo alla doppia vita di Paul: vediamo l’uomo comune, scopriamo la famiglia e le premure di un padre, ma assistiamo anche alla preparazione e alla realizzazione degli atti predatori di un assassino. I meccanismi messi in atto da Cubitt nella prima stagione di The Fall sono simili a quelli della serie Dexter: raccontare il giorno e la notte di un assassino insospettabile, rendendo lo spettatore complice delle sue menzogne.

Dexter possedeva un codice morale irreprensibile: non uccidere gli innocenti, e si avvaleva di una voce narrante suadente e affabulatoria. Questi aspetti ci permettevano di parteggiare per il killer. Paul è più oscuro, è un assassino meno “amabile” e decisamente più silenzioso. Ma anche in lui è possibile cogliere un lato etico: un punto di intransigenza, ossia la salvaguardia dei figli, la tutela dell’immagine che i figli hanno del padre, la protezione dei bambini. Cubitt suggerisce una linea di confine che lo strangolatore di Belfast non vuole e non può oltrepassare. In lui coesistono infatti due anime, quella del carnefice e quella dell’innocente.

Il supporto autentico che Paul offre alla paziente che ha perso tragicamente il proprio figlio è un esempio immediato. Il bambino che assiste all’uccisione del padre (il detective Jimmy Olson) nel cortile di casa è invece un esempio mediato, ma funzionale allo scopo. Allan Cubitt si serve di quattro episodi che ci consentono di conoscere e isolare l’umanità di Paul: di separare il genitore affettuoso, coscienzioso e indispensabile dal killer che compie atti efferati.

A un’iniziale fase di esternazione delle fantasie criminali, segue la scissione della personalità. Lo spartiacque tra i due momenti è offerto dal primo contatto tra Stella e Spector, una telefonata. Nel corso di questa conversazione Stella incalza l’avversario, attraverso il linguaggio verbale fa leva sul suo punto debole. Questo fatto avrà delle conseguenze decisive, perché dopo aver assassinato Fiona Gallagher, Alice Parker Monroe, Sarah Kay e Jack Brawley, Paul non arriverà più ad uccidere.

Mosso da un senso di colpa “castrante”, il killer consegna un gruppetto di barbie alla figlia, gesto che attesta la fine della fase dell’oggettivazione. Le sue azioni non saranno più rivolte all’esercizio della sopraffazione, ma al recupero di un equilibrio emotivo: conciliare i vari aspetti della sua identità. L’essere padre, l’essere marito, l’essere un assistente sociale, l’essere un uomo con un passato non risolto alle spalle. L’essere tutto questo pur essendo un assassino ricercato dalla polizia  ̶  quell’assassino di cui Stella ha ormai l’identikit in pugno. Il passo falso di Paul determina il passo avanti di Stella: la frammentazione dell’identità dal killer coincide con la ricomposizione di un’immagine univoca per la detective.

L’attacco della terza stagione è collegato al finale della seconda, non ci sono scarti temporali. Avevamo lasciato Paul colpito da un proiettile privo di sensi tra le braccia di Stella e lì lo ritroviamo. A questo punto della storia Allan Cubitt riesce nell’impresa più difficile. Riapre un conflitto che sembrava esaurito, lo rende verosimile, solido e avvincente, si libera del debito iniziale nei confronti di Dexter e afferma la pienezza della propria autorialità inabissandosi nella psicologia dei protagonisti e mettendo lo spettatore in una posizione diversa in rapporto a ciò che accade.

Finora ci erano state fornite tutte le informazioni relative ai fatti: il nostro sapere equivaleva alla somma delle parti, ossia all’insieme di Stella+Paul. Per la prima volta ci troviamo in una posizione subalterna, le informazioni hanno un’ambiguità inedita, per la prima volta vediamo Paul agire nel campo dell’avversario: quello della parola.

«Non sembrava per niente un interrogatorio di polizia, ma più che altro una conversazione intima», dice l’avvocato difensore di Spector. Affermazione che suona come una dichiarazione d’intenti dell’autore.

Accantonata una volta per tutte la caccia all’uomo e il modello del thriller classico, Cubitt punta tutto sugli interrogatori, sulla proliferazione delle testimonianze e sull’indeterminatezza del punto di vista. Stringe sui volti e lascia che la tensione bruci a fuoco lento e trovi il suo combustibile negli sguardi e nelle parole.

Ed è proprio in virtù di questa meticolosa immersione nella psicologia che The Fall diventa il prodotto filmico teso all’esplorazione dello scontro mentale a sfondo criminale più riuscito dai tempi del Silenzio degli innocenti. Paul Spector non è un mostro, non è colto e non è brillante quanto Hannibal Lecter, ma gli sforzi messi in atto da Cubitt nel disegno delle dinamiche tra lui e Stella evocano il medesimo coinvolgimento emotivo, le proiezioni psichiche, gli avvicinamenti e le resistenze del rapporto tra Jodie Foster e Anthony Hopkins nel capolavoro di Jonathan Demme.

Per fermare il killer e salvare l’ultima vittima Clarisse Starling si aprì con Hannibal Lecter, cedette al suo potere e alle lusinghe di un “padre”. In The Fall i ruoli si invertono. Paul prova a sfidare la superiorità di Stella, ma non resiste alla tentazione di dire la verità, di aprirsi con l’unica persona che lo ha capito (e che lo ha salvato). Finirà per cedere alle provocazioni di una “madre”.

Si dice che la migliore tecnica per indagare su un serial killer sia quella di imparare a pensare come loro. Per 17 ore, l’intera durata della serie, Stella dedica tutta se stessa al caso, facendoci dimenticare che di lei abbiamo pochissime informazioni. In questo senso, The Fall è un thriller psicologico che ha un ulteriore merito: quello di saper raccontare quanto possa essere seducente affidarsi a un bene imperscrutabile, e quanto, al contempo, possa essere naturale partecipare a un male che ci è molto familiare.

Alla fine, conosciamo ogni piega della storia di Paul: l’infanzia, l’adolescenza, la maturità, il cambio d’identità, la doppia vita. Di Stella possiamo farci un’opinione, ma non abbiamo dati certi. La vediamo dormire in lussuose camere di albergo o in piccole brande addossate a una parete del distretto di polizia. Stella annota sul diario gli incubi notturni: sono i suoi strumenti d’indagine, storie che la riguardano e che non conosceremo mai.
Quante delle informazioni che deduciamo del personaggio sono in grado di offrirci un quadro chiaro della sua personalità?  Quali di esse aprono uno squarcio sulla vera identità di Stella e quali invece sono un retaggio dell’ossessione per il caso che sta seguendo?

Da subito abbracciamo la determinazione, il magnetismo, la dedizione del detective , ma anche la sua profonda impenetrabilità, l’arbitrarietà. Cubitt è riuscito in un progetto per niente facile: esaminare luci ed ombre di un serial killer, lasciando però che il vero mistero si addensasse dall’altra parte. E il futuro di The Fall, se mai avrà un seguito, non potrà che ripartire da lì: dalle ipotesi, dal non detto, dal grido che abita dietro al sussurro, dal segreto custodito nel cuore del detective.

Antonia Conti è nata a Livorno nel 1980. Si è laureata in Storia e critica del cinema all’Università di Pisa con una tesi sull’adattamento cinematografico di opere letterarie. Dal 2010 vive a Roma, dove lavora in ambito editoriale.
Commenti
Un commento a “The Fall. L’odio impossibile tra detective e serial killer”
  1. ArleNazareth scrive:

    Sono d’accordo!.. La serie rivela il suo meglio nel momento in cui credi che abbia già detto tutto. E proprio in quel momento diventa ancora più interessante. Per certi aspetti mi ha ricordato la parabola di Jon Snow…. la rinascita necessaria per compiere il proprio destino e la migliore conclusione di tutto quello che li ruota attorno inoltre, la vera immersione nella mente del serial killer, come ben analizzato dalla autrice, arriva con la terza stagione.

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