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Povera e nuda vai, distopia

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(Immagine: Alex Knight via Unsplash)

Ricetta universale della distopia. Preparate una base di futuro prossimo tendente al totalitario e arricchitela di strutture burocratiche o tecnocratiche imperscrutabili e invisibili. Abbiate cura di asciugare ogni residuo di privacy e identità del singolo e sovrapporre alla massa così ottenuta conformismo e alienazione collettiva. Dosate la tensione alzandone progressivamente il calore da stabile a insostenibile, movimentando l’azione con qualche ben piazzato picco extrasistolico: e non dimenticate il contrasto tra forza salvifica dei rapporti umani autentici e spersonalizzanti entità superiori, o il composto non avrà coesione! Guarnite con tematiche relative al controllo ossessivo dell’individuo e alla perdita della libertà di pensiero, decorate con un ben impiattato richiamo a 1984 di Orwell e servite in tavola. Facile, no?

No.

Parlando di libri si ricorre spesso a metafore culinarie: “sfornare un romanzo”, “assemblare gli ingredienti”, “apparecchiare una trama”. Sono espressioni piuttosto icastiche ed efficaci, niente da dire, ma nascondono un’amara verità: scrivere un romanzo come se si stessero seguendo le istruzioni di una ricetta è quasi sempre una pessima, pessima, pessima idea. Rischiate di trovarvi tra le mani storie già viste, ingolfate di cliché, vecchie, abborracciate per concezione e realizzazione, approssimative nell’approccio a temi e idee, incongrue, incoerenti e contraddittorie per caratterizzazione dei personaggi, svolgimento narrativo, gestione e soluzione dell’intreccio. Un insieme di caratteristiche che, tutte insieme, definiscono perfettamente The Store, l’ultimo libro di James Patterson, scritto in collaborazione con l’ex pubblicitario Richard DiLallo e appena uscito per Longanesi nella traduzione di Federica Garlaschelli.

Un romanzo tanto irrimediabilmente e disperatamente brutto che forse non varrebbe neanche la pena parlarne. In fondo cos’è The Store? Un romanzetto commerciale che vivrà, nella memoria del pubblico, giusto il tempo necessario a rifornire gli espositori delle librerie con il prossimo romanzo brandizzato Patterson (cioè un tempo molto breve: il sito James Patterson Book List elenca 53 titoli legati al suo nome per il solo 2017). Che male potrà mai farci? In teoria nessuno. In pratica ci sono due fattori di cui non possiamo non tener conto.

Il primo è che James Patterson, ce lo ricorda anche Federico Rampini in fascetta, è “lo scrittore più letto al mondo”, con oltre 350 milioni di libri venduti. Trecento. Cinquanta. Milioni. Vuol dire che, in media, almeno un essere umano su venti ha letto un romanzo di James Patterson. Ora, abbiamo letto tutti abbastanza fumetti da sapere che da grandi poteri derivano grandi responsabilità. Soprattutto quando si scrive un romanzo che non vuole essere un semplice romanzo, ma un intervento a gamba tesa in uno dei temi più caldi e dibattuti della contemporaneità: la crescente invasività delle tecnocrazie nella vita quotidiana e il loro ruolo nella genesi di un ecosistema culturale globale contraddistinto da tratti e dinamiche mai sperimentati prima.

Il secondo è quella faccenda delle distopie.

Ce lo stanno dicendo da tutte le parti: siamo nell’era delle distopie. La creazione di società fittizie in cui il collasso culturale e politico è la premessa di nuove architetture sociali volte all’oppressione e all’annichilimento dell’individuo ha mostrato, negli ultimi anni, una rinnovata e raffinatissima capacità di interpretare la direzione del nostro tempo, rivelandosi ancora oggi il linguaggio più efficace per sussumerne, manipolarne ed esprimerne prospettive, rischi e contraddizioni. Nulla di nuovo, in questo: da sempre le epoche in cui si concentrano i maggiori sconvolgimenti politici o tecnologici hanno costituito il miglior terreno di coltura per la domanda “Dove ci porterà tutto questo?”. Libri, film, serie tv: là fuori si moltiplicano sempre di più i prodotti culturali in grado di fare da campanello d’allarme, avvertendoci che l’orizzonte di quella domanda potrebbe essere, oggi, diverso da quello che si immaginava nelle grandi ucronie novecentesche, ma forse persino più oscuro.

Eppure c’è qualcosa di peggio persino del più oscuro scenario distopico, ed è uno scenario distopico dozzinale. Maneggiata con scarsa maestria, una storia può svilire e banalizzare il dibattito con la stessa potenza con cui un buon racconto lo approfondisce e problematizza. Ed è precisamente questo il caso di The Store che, nelle intenzioni di Patterson, si pone un obiettivo anche lodevole: denunciare i pericoli insiti nella crescita irrefrenabile di un unico, colossale soggetto commerciale il cui scopo occulto è il controllo ossessivo della società di massa. Una discussione ormai quasi decennale, arricchitasi, negli anni, di spunti e istanze via via più complessi e che il romanzo di Patterson riesce a riportare a un grado molto vicino allo zero.

La storia in breve. In una versione non troppo alternativa del nostro presente, Internet sta progressivamente occupando tutti gli anfratti dell’esistenza. In particolare The Store, gigantesca multinazionale dell’e-commerce che ha ormai cannibalizzato ogni settore del commercio, dell’editoria e dell’informazione. Tanto che in America è rimasta un’unica casa editrice, l’immaginaria Writers Place, e anche quella sembra ormai di troppo: al mondo quasi nessuno legge più e per gli scrittori, come per chiunque altro eserciti una professione tradizionale, è sempre più difficile vivere del proprio lavoro. È così anche per Jacob e Megan Brandeis, una coppia di scrittori newyorkesi che alla resa preferiscono la ribellione: farsi assumere da The Store per poter indagare dall’interno e rivelarne al mondo segreti e piani in un grande libro-verità (che, dovessimo avere ancora qualche dubbio sul parallelismo con Orwelll, si intitola 2020).

Inutile dire che, nel corso dell’avventura, la legge di Murphy agirà al massimo della sua forza: tutto ciò che potrebbe andare male andrà ancora peggio e i Brandeis, insieme ai loro due figli, si troveranno ad affrontare poteri molto più minacciosi di quanto avrebbero mai potuto immaginare.

In più di un’intervista Patterson ha dichiarato di non aver avuto in mente necessariamente Amazon, ma più in generale i monopolii tecnocratici e megalomani che accumulano profitti immensi trasformando gli individui in consumatori passivi. Al netto dell’intento, The Store è chiaramente Amazon. È anzi probabile che il nucleo tematico del romanzo si sia formato in occasione della famosa battaglia commerciale che, nel 2014, contrappose l’azienda di Jeff Bezos ad Hachette, il gruppo editoriale tra i cui marchi compare anche Little, Brown, la casa editrice di Patterson. Al centro della disputa, un braccio di ferro sul contratto relativo al prezzo di vendita dei libri, in particolare gli ebook, su cui Amazon provò a ottenere uno sconto maggiore ostacolando in ogni modo possibile il rifornimento e la vendita dei titoli del gruppo sulla propria piattaforma. Una tattica chiaramente ricattatoria, contro la quale insorsero diverse voci influenti: tra le altre, proprio quella di Patterson, che additò nell’operato di Amazon una minaccia alla libertà e al futuro stesso della letteratura.

Un’accusa netta e forte, che non a caso risuona proprio nei termini in cui Patterson descrive The Store: “vendeva qualsiasi cosa si potesse desiderare. E poi, stabilendo i prezzi di vendita, in sostanza era lui a dirci cosa comprare”. Senza contare che, proprio come Bezos, anche Thomas P. Owens, l’ormai anziano fondatore del colosso, fonda il suo futuro impero sul commercio al dettaglio dei libri. Quello però era il passato. Quando i Brandeis si fanno assumere per spiarne il funzionamento dall’interno, l’assortimento di The Store copre, in regime di monopolio, qualsiasi settore produttivo, dagli alimentari agli elettrodomestici alla cancelleria. “Se una cosa esisteva, The Store la vendeva”.

La vera forza del sito però è un’altra: la profilazione. The Store sa cosa mangi e cosa bevi, i tuoi gusti, le tue marche preferite, le allergie; sa come ti vesti, che musica ascolti. Tutto. Per questo è in grado persino di anticipare ogni esigenza, fornendo a domicilio tramite droni beni e prestazioni di cui il cliente non sa nemmeno ancora di aver bisogno. Una comodità che ha un costo altissimo: per garantire un servizio così ineguagliabile, The Store dispiega forme di controllo e sorveglianza tanto invasive e capillari da richiedere alla collettività il sacrificio volontario di ogni privacy. Trasformando la piattaforma immaginata da Patterson in qualcosa in più e qualcosa in meno di Amazon.

Qualcosa in più perché lo scopo della profilazione utilizzata da The Store si spinge ben oltre il semplice suggerimento di prodotti in linea con i gusti della clientela. Quando i Brandeis si trasferiscono a lavorare nella fittizia  New Burg, in Nebraska, si ritrovano in una cittadina che sembra uscita dal peggior incubo di Ira Levin. Microcamere, telecamere e droni di sorveglianza registrano ogni movimento, incontro o parola, dentro casa e fuori. Non è un’imposizione del potere centrale: gli stessi cittadini e persino i familiari si filmano e fotografano in continuazione tra loro. Ogni istante della vita di chiunque è condiviso in tempo reale, tramite smartphone e tablet, sulle bacheche di tutti (nel testo non è mai chiarito, ma sembra di capire che The Store funzioni anche come social network). E quando la coppia visita San Francisco per una breve trasferta, scopre che il laboratorio totalitario di New Burg era solo un assaggio: il modello di controllo ed efficienza della cittadina, quell’atmosfera inquietante a metà tra il “Villaggio dei dannati” e “La fabbrica delle mogli”, è realtà anche altrove.

Ma anche qualcosa in meno. Perché, se è vero che le premesse sono buone, nel corso della storia l’onnipotente colosso digitale simil-Amazon si rivela poco più che un McGuffin, una scenografia di cartone rabberciata ritagliando qua e là gli elementi più sgargianti e superficiali delle più celebri distopie letterarie e cinematografiche e acconciando insieme il tutto alla meno peggio. Il risultato, per tornare alla metafora iniziale, è un impasto stantìo di ingredienti poveri, raccogliticci e molto male amalgamati. L’imperscrutabile potere che, dal centro del web, mira a dominare il mondo si scopre, a uno sguardo più ravvicinato, del tutto privo di scopo, perché del tutto privo di funzione.

Commercialmente, The Store è una piattaforma di vendita a cui però, palesemente, non interessa fare profitto. La quantità di denaro impegnata nel controllo di un’intera popolazione, i lussi regalati ai dipendenti, i beni e le merci pagate con i soldi di infinite aspettative retribuite: tutto, nel funzionamento dell’azienda quale descritto nel romanzo, tende a creare la miglior condizione di dipendenza merceologica per tutti al minor costo possibile, e non si capisce bene quale sia il guadagno in tutto questo. In uno dei pochi dati raccolti per il suo 2020, per dire, Jacob Brandeis calcola che il costo giornaliero della mensa aziendale gratuita della sola sede di New Burg sia di 830.000 dollari. Ma Amazon non dovrebbe essere il regno dello schiavismo capitalista?

Culturalmente, The Store punta ad accentrare in sé tutta la produzione editoriale nazionale (libri, giornali, riviste), pur avendo creato un mondo in cui nessuno legge. La progressiva obsolescenza di scrittura e lettura è il più drammatico effetto dell’esistenza di The Store e Patterson ci torna spesso. Oltre alla sopravvivenza di un’unica casa editrice in tutta l’America, la sola biblioteca menzionata nel romanzo è un fossile in cui non si trovano che libri vetusti e, come i protagonisti non mancano di notare, è meno frequentata di una tomba. E nel resto della nazione la situazione non è molto diversa. Il che, peraltro, rende difficile capire come i Brandeis possano pensare di cambiare le cose con un libro.

Politicamente, poi, l’archiviazione di ogni genere di dati su chiunque non sembra avere nessuna conseguenza concreta. Non esiste nessuna dittatura di fatto, nell’America di The Store, al di fuori di un monopolio commerciale che però, appunto, superata l’esaltazione consumistica delle prime pagine non ha particolare peso, nel corso del romanzo. E di certo non è sufficiente, da sola, a spiegare un’alienazione di massa di queste dimensioni.

Insomma, è un po’ come se a Patterson, troppo impegnato a curare la redazione e la promozione dei suoi libri, negli ultimi anni sia mancato il tempo di leggere quelli degli altri e non abbia perciò potuto accorgersi che quello che voleva fare lui l’aveva già fatto, e meglio e con implicazioni teoriche di ben altra levatura, Dave Eggers in The Circle.

Oltre all’incapacità di creare un nemico credibile e in sé funzionale, a minare alle fondamenta il quadro apocalittico di James Patterson interviene però un problema ben più grave: ed è la sommarietà schematica e manichea con cui il romanzo affronta il tema cruciale dell’invasività della tecnologia nella vita quotidiana, della nostra crescente dipendenza da colossi tecnocratici a cui, in virtù della loro necessità e degli agi che ci portano, concediamo di sfuggire ad ogni regolamentazione legislativa, e delle crisi (in senso etimologico) che tutto ciò inevitabilmente ha comportato e comporta sul piano economico, sociale e culturale.

Materie che dovrebbero costituire il cuore pulsante del romanzo e che invece Patterson preferisce ridurre all’equivalente narrativo di uno status di un qualsiasi utente Facebook indignato per la chiusura dell’ennesima libreria, distillando il tutto nello spazio semplicistico di un’elementare opposizione binaria: qualcosa del tipo “Internet brutto” vs “mondo di prima bello”. Stessa profondità, stesso spessore, stessa valenza simbolica.

Un paio di esempi.

Nel corso della loro prima passeggiata a New Burg, i Brandeis si rendono conto che la cittadina è semideserta. In giro per le strade e nei radi esercizi commerciali si incontrano solo pochissime persone e – fatto curioso – tutte anziane. La cosa stupisce i protagonisti solo per un attimo: la spiegazione in fondo è semplicissima.

Evidentemente il centro cittadino era stato creato per consolare e allettare gli anziani, gente che non aveva la minima intenzione di fare shopping online. Si trattava di persone che avevano bisogno di toccare le arance, di annusare i fiori e di provare un paio di scarpe prima di comprarle. Così The Store aveva costruito una piccola città appositamente per loro. Sapeva che sarebbe stata temporanea, che di lì a poco quei vecchi sarebbero morti e il mondo sarebbe passato nelle mani di una nuova generazione in grado di usare contemporaneamente un iPad, un portatile e un cellulare.

Il tema si ripropone nuovamente qualche capitolo più avanti. Stavolta il disagio della situazione è avvertito con più urgenza, perché vissuto in prima persona proprio da Jacob Brandeis. A San Francisco, dopo un litigio particolarmente intenso con la moglie e in ansia per la deriva inarrestabile a cui il mondo sta soccombendo (per inciso: è piuttosto strano che invece a New York, dove i protagonisti vivevano fino a pochissimi mesi prima, fosse ancora tutto quasi perfettamente tranquillo), Jacob ha un’epifania: si sente un naufrago in un mondo a cui non appartiene più.

Stavo diventando una persona nuova e strana in quel nuovo e strano mondo? Sì, sicuramente trovavo assurdo e insopportabile il fatto che fosse tutto completamente automatizzato – niente libri, niente penne, niente esseri umani alla guida di filobus e treni. Non mi stavo adattando. Continuavo a infilare le mani in tasca in cerca di contanti per pagare, ma in quel nuovo mondo l’unica moneta valida era rappresentata da carte di credito e cellulari. Mi mancava ogni cosa della mia vecchia vita. Avrei voluto guardare una partita penosa dei Knicks alla televisione, non su uno schermo interattivo portatile. Avrei voluto andare al supermercato per toccare i meloni con mano e farmi convincere a comprare dei cereali che non ci servivano. Non volevo schiacciare dei pulsanti per fare in modo che la nostra dispensa si riempisse in automatico.

Il tono è questo, per trecento pagine. Da una parte l’impersonalità di schermi piatti, dispositivi portatili, tecnologie fredde e indifferenti a cui abbiamo permesso di sottrarci i più autentici e sinceri piaceri della vita, schiavizzandoci da soli. Dall’altra uomini e donne che, refrattari a un progresso che non riescono a comprendere, vanno al mercato e annusano i fiori, guardano le partite in televisione, amano il profumo della carta, si circondano di mobili antichi e suppellettili campagnole, fanno l’orto. Nel mondo mentale di Patterson sembra non esistere alternativa: o sei un consumatore alienato e tecno-dipendente o sei un Amish che vive nel rimpianto di un’età dell’oro pre-digitale. Nessuna terza via. Con noi o contro di noi. L’incapacità dei Brandeis di concepire un uso razionale e mediato della tecnologia si spinge fino al rifiuto di trascrivere al pc gli appunti per il libro, preferendo raccoglierli in cartoncini manoscritti ordinatamente archiviati in scatole da scarpe. Una soluzione geniale, in una società che ha fatto del controllo totale il suo principio di fondazione.

Ora: se The Store fosse un thriller qualunque, potremmo al massimo stupirci del suo scarso livello e chiuderla lì. Potremmo chiederci come abbia potuto “il maestro del thriller” imbastire una storia così mal congegnata che, più che un romanzo, sembra semmai una bozza appena più elaborata per il brogliaccio di una sceneggiatura: colpi di scena prevedibilissimi, discordanze narrative, scene e situazioni accumulate l’una sull’altra, dialoghi inverosimili. Ma The Store non è un thriller qualunque: è una distopia che si pone l’esplicito intento di metterci in guardia da un pericolo concreto. Un romanzo che interviene su un tema talmente attuale e “caldo” da ricevere persino lodi istituzionali: come quelle di Paolo Ambrosini, il presidente dell’ALI, l’Associazione Librai Italiani, che ha raccomandato la lettura di The Store in un lungo commento pubblicato sul sito di Confcommercio e poi ripreso dal Libraio. “I libri talvolta sono come un paio d’occhiali che ci permettono di meglio vedere ciò che ci scorre innanzi”, scrive Ambrosini.

Ed è proprio qui che sta la responsabilità maggiore di Patterson: nell’averci fornito un paio d’occhiali giocattolo. Una responsabilità duplice: letteraria e culturale.

Sul piano narrativo, The Store ci mostra fino a che punto sia possibile mortificare un genere quando non se ne conoscono a sufficienza i codici. In questo senso, è imperdonabile l’arroganza con cui si ritiene talvolta la distopia un genere “facile”, alimentato da cliché ripetitivi e sorretto da una grammatica elementare, alla portata di tutti. Dando alle stampe un romanzo degno del peggior self-publishing, Patterson e DiLallo assestano un ulteriore colpo all’idea fin troppo diffusa che la scrittura sia un mestiere d’improvvisazione, che per scrivere basti, appunto, saper scrivere e che sia superfluo, se non addirittura sconsigliabile (ah, l’ispirazione incontaminata!), padroneggiare a fondo il linguaggio di un genere prima di cimentarvisi.

Ancora più seria è però la responsabilità culturale di un romanzo maldestro come The Store. Il presente alternativo immaginato da Patterson funziona sulla base di schemi mentali tagliati con l’accetta. Al pari dei suoi personaggi, è monodimensionale, rigido, refrattario all’inserimento di qualsiasi sia pur minimo livello intermedio di complessità. Il futuro descritto nel romanzo è talmente fosco da non riuscire nemmeno a essere temibile: perché non arriva mai a essere credibile. Il dibattito a cui Patterson vorrebbe contribuire ne esce perciò immiserito, degradato, anzi peggio: rassicurato dalla persistenza di una tale debolezza di argomenti e idee da diventare quasi un perfetto campione per il suo avversario. Il qualunquismo travestito da militanza: un bel fardello, per un autore da 350 milioni di copie.

Senza contare che, nel seguire il filo dell’estremismo ideologico che sorregge il romanzo (la tecnologia è il nemico, o la subisci o la combatti), Patterson non pensa nemmeno per un istante ad affrontare i problemi contingenti intorno a cui ruota il reale dibattito quotidiano su Amazon: le condizioni di lavoro semi-servile, la standardizzazione dell’offerta, il livellamento commerciale e la creazione di legioni di consumatori standard come conseguenza dell’eliminazione di qualsiasi forma di concorrenza, per citarne solo alcuni. Solo un breve accenno alle condizioni fiscali privilegiate che gli immancabili politici corrotti si stanno impegnando per assicurare all’organizzazione, nient’altro. La distopia di Patterson non sembra poi tanto interessata neanche a fare i conti con la realtà.

I protagonisti di The Store vogliono provare a salvare il mondo scrivendo un libro. Se il libro è questo, stiamo sereni: il mondo è spacciato.

Luca Pantarotto (1980) è nato a Tortona e lavora a Milano, dove si occupa della comunicazione digitale di NN Editore. Scrive di letteratura americana su vari blog e magazine; cura inoltre un blog personale, La lista di Holden, dedicato alla storia del Grande Romanzo Americano.
Commenti
2 Commenti a “Povera e nuda vai, distopia”
  1. Raffaele scrive:

    Eppure il critico Gianpaolo Serino ha definito questo libro importante. E dice che la critica non lo ha capito nella sua profondità.
    http://www.ilgiornale.it/news/cultura/romanzo-contro-amazon-si-vende-bene-su-amazon-1447625.html

    Quindi il dubbio è: devo leggerlo da me per capire se vale o meno. E dato che nel mio paesino non ci sono librerie lo devo comprare su Amazon. E quindi, la critica discorde, in realtà fa parte dello scenario di The Store, fanno parte del sistema per spingere a comprare un libro anche a chi non lo comprerebbe.
    Il banco vince sempre, a quanto pare.

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  1. […] Pantarotto, Povera e nuda vai, distopia, in Minima&Moralia, http://www.minimaetmoralia.it/wp/the-store-james-patterson-recensione/, 19 dicembre […]



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