JOHN BERGER

The heel of a loaf

JOHN BERGER

Pochi giorni fa ci ha lasciato John Berger, che abbiamo ricordato con questi due pezzi. Oggi pubblichiamo un racconto di Caterina Serra apparso su Riga 32 in un volume dedicato proprio all’intellettuale inglese, curato da Maria Nadotti.

Ho visto John Berger scendere da una moto. Con un paio di guanti di pelle, era d’estate.

Mi è venuto in mente uno dei suoi disegni. La schiena di un corpo stretto a un altro corpo, due teste sovrapposte che si toccano inclinate sullo stesso lato, a seguire la curva di una strada.
Due caschi, non due teste. Dovrei rivederlo per esserne sicura. Non ricordo quali tratti disegnassero una moto, o la strada, ma ricordo bene la fiducia di quell’inclinazione condivisa: due corpi immobili su due ruote veloci, fermi eppure intenti a correre via.

Come si dice? Qual è la parola esatta?

Per dire la parte finale di un pane, la parte tonda, o appuntita, fatta di crosta più che di mollica, più cotta e bruciacchiata, quel pezzetto che resta dopo avere tagliato a fette l’intero?
Mi è capitato di essere seduta accanto a John Berger quella sera, al tavolo lungo e affollato di una cena all’aperto di fine estate. Avevamo appena visto la Camera degli Sposi di Andrea Mantegna, nel Palazzo Ducale di Mantova, “la stanza più bella del mondo”. Dove tutto è dipinto, dove tutto, avrebbe detto John scrivendone qualche tempo dopo, è rappresentazione, superficie: tutto è rivelato e nascosto dalla pittura.

Ascoltavo John parlare di Mantegna, della sua ossessione per la prospettiva spaziale e del suo modo di osservare i corpi, così fedele alla loro posizione nello spazio, e accurato, quasi crudele, nel riprodurre la loro mutazione nel tempo.
Una specie di attenzione costante all’esserci, in un luogo e in un contesto precisi, ma anche all’essere, in un flusso temporale che segna, appesantisce, rigonfia o scarnifica i corpi.

Ci stavamo passando un secondo cestello di pane, e nel prenderne alcune fette, mi ero nuovamente soffermata a cercare quella che di solito nessuno afferra per prima, la fetta non fetta, l’estremità conica di un filone, una baguette, l’angolo ampio di un quarto di pagnotta. Era arrivato in tavola un tipo di pane di grano duro, con la mollica alveolata, e la superficie ben cotta, forse perfino cotta a legna. Non è difficile cogliere la differenza tra un pane industriale e uno artigianale, uno precotto, scongelato e scaldato, e uno impastato e cotto il giorno stesso, in un forno che ha il fuoco dentro.
Il colore, la consistenza, a volte il profumo, sono segnali. Anzi, sono segni, quelli del tempo impiegato per farlo, il tempo di un impasto fatto con le mani, alla fine di una notte con le luci accese, il tempo di una cottura lenta che annera fuori e secca dentro la forma quasi mai perfetta di un pane che ha avuto il tempo per lievitare.

The end of a loaf? Come si dice la fine del pane, ha un nome? The bottom of the bread? La coda, il culo, il fondo, la fine. Come possiamo chiamarla? Non ha un nome preciso? Forse non c’è una parola sola, dice John che intanto cerca in altri cestelli quel pezzo di pane che ha notato preferisco.
Non c’è un solo modo di definire le cose, aggiunge. La risposta può essere solo parziale, e temporanea. Eppure, mentre la conversazione torna a quella Camera che a starci dentro fa sentire parte di un dipinto, continuiamo a pensarci, e a lanciare come dadi parole che possano dare conto di quel piccolo pezzo di pane.

Cerchiamo, allora, ciascuno nella propria lingua le parole, ciascuno nella propria esperienza le storie che lo raccontano, il pane: rappresentazione, metafora e materia. Niente come il pane appartiene tanto alla Storia quanto alle storie di tutti, in tutto il mondo. Acqua e farina, finiamo per dire, due delle cose più innocue e semplici della terra, eppure così capaci di sconvolgere le sorti di interi paesi, di scatenare rivoluzioni e guerre. Da un pezzo di pane si potrebbe partire per raccontare infinite storie, e la Storia del mondo.

Una attenzione per le parole, dunque. Ma non per le parole giuste, esatte, mi rendo conto. Ma per ciò a cui rimandano, per la pluralità delle forme che suggeriscono, per le imprecisioni e le contraddizioni di cui sono portatrici, per l’impossibilità che rivelano di racchiudere in sé ciò che vediamo o proviamo. Una attenzione che permette di accorgersi che le cose, forse, amano nascondersi.

ll problema del narrare non consiste, come spesso si crede, nella difficoltà di “trovare le parole”, ma in quella di scegliere e disporre gli eventi, di consentire o istigare il loro tacito dialogo. Le parole creano un proprio spazio, lo spazio dell’esperienza, non quello dell’esistenza.

Le storie sono dappertutto, ha detto John Berger quella sera. Chi le racconta, le prende dalla vita, le prende e le porta, come un facchino, da una persona all’altra, da un posto all’altro. Credo volesse dire che bisogna andarci vicino, alle storie, e starci un po’ dentro, e accorgersi del loro bisogno di essere portate altrove. Metterci tutto il corpo, piedi orecchie occhi e mani. Una questione di ordine spaziale, certo, ma, di nuovo, anche temporale. In una specie di irriducibile ambiguità: uno spazio fermo, e un tempo che va via. Il nostro corpo in un luogo preciso, il nostro tempo che per quanto poco e finito, può essere abbastanza. Se si ha un certo attaccamento alla realtà.

Mantegna, come il botanico che raccoglie un esemplare di tutte le piante che incontra, dipinse sulle quattro pareti: albicocchi, aranci, limoni, peri, peschi, meli e melograni, cedri, platani, acanthus, pini. Mantegna che si impegna a comprendere la totalità di quel che il nostro mondo offre in un dato momento. Chi dorme in quella camera può chiudere gli occhi su una simile vista, riconciliato con l’infinita complessità degli strati e dei livelli del reale.

Ciò che cambia tutto è l’attenzione. Un tipo di attenzione rivolta allo spazio intorno, alla periferia del proprio corpo, mentre le cose accadono, e un quadro di realtà si manifesta. Un desiderio si rivela. L’attenzione ha a che fare con un desiderio che si esprime. E viene colto.

Mi viene in mente un altro disegno. Il ritratto di Maria Muñoz, una danzatrice spagnola, nella posizione del “ponte”. Questo disegno è qui con me.
John, nel descriverlo, dice di averci messo giorni a riprodurre l’immagine che aveva nella testa, l’immagine di quel corpo che aveva passato ore ad osservare. Mentre Maria Muñoz cercava di mostrargli quella posizione preparatoria, a terra, in cui il peso del corpo è a mezz’aria tra il palmo della mano sinistra appoggiato sul pavimento e il piede destro anch’esso appiattito sul terreno. Tra quei due punti fissi, l’intero corpo è in attesa, concentrato. Nello spazio e nel tempo.
Un tempo che è momento e eternità insieme. L’intanto, non l’istante. Il frattempo, un tempo caro a John, un tempo che ha a che fare con la vita più che con la morte, o meglio, un tempo che appartiene sia ai vivi che ai morti. Tra un atto e l’altro, in between, un fatto e l’altro, in quel modo sospeso in cui, come dice Virginia Woolf, stanno spesso le cose importanti.

C’è un pruno sotto la mia finestra. Ogni tanto, mi fermo a guardarlo. Se non attira per la sua bellezza, lo fa per la fragranza, o per il suono che si infila tra i rami appesantiti da una maestosa fioritura. Non sono ancora riuscita a vedere che genere di uccelli ci vivano. Credo ci sia un merlo, ne riconosco il verso. Forse delle cinciallegre, due note ripetute, sempre le stesse. A volte, invece, l’intero albero risuona di notte. Cominciano a cantare a un certo punto, a un’ora precisa. Devono essere usignoli. Non so come ci riescano, ma lo fanno sempre alla stessa ora. Se resto sveglia, li sento smettere. C’è un’ora precisa, nella notte, in cui tacciono. Una specie di attesa. Di tempo tra due tempi, immobile. Se si muovono e cantano è in un arco di tempo. Che è il loro.

Ho scattato una foto a John Berger, quel giorno in cui l’ho visto scendere dalla sua Honda CBR 1100, una moto che si chiama merlo, Blackbird. Indossava un paio di guanti di pelle, era d’estate.

I motociclisti usano guanti di pelle leggera anche nei giorni più caldi d’estate per un motivo particolare. Ufficialmente i guanti servono a proteggere in caso di caduta e a isolare le mani sudate dalla gomma appicicaticcia delle manopole. La ragione più intima, tuttavia, è che riparano le mani dalle correnti di aria fresca che, per quanto estremamente gradevoli nel caldo, attenuano la sensibilità del tatto. I motociclisti usano i guanti per amor di precisione.

Caterina Serra, scrittrice e sceneggiatrice. Ha vinto nel 2006 il premio Paola Biocca per il reportage letterario con “Chiusa in una stanza sempre aperta”, da cui ha avuto origine il romanzo-reportage Tilt (Einaudi, 2008). Il suo secondo libro “Padreterno” è uscito nel 2015 sempre per Einaudi.
È sceneggiatrice di film documentari come “Napoli Piazza Municipio” (Bruno Oliviero, Premio per il miglior film documentario al Festival del Cinema di Torino, 2008), di “Parla con lui” (Elisabetta Francia, 2010) e
autrice del soggetto e della sceneggiatura di “Piccola Patria” (Alessandro Rossetto, Venezia ’70 sezione Orizzonti, 2013). Con lo stesso regista ha lavorato al film in uscita “Effetto domino” tratto dal romanzo
di Romolo Bugaro, Einaudi.
Collabora all’ideazione di Immemoria con il coreografo e ballerino Francesco Ventriglia, Teatro alla Scala, Milano, maggio 2010. È autrice di Displacement – New Town No Town, (fotografie di Giovanni Cocco), un progetto di scrittura e fotografia, esposto al MACRO di Roma nell’ambito del Festival Internazionale della Fotografia 2015 (Quodlibet 2015), e in esposizione al Centre de la Photographie di Ginevra nel 2020. Scrive regolarmente per il settimanale “L’Espresso” e collabora come autrice con “La Repubblica” e con la rivista online “Minima&Moralia”.
Sta scrivendo il suo terzo romanzo.
Commenti
2 Commenti a “The heel of a loaf”
  1. paola scrive:

    volando un po’ basso, rispetto all’articolo e a Berger che amo, vorrei ricordare che in italiano (fonte Treccani) il vocabolo per indicare la parte del pane che, anche a me, piace di più, quella terminale, esiste ed è il CANTUCCIO.

  2. caterina scrive:

    Grazie, sempre bello trovare qualcuno che conosce le parole giuste. Anche se forse, leggendo attentamente il pezzo su John, sembrerebbe che la ricerca più interessante quando si scrive non sia quella del vocabolo esatto, ma quella di tutto ciò a cui rimanda.

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