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The Pills, non si esce vivi dagli anni ’90

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di Mario Luongo

Prologo

Io so tutto sull’occupazione giovanile, tutto! Bisogna inquadrare il problema da un punto di vista genealogico. Esempio: mamma e papà si sono spaccati il culo tutta la vita per mettere da parte un gruzzoletto, tu che fai? Approfittane, fatti mantenere, diamogli soddisfazione a questi genitori una volta tanto!

Ad esporre questa teoria generazionale è Enzo, disoccupato orgoglioso e godereccio interpretato da un grande Valerio Mastandrea nel film del ’96 “Cresceranno i carciofi a Mimongo” diretto, sceneggiato e montato da Fulvio Ottaviano. Attraverso un bianco e nero che omaggia il primo “Clerks” di Kevin Smith, racconta le (dis)avventure di Sergio, laureato in agraria, tra colloqui surreali, guide pratiche per trovare lavoro e sbronze colossali. Mentre Sergio è determinato a trovare un impiego, il suo amico Enzo  continua a godersi la vita da mantenuto, dando vita a siparietti e dialoghi esilaranti. Quattro anni dopo, le stesse tematiche (lavoro, colloqui, età adulta) saranno riprese da un altro film cult per quella generazione: “Santa Maradona” di Marco Ponti, con Stefano Accorsi e un geniale Libero De Rienzo a fare coppia tra battute brillanti e discorsi stralunati. Entrambi i film hanno vinto il David Donatello per il miglior regista esordiente.

Premessa

Non si esce vivi dagli anni ’90. La generazione Y è irrimediabilmente nostalgica di atmosfere vissute in un arco di tempo che va da pochi anni fa fino all’infanzia a base di colori pastello, ritmi scanditi dal palinsesto televisivo e sigle dei cartoni animati; prendere in prestito situazioni e sensazioni non vissute direttamente è un’attitudine che ben caratterizza questa fascia generazionale, in cui temi come lavoro, perdita dell’innocenza e ridiscussione dei modelli precedenti hanno sempre un grande appeal. Lo sa bene l’industria culturale tutta, dalla musica alla moda, dal design al cinema.

Un pastiche citazionista

E, a proposito di cinema, è proprio sull’understatement di questo meccanismo che si basa buona parte della formula che caratterizza “Sempre meglio che lavorare”, film d’esordio dei The Pills.

Aggiungiamo l’iper citazionismo che mescola cultura pop, romanocentrismo, immaginario anni ’90, black humor ed ecco il marchio di fabbrica del trio romano composto da Luigi Di Capua, Matteo Corradini e Luca Vecchi. Un pastiche che attinge a piene mani da film, libri, fumetti e serie tv diversissime (da Seinfeld a Breaking Bad, da Tarantino a Moretti, fino a Zerocalcare, Louis CK e Bim Bum Bam) rivolgendosi  allo spettatore attraverso un gioco di rimandi e citazioni in cui, di sponda, è facile riconoscersi in determinati prodotti culturali. Una formula che, nata sul web in video-pillole da pochi minuti, è diventata un piccolo caso per originalità e viralità, fino ad arrivare alla sfida del lungometraggio, con tutte le implicazioni del caso.

Dal web al cinema il passo è sempre più breve, ma non per questo semplice. Lo testimoniano i flop (sia di pubblico che critica) dei film con personaggi nati ed esplosi in rete, spesso ad uso e consumo di un pubblico molto giovane. I The Pills questo lo sanno e hanno lavorato quasi due anni alla realizzazione di un film che rifletta il loro stile e la loro personalità nel modo più autentico possibile. Grazie ad una produzione solida come quella di Pietro Valsecchi, sono riusciti a tirare fuori un prodotto che può piacere o meno, ma al quale non vanno negati una sincerità e una freschezza che da tempo mancavano alla commedia italiana.

Rovesciare il tavolo

In un genere cinematografico fermo da tempo sugli stessi modelli, linguaggi e stili narrativi (a parte qualche doverosa eccezione) “Sempre meglio che lavorare” ha portato una ventata di novità senza avere la pretesa di stravolgere nulla, anzi rielaborando in un’ottica interessante un topos ormai usurato come la paura di diventare adulti o il tabù del lavoro. In una società in cui il posto fisso è un miraggio e i quasi trentenni cercano di andare avanti con stage mal retribuiti e lavori pagati in visibilità, i The Pills scelgono di cambiare le carte in gioco. E poi rovesciano il tavolo. Il lavoro viene così demonizzato prima come un convitato di pietra contro il quale fare giuramento, poi come una droga che crea dipendenza, facendo separare le strade dei tre protagonisti. La trama del film si regge proprio attorno al tema della crescita (o meglio del suo rifiuto) attraverso il lavoro, con situazioni surreali che tengono bene il ritmo del film grazie ai tempi comici giusti, senza rinunciare ad una punta amara, proprio come la cicorietta del finale.

Ma le correnti di aria fresca non sempre sono ben accolte: sono perfette se fa caldo, danno fastidio quando fa freddo. È semplice, le condizioni (climatiche o meno) di un sistema influenzano il modo di percepire tutto quello che entra a farne parte. In un’intervista su Prismomag, Luigi Di Capua e Matteo Corradini mi avevano spiegato di aver lavorato al film con un dogma preciso in testa: meglio brutto che mediocre. E, a giudicare dall’opinione divisa sia di pubblico che di critica, sembra ci siano riusciti. Il problema è che l’attenzione dei media si è spostata dal film al suo aspetto culturale-generazionale con un ragionamento a posteriori, come se il “fenomeno The Pills” fosse esploso adesso, al cinema.

La polemica

Forse l’aspetto peggiore che negli ultimi giorni sta accompagnando il film è che se ne parli per via della polemica scatenata dalla critica (ben argomentata e per niente agressiva) su Rolling Stones, alla quale i The Pills hanno risposto sulla loro pagina Facebook in modo poco “ortodosso” e maturo, ma coerente con il loro stile ironico, che non prende sul serio nulla. A buttare altra benzina sul fuoco ci hanno pensato alcuni giornali (ad esempio qui e qui) approfittando dell’intervento in radio di Valsecchi per chiedere scusa a nome suo e della produzione.

Pro e contro

Ovviamente il film può piacere o meno per mille motivi, e “Sempre meglio che lavorare” è lungi dall’essere inattacabile, ma è un peccato che un’opera prima così sincera venga criticata proprio in quanto tale. Si possono biasimare il voice over e l’inizio un po’ didascalici, probabilmente frutto dello sforzo di presentare i The Pills a un pubblico nuovo; la recitazione degli attori non è delle migliori, ma sono pur sempre esordienti; l’abuso dell’alternarsi tra bianco e nero e colori (idea interessante, ma dopo un po’ prevedibile); la tendenza a risolvere troppo sbrigativamente alcune parti del film con i relativi personaggi (vedi la deliziosa Margherita Vicario, unica comprimaria femminile, o il salvataggio di Luca dalla Bangla Corporation).

Ma, per par condicio, si dovrebbe anche prendere atto di alcune trovate ben riuscite: la versione bambino dei tre protagonisti e i relativi dialoghi resi ancora più originali (tra sniffate di fizz cola in bagno e teorie complottistiche su Dodò dell’Albero Azzurro); un montaggio attento al dettaglio che veicola perfettamente le provocazioni di una sceneggiatura che, una volta avviata, scorre molto piacevolmente; un umorismo che si rivolge prettamente ad un target giovane, ma in maniera inclusiva; il fatto di aver portato avanti, secondo il loro stile, una “poetica della periferia” senza dover scomodare Pasolini o il Neoreaslimo (non avrebbe avuto senso) ma a colpi di tangenziale Est, Arco di Travertino e Mandrione, inserendosi in un flusso che a Roma negli ultimi anni ha creato una sorta di estetica e rivalutazione della borgata. Basti pensare ai mirabili esempi di street art a Tor Marancia e San Basilio, alla street poetry dei Poeti der Trullo, ai fumetti di Zero Calcare o ai lavori di Gabriele Mainetti (dai corti “Basette” e “Tiger Boy” fino al film in uscita “Lo chiamavano Jeeg Robot”).

 

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