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The Jinx, Dieci ragioni per cui non avete ancora visto niente di simile

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(fonte immagine)

di Sara Zucchini

Ho appena finito di vedere quella che potrebbe essere la serie migliore dell’anno. Vorrei dire: è così e basta, rinchiudetevi in casa con cibo a sufficienza e in buona compagnia per le prossime ventiquattro ore, guardatela e non potrete fare altro che darmi ragione. Sto parlando di The Jinx: The life and deaths of Robert Durst, ideato e realizzato da Andrew Jarecki, già autore del controverso documentario Capturing the Friedmans. È stata una mia amica a parlarmene la prima volta, dopo che s’era imbattuta in un articolo del New York Times in cui si raccontava di una serie TV che avrebbe risolto il «caso Robert Durst». Ma chi è Robert Durst? In Europa il suo nome non è noto, ma negli Stati Uniti tutti conoscono la dinastia Durst, che ha fondato un impero immobiliare a Manhattan, e le non meno celebri imprese giudiziarie dell’ereditiere Bob Durst, che ha dovuto scansare più di un cadavere nella sua carriera di eccentrico multimilionario. E se è vero che «quando si tratta di Robert Durst, niente va come deve andare» e le spiegazioni più improbabili acquistano spessore e credibilità, allora non è da escludere che dopo trent’anni passati a beffare l’FBI, possa essere davvero una produzione HBO a mandarlo dritto in tribunale, non prima di averlo fatto protagonista di uno show. Jarecki e il suo staff si appassionano alla vicenda e per quasi dieci anni accumulano materiale, tra documenti, reperti giudiziari, deposizioni e interviste. Il primo risultato della ricerca è All the good things, un film con Kirsten Dunst e Ryan Gosling del 2010, versione edulcorata della storia. La critica resta indifferente, ma c’è qualcuno che lo apprezza: è Bob Durst in persona, che decide spontaneamente di mettersi in contatto col regista per sottoporsi a un’intervista che diventerà la parte centrale del documentario.
Ripercorriamo i momenti salienti della vita (e delle morti) di Bob Durst.
È il 1982. Kathleen McCormac Durst, giovane moglie del milionario, scompare nel nulla dopo essere salita su un treno, la sera del 30 gennaio. Kathleen, che proviene da una famiglia modesta, sposa Robert nel 1973, nonostante la resistenza dei Durst. Secondo il racconto del marito dopo l’ennesimo litigio Kathie decide di ritornare a New York dalla cittadina di campagna dove erano soliti passare il week end e, secondo alcuni testimoni, viene vista per l’ultima volta la mattina seguente. Robert Durst fornisce una ricostruzione piena di contraddizioni che smentisce e riformula più volte senza comparire mai nel registro degli indagati. Il caso della sparizione di Kathie Durst rimarrà per sempre irrisolto. Nel giorno della vigilia di Natale del 2000 il corpo di Susan Berman, scrittrice figlia di un sicario della mafia, migliore amica e portavoce di Robert Durst durante le indagini, viene trovata morta nel suo appartamento di Los Angeles. Nessuna accusa a carico dell’amico. Un anno dopo, il 9 ottobre 2001, a Galveston, Texas, viene ritrovato un corpo smembrato: si tratta di Morris Black, dirimpettaio di Robert Durst, il quale, in seguito alla recente riapertura del caso della scomparsa di sua moglie, aveva tentato di reinventarsi un’identità. Gli indizi portano a stabilire che il luogo del delitto è l’appartamento che Durst aveva preso in affitto sotto falso nome. Questa volta Robert sembra non avere via di scampo ma al processo per omicidio viene incredibilmente giudicato non colpevole.
L’anticipo forse non mi permette di dichiarare senza riserve che The Jinx sia la serie migliore che vedremo quest’anno ma è innegabile che contenga degli elementi di novità rispetto a quanto siamo abituati.

1. Per prima cosa, non è semplicemente una serie: è anche un documentario che è anche un indagine giudiziaria. Il caso con cui si apre l’episodio 1 è l’ultimo dell’elenco, quello del 2001, protagonista il nostro Robert Durst, detective d’eccezione Andrew Jarecki. La prima scena sorprende un quartiere residenziale addormentato, tra i giardini all’inglese con le staccionate e i barbecue delle monofamiliari americane. La macchina che percorre la strada deserta è quella della polizia, ma le sirene sono spente per non intaccare la quiete piatta del vicinato. Potrebbe essere l’inizio di Pleasantville se non fosse per la voce narrante che, fredda e irregolare ci dà notizia che è appena strato ritrovato il busto decapitato di un uomo nella baia di Galveston. Poco lontani, alcuni sacchetti di plastica contenenti gambe e braccia. La ricostruzione della storia lascia spazio per un mosaico di altre inquadrature, che comprendono le immagini originali della polizia, e i commenti, passati e presenti, degli investigatori.

2. Anche se forse non è proprio una novità nel mondo delle docuserie, la figura del narratore-detective, merita una nota di riguardo: Jarecki non si limita a restituire passivamente la catena degli eventi ma si inserisce in prima persona per incepparne il meccanismo e imporsi come protagonista, oltre che come interprete.

3. La terza ragione (ma che basterebbe anche da sola) per credere che The Jinx sia un prodotto televisivo senza precedenti, sta nel fatto che per la prima volta grazie a una serie televisiva sono stati risolti due casi di omicidio (Susan Berman e Morris Black) e quello della scomparsa di una persona (Kathleen Durst), in seguito al ritrovamento della prova che ha determinato l’arresto del colpevole.

4. Non è per niente scontato il fatto che l’epilogo della vicenda sia del tutto inaspettato tanto per il pubblico quanto per Jarecki, che mai avrebbe immaginato di ottenere quel risultato. Da un punto di vista metanarrativo non c’è divario tra la prospettiva del fruitore della storia e quella del regista, lo stupore che accompagna l’imprevisto investe entrambi nello stesso momento.

5-La verità dei fatti accaduti ne amplifica l’effetto ottenuto. In un certo senso l’impianto è convincente proprio perché letterariamente convenzionale: non contiene zone d’ombra, incongruenze, sfasature e una simile coerenza non si ritrova quasi mai nella realtà, benché la letteratura e la cinematografia ne siano ovviamente piene zeppe. Per parafrasare Slavoj Zizek, questa è la sensazione che proviamo quando ci troviamo a vivere un’esperienza che ci turba e che allo stesso tempo ci convince non in quanto reale, ma in quanto simile a una finzione che ci è familiare, come un film o un libro.

6. Questo ci porta alla sesta ragione, per cui i protagonisti del docufilm sono attori che interpretano esclusivamente il ruolo di loro stessi: i parenti e gli amici, la seconda moglie, i detective, i componenti della giuria al processo e, soprattutto, il principale indagato nel ruolo di protagonista assoluto. Tutti mentono, tentennano, hanno paura ma sono allo stesso tempo estremamente cinematografici.

7. La stereotipizzazione del personaggio principale. Durst impersona una serie di cliché che se avessimo ritrovato tutti concentrati in un film, non l’avremmo potuto sopportare: proviene da una famiglia facoltosa, frequenta le migliori scuole, assiste alla morte violenta della madre, deve fare i conti con un padre assente e con un fratello invidioso che lo scavalcherà negli affari, ha un debole per i travestimenti, per i documenti falsi e sul curriculum conta una serie di processi da cui esce sempre innocente e un cadavere fatto a pezzi. Il suo ruolo è quello convenzionale del serial killer, che con il suo sguardo intenso, la sua mimica, i suoi tic nervosi, la sua parlata forbita sorprende per due motivi complementari: oltrepassando la realtà, perché sembra costruito su un raffinatissimo modello letterario ed eccedendo la letteratura, in quanto prepotentemente reale.

8. La presa emotiva. L’intelligenza e l’eccentricità magnetica di Durst suscitano rispetto e fascinazione. Se non è proprio empatia quella che proviamo per il personaggio, ne siamo però ammaliati tanto da giustificarne le malefatte, così come avevamo già fatto con Dexter Morgan o con Walter White. Lo stesso Jarecki, nel momento in cui trova finalmente la prova che porterà all’arresto di Durst è imbarazzato, oltre che spaventato, e confessa sogghignando: “I liked the guy”.

9. Qualcosa a cui non siamo abituati nelle serie americane è inoltre la sorprendente proprietà di linguaggio dei protagonisti. Nonostante l’assenza di un copione, tutti gli interlocutori di Jarecki parlano un inglese colto, figurato, e non scadono mai nella volgarità, tanto che a volte i sottotitoli non bastano a riconsegnare il senso delle battute. Il consiglio, in questi casi, è di usare il fermoimmagine o di riascoltare quello che si è perso perché, se c’è un’altra ragione per cui questa serie merita attenzione, è che non c’è spazio per il superfluo.

10. The Jinx è una serie che accenna, che lascia scorgere, che permette di intuire senza mai dare l’impressione di spiegare alcunché, fidandosi dell’autonomia del pubblico, della sua capacità di cogliere le suggestioni senza pretenderne ulteriori chiarimenti. Siamo sulla baia di Galveston, nel Texas orientale che si affaccia sul Golfo del Messico. Non c’è bisogno delle carcasse di alligatore e delle messe gospel per ricostruirne l’immaginario. I dettagli che ce lo suggeriscono sono vaghi, forse involontari: i baffi del detective, i volti sempre inumiditi da un leggero sudore, i vialoni ampi, i panorami aridi appena intravisti sullo sfondo, e l’accento inconfondibile anche se soffocato, del profondo sud. L’effetto è quello di un album di fotografie che viene fatto scorrere a velocità accelerata sopra una pellicola da cinematografo che ne rimescola l’ordine per darne una visione d’insieme caleidoscopica.

Nonostante gli articoli usciti negli ultimi giorni è ancora difficile imbattersi in conversazioni a questo proposito. Non ci sono fazioni opposte a contendersi lo spazio della critica ed è ancora possibile prendere posizione senza suscitare travolgenti reazioni di sdegno o acclamazione sui social network, ma credo che ci siano premesse a sufficienza perché The Jinx possa diventare un fenomeno virale. La speranza è quella di poterne parlare a lungo, ma per adesso ci si può ancora permettere il lusso di dire (quasi) tutto.

Commenti
4 Commenti a “The Jinx, Dieci ragioni per cui non avete ancora visto niente di simile”
  1. RobySan scrive:

    “… allora non è da escludere che dopo trent’anni passati a beffare l’FBI, possa essere davvero una produzione HBO a mandarlo dritto in tribunale, non prima di averlo fatto protagonista di uno show.”

    Solo perché non c’è più Nero Wolfe!

  2. Gabriele scrive:

    Condivido pienamente il 4 e il 7. Anche il 9. Bell’articolo, letto tutto di un pezzo.

  3. Nick scrive:

    +Spoiler+

    Ma fare subito il confronto della calligrafia No?!

    Questi in 30 anni cosa hanno fatto?! Hanno preso pesci in faccia.

    Mi sembra davvero assurdo che ci sia stato bisogno di Jeracki per incriminare quest’uomo,
    tanto che, appena ho visto la scena della lettera consegnata a Los Angeles mi sono detto: “Cazzo, confrontate subito la calligrafia” .

    Proprio vero, l’FBI è forte solo nei film

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