human trafficking

La storia di Behran

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Questo articolo è uscito su Pagina 99. (Immagine: un dettaglio della copertina di The Human Trafficking Cycle: Sinai and Beyond)

Il 3 ottobre del 2013 Behran si salva miracolosamente dal grande naufragio di Lampedusa. Mentre 366 uomini, donne e bambini sono risucchiati sul fondo del Mediterraneo, in buona parte intrappolati nella angusta stiva dell’imbarcazione colata a picco, Behran riesce a nuotare insieme agli altri 154 superstiti verso i soccorritori. Vengono tirati sulle scialuppe e condotti sull’isola.

Behran è eritreo, ha ancora diciassette anni e, come quasi tutti i sopravvissuti all’ecatombe di ottobre, ha ormai lasciato l’Italia. Ora vive in Svezia, e cerca di lasciarsi alle spalle quanto è accaduto.

Eppure la sua storia, la storia del suo viaggio, è esemplare. Talmente esemplare che è stata raccolta (accanto ad altre) in un recente rapporto curato da Mirjam van Reisen, Meron Estefanos e Conny Rijken e pubblicato in Olanda dalla Tilburg University con il titolo The Human Trafficking Cycle: Sinai and Beyond.

Cosa c’entra Lampedusa con il traffico di esseri umani e il Sinai? È la storia di Behran (storia, diciamolo subito, niente affatto isolata) a spiegarlo.

Behran lascia il suo paese nel 2011, quando ha solo quindici anni. Come tantissimi ragazzi (la sua generazione, e almeno un paio di quelle a essa precedenti) vuole sottrarsi a un servizio militare che in Eritrea si è tramutato in coscrizione a tempo indeterminato.  L’ex colonia italiana è ormai un paese-prigione in cui le caserme somigliano sempre più a carceri o a campi di lavoro, e le vere carceri a gulag lontani dai centri abitati.

C’è una “questione eritrea” alle spalle del naufragio di Lampedusa, e di un flusso migratorio divenuto costante negli ultimi anni. Dei termini di tale questione in Italia si sa pochissimo, ma conviene ricapitolarli, quanto meno per sommi capi.

Il paese in cui Behran è nato ha proclamato la propria indipendenza dal giogo etiopico nel 1993, dopo una lunghissima guerra di liberazione nazionale. Tuttavia negli ultimi vent’anni  i sogni di autonomia si sono involuti verso forme totalitarie. In assenza di una vera costituzione, e adottando la clava dei tribunali speciali, il caro leader Isaias Afewerki e la ristretta corte creatasi intorno a lui (e continuamente soggetta agli avvicendamenti dettati dai suoi capricci) controllano ogni attività che si svolge all’interno dei confini del paese. La pur minima dissidenza è bandita. Più il sistema economico collassa, più la cappa si chiude.

Difficile quantificare con esattezza l’emorragia costante verso l’esterno. Sta di fatto, però che da questa prigione-groviera, pagando chi dovrebbe controllare le sue frontiere, migliaia di ragazzi, quando non addirittura adolescenti come Behran, provano a uscire, e in buona parte ci riescono. Tuttavia, appena varcato il confine, per molti si spalanca il baratro dei sequestri e della schiavitù.

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Behran è uno di loro. Appena uscito dall’Eritrea è finito vittima di una rete di schiavisti che ha il suo epicentro nel Sinai. Quella che racconta – al pari di altre centinaia di vittime che hanno patito lo stesso inferno – ha dell’incredibile.

Negli ultimi anni, nella penisola alle porte di Israele, si è creato un vero e proprio indotto dei sequestri. Le prime vittime sono stati i respinti da Israele o coloro i quali, provenendo dal Corno d’Africa, provavano ad entrarvi. Davanti al muro eretto dalle politiche di respingimento dello Stato israeliano si sono ritrovati vittime delle bande criminali locali che hanno adottato su larga scala un meccanismo semplice: chiamare i loro famigliari (in particolare i parenti che sono già in Europa) e chiedere un riscatto.

Via via il metodo si è affinato. Secondo il rapporto, almeno 30mila persone sono finite vittima di una tratta che ha prodotto, grazie alle estorsioni, oltre 600 milioni di dollari. Una cifra enorme, che si ottiene sommando uno a uno tutti i riscatti pagati: attualmente è stata raggiunta la somma dei 40 mila dollari a persona. Chi non riesce a pagare non ha molte alternative: o viene ucciso o rimane in schiavitù. I casi di fuga o di liberazione costituiscono solo una ristretta minoranza. Spesso sono del tutto fortuiti. Altre volte ci sono delle ong che provano a intercedere e a rompere la cappa dei sequestri.

Il catalogo degli orrori commessi nel Sinai è inenarrabile: stupri, violenze, torture con gli elettrodi, unghie strappate, ustioni… Molte di queste sevizie, ovviamente, sono state commesse in diretta telefonica per far cedere i famigliari a migliaia di chilometri di distanza.

Anche in questo inferno, tuttavia, è emersa una “questione eritrea”, perché – a differenza dei somali o degli etiopici – gli eritrei non avevano un posto in cui tornare, né tanto meno uno Stato che avrebbe trattato per loro. In queste condizioni – come nella più classica logica dei sequestri – è dilagata la trattativa privata.

Oltre a far lievitare le somme per i riscatti, tutto ciò ha reso gli eritrei merce ambita per gli schiavisti. Merce tanto ambita che a finire nel gorgo dei sequestri non sono solo coloro i quali intendono raggiungere Israele. Ormai chiunque esca dall’Eritrea e sosti nei campi nel Sudan è soggetto a rapimenti. Da qui viene poi portato nel Sinai, dopo essere stato caricato come un pacco nei doppi fondi dei camion.

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C’è stata un’internazionalizzazione del traffico. Così sono finiti nel Sinai anche molti migranti che volevano andare in Europa. Secondo Mussie Zerai, prete cattolico inviso al regime di Asmara e direttore dell’agenzia Habeshia, sono diverse centinaia i migranti che, una volta liberati dal Sinai dopo essere stati seviziati, si sono rimessi in marcia e hanno raggiunto Lampedusa. Così come, sono tanti coloro i quali magari inizialmente volevano andare in Israele, ma, dopo il sequestro, si sono diretti verso la Libia. Tra i sopravvissuti alla tragedia del 3 ottobre, Behran non è la sola vittima del Sinai. Sono almeno una decina.

“Allo stato attuale”, dice padre Zerai, “non è escluso che ci sia un coinvolgimento di pezzi dell’esercito eritreo in un traffico tanto lucroso.” Ciò che sorprende è la capacità degli imprenditori della tratta di rivedere le proprie strategie in base ai cambiamenti geopolitici. Da alcuni mesi, a seguito delle pressioni di alcune ong, come l’associazione Gandhi di Milano, si sono intensificate le operazioni contro la tratta nel Sinai. L’esercito egiziano ha deciso di usare la mano pesante. “Ma nonostante i bombardamenti in corso”, continua Zerai, “il traffico non si è interrotto, si è semplicemente spostato nel sud dell’Egitto.”

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Behran è uno di quelli che ce l’ha fatta e ha potuto raccontare la sua storia, il modo in cui è sopravvissuto al male più crudo. Ma in molti non ce l’hanno fatta. Così come sono molti quelli che si sono salvati in maniera fortunosa dall’indotto dei sequestri e poi sono caduti a pochi metri dal sogno europeo. Tra questi, probabilmente, anche qualcuno dei 366 morti del 3 ottobre.

Il rapporto The Human Trafficking Cycle ci dice quanto complesse e articolate siano le rotte dei migranti prima di approdare. a Lampedusa, quanto solo apparentemente sotterraneo sia il nesso tra due frontiere tra loro molto lontane come quella italiana e quella israeliana. Allo stesso tempo rivela come l’orrore e la violenza accompagnino costantemente ogni istante dei viaggi. Prima del Grande Mare, e dei rischi del suo attraversamento, ci sono infinite zone d’ombra, innumerevoli terre di nessuno.

 

Una storia tra quelle raccolte nel Rapporto. Alcune di esse riguardano persone tuttora sequestrate.

Ho 12 anni e ho avuto un litigio con mio fratello. Lui ne ha 14.

Vivo in un campo di tortura insieme a molte persone, ci tengono incatenati. Sono sempre affamato. Se piango mi picchiano.

Ci dicono che l’unico modo per essere liberati è raccogliere denaro. Ci danno i telefoni e ci dicono di parlare ai nostri genitori, ma è difficile parlare con loro. Mi hanno rovesciato addosso della plastica, dopo averla bruciata, e mi hanno urlato contro così forte che i miei genitori non capivano ciò che dicevo. A volte ci appendono e fa molto, molto male.

Non è facile per i miei genitori trovare così tanti soldi, sono molto poveri. Questi qui vogliono un sacco di soldi, ma un giorno ci hanno detto che era arrivato del denaro e uno di noi poteva andare via. Eravamo così felici! Quel giorno eravamo felici.
Ma poi è iniziata la lotta. Pregai mio fratello di farmi andare via. Io sono il più piccolo. Per favore, lasciami andare… Mio fratello ha detto no, voleva andare lui. Era stanco di questo posto. Ha detto che era il più grande e che doveva andare per primo.

Le guardie hanno lasciato a noi la scelta. Così abbiamo lottato e combattuto, e alla fine è andato via lui.

Ora mi sento molto male. Non parlo con i miei genitori da tanto tempo. Non ho notizie. Quando mi manca mio fratello gli parlo nella mia testa. Gli dico che sto bene. Spero che stia bene. Gli dico che lo amo.

Alessandro Leogrande è vicedirettore del mensile Lo straniero. Collabora con quotidiani e riviste e conduce trasmissioni per Radiotre. Per L’ancora del Mediterraneo ha pubblicato: Un mare nascosto (2000), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003; ripubblicato da Fandango nel 2010), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (2006). Nel 2008 esce per Strade Blu Mondadori Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Premio Napoli-Libro dell’anno, Premio Sandro Onofri, Premio Omegna, Premio Biblioteche di Roma). Il suo ultimo libro è Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli), con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi. Per minimum fax ha curato l’antologia di racconti sul calcio Ogni maledetta domenica (2010).
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