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Raccontare l’America contemporanea: “The Free” di Willy Vlautin

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Tuttolibri, che ringraziamo.

Sarà poco ordinario, ma se cercate un gran romanzo americano bisogna rivolgersi a Willy Vlautin, di professione cantautore, attivo a partire dagli anni Novanta con una band, i Richmond Fontaine, probabilmente poco nota ma di cui vale la pena recuperare la discografia; piaceranno, soprattutto a chi ama un certo rock alternativo venato di country.

Originario di Portland, Oregon, dove gli Stati Uniti iniziano a diventare un estremo Nord, Vlautin ha scritto cinque romanzi; il primo, The Motel Life, è uscito nel 2006 guadagnandosi subito un buon credito tra le pagine culturali dei più importanti giornali americani. The Free, il penultimo, è pubblicato in Italia da Jimenez, per cui era già uscito l’anno scorso Io sarò qualcuno, una storia polverosa di boxe e ambizioni destinate a fallire.

Spesso si sente dire che per capire l’America, e forse non soltanto l’America, occorre guardare all’interno e alla provincia più che alle scintillanti luci di New York o ai sogni di plastica rilasciati dalle parti di Los Angeles. Se in Io sarò qualcuno Vlautin aveva scelto il Nevada e la luce accecante di Tucson, in The Free seguiamo le vicende dei personaggi svolgersi nel freddo di una città anonima e desolata nello stato di Washington, piccola quel tanto che basta da consentire che tutti possano conoscersi. La storia muove da una casa famiglia, un piccolo centro di recupero per disabili, e si apre con il racconto di un ospite della struttura, Leroy Kervin, sfortunato veterano dell’Iraq.

Rientrato in patria dopo essere stato ferito da una mina che ha ucciso e ferito altri tre compagni, Leroy vive il dramma di non essere più quello che era stato prima della missione. Il trauma che gli ha lasciato in eredità la guerra, una guerra in cui – come scopriremo più avanti – Leroy è finito quasi per caso, essendosi arruolato nella Guardia Nazionale, è fisico e psicologico, e non è possibile scacciarlo.

«Impiegò dei mesi per reimparare a camminare, mesi per riuscire a tenere di nuovo in mano una forchetta, e continuò ad avere difficoltà di parola e di controllo delle emozioni. Non ci fu nessuna guarigione miracolosa per il nuovo Leroy Kervin», scrive Vlautin: e già questo piccolo paragrafo mostra bene il suo modo di raccontare, il tono asciutto, la triste gravità di una frase irrevocabile che viene sganciata brutalmente, senza che venga racchiusa dentro gusci stilistici ulteriori.

Ma in The Free la solitudine del soldato veterano, per quanto centrale e tragica, non è l’unica. Vlautin lascia che alla storia di Leroy si intreccino dolcemente quella di Freddie McCall, impiegato nella casa di cura, una famiglia in rovina alle spalle, costretto a barcamenarsi tra più lavori per poterla sfangare, e di Pauline, infermiera all’ospedale dove Leroy viene ricoverato dopo un tentativo di suicidio; e ancora di Jo, una ragazza in fuga tossica e fragile che ha un disperato bisogno di essere salvata.

Con un perfetto equilibrio narrativo, i personaggi di Vlautin si sfiorano e si incontrano, entrano in un contatto che può contemplare pietà e comprensione per poi perdersi un attimo dopo, proprio come accade ogni giorno nelle nostre vite – facciamoci caso – in una danza di corpi e occasioni mancate, rimpianti e speranze.

E infatti, per quanto la vicenda di Leroy sia centrale, facendo di The Free uno dei romanzi più riusciti sull’eredità sciagurata della seconda guerra in Iraq – e dunque da mettere accanto ai pur diversissimi È il tuo giorno, Billy Linn di Ben Fountain e Yellow Birds di Kevin Powers – il libro di Vlautin contiene in realtà una visione dell’America più rotonda, completa, severamente critica, senza scadere per questo nel romanzo «a tesi»; Vlautin vuole dirci qualcosa ma lo fa raccontando una storia, anzi più storie, e ognuna di queste storie ha un carattere credibile, concreto. Tra Raymond Carver e John Steinbeck, due giganti a cui è stato accostato, Vlautin sembra tendere più al primo: nell’ineluttabilità laica del destino e in quanto sia complicato reagire, tirarsi fuori da una strada che appare tracciata per condurre alla rovina, giorno dopo giorno in una fredda monotonia suburbana. Da questo punto di vista Pauline, l’infermiera, e Freddie, impiegato nella casa famiglia ma costretto a barcamenarsi tra diversi lavori per far quadrare i conti, sono i due portatori sani di empatia e compassione, un paio di doti di cui tutti avremmo bisogno.

The Free, romanzo che sa essere spietato (nella visione drammatica delle iniquità che riempiono la società americana) e dolce (per la delicatezza che trasmette raccontando di un disperato bisogno di amore), è una chiave per entrare nelle viscere dell’America di questi anni; e il tono accurato di Willy Vlautin è di quelli che sanno essere potenti, difficili da dimenticare.

Liborio Conca è nato in provincia di Bari nell’agosto del 1983. Vive a Roma. Collabora con diverse riviste; ha curato per anni la rubrica Re: Books per Il Mucchio Selvaggio. Nel 2018 è uscito il suo primo libro, Rock Lit. Redattore di minima&moralia.
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