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The Wire, il Gomorra americano

A metà del primo decennio del secolo, l’Italia veniva conquistata dal libro di un giovane cronista appassionato che già prima dell’esordio si era creato una piccola fama leggendaria fra gli scrittori suoi coetanei – me incluso – per come si infiltrava nei giri bassi della camorra: la sua passione per i meccanismi dell’economia e della criminalità l’avevano portato a raccontare l’Italia in modo inedito, coinvolgente ma comprensibile. Gli eccessi di retorica gli venivano perdonati per due motivi: Saviano, l’autore di Gomorra, era uno che capiva la complessità e la sapeva spiegare; e aveva coraggio. Negli stessi anni, come se l’inizio di questo secolo richiedesse opere forti sulla complessità di sistema, in America si affermava una serie tv su temi simili: la connessione fra traffico di droga, società, politica nazionale e economia internazionale. Si chiamava The Wire, e andò in onda dal 2002 al 2008, in cinque stagioni: fra decine di personaggi di ogni ceto e percorso, tra tossici, poliziotti, criminali, politici, insegnanti, svettava come protagonista la città di Baltimora, una specie di Napoli della East Coast, poco lontana da Washington D.C., tutta quartieri popolari, scaricatori di porto, vitalità e traffici vari.

A differenza del libro di Saviano, The Wire racconta per immagini: non gli è concessa la sintesi, il riassunto di fatti, il privilegio di parlare per cifre e fare collegamenti tra le cose senza doverle mostrare ogni volta. Gli autori di The Wire, avendo a disposizione più di dieci ore per stagione – il gran vantaggio della serie sul cinema – si imbarcano nell’impresa titanica di mostrare i collegamenti. Creano dunque una serie priva di personaggi principali, completamente corale, e tanto aperta da avere per tema in ognuna delle cinque stagioni non tanto le svolte biografiche dei suoi personaggi quanto, di volta in volta, una sfaccettatura di quel sistema assurdamente complesso che è una metropoli di oggi: così, si passa dallo spaccio dei quartieri popolari neri al riciclaggio del denaro sporco; dal contrabbando portuale alla corruzione del sistema politico; dai problemi della scuola pubblica nei quartieri poveri alla crisi del giornalismo d’inchiesta. Per capire le differenze fra Gomorra e The Wire, al di là dell’ispirazione simile, mi viene da dire che il primo è un libro cattolico e la seconda un’opera protestante.

Saviano è come Gesù che sale sul monte dove il diavolo – la camorra – lo tenta con le sue ricchezze: in quanto giovane del luogo, Saviano aveva la possibilità concreta di entrare nei giri di camorra, ma una specie di santità civile gli ha dato il coraggio di guardare in faccia il diavolo e ora può salvarci dal peccato di essere italiani informandoci e facendoci partecipare emotivamente alla sua impresa. Intercede per noi. In Gomorra la verità ci è data dal suo sacrificio fisico (nell’ultima pagina il narratore affonda fino alle cosce in una discarica sommersa dal diluvio e si salva aggrappandosi a un frigorifero), e tutto il tremendo destino dell’autore dopo il successo porta questa relazione autore-lettori fino alle stimmate. Il recente debutto come autore-conduttore televisivo di Saviano rischia di scindere il fortunato equilibrio di informazione e santificazione che è il cuore della sua poetica e della sua missione: nella parola scritta è più facile che vinca il contenuto, mentre vederlo occupare da solo la scena in uno studio televisivo può sbilanciarlo in direzione dell’eroismo, della santità del personaggio: più rito che informazione. Il coraggio e la purezza dell’uomo solo in scena per il monologo vengono valorizzati dalla regia, messi in luce da un audio verité che fa sentire fisicamente il fruscio della giacca e dei fogli d’appunti, le esse sibilanti, lo schioccare involontario delle labbra secche, e l’eco naturale dello studio televisivo silenzioso come una chiesa. The Wire può invece essere considerata un’opera protestante, centrata sulla responsabilità individuale di autori, personaggi e spettatori, che non consente letture univoche: un po’ come quando i protestanti cominciarono a tradurre la bibbia in lingue correnti perché ognuno la interpretasse da sé invece di avere la verità calata dall’alto. Partiamo dagli autori: creata dall’ex reporter David Simon, la serie può considerarsi un’opera collettiva: il coautore Ed Burns, ex insegnante ed ex detective, dà la sua esperienza decisiva nei due campi, e i due sono aiutati da tre grandi autori di crime: Richard Price, George Pelecanos, Dennis Lehane. Ognuno dà il suo contributo, quasi nell’anonimato. Quanto ai personaggi: nessuno viene esaltato, nessuno la passa liscia, nessuno è al di sopra delle critiche; non ci sono santi né eroi, e le persone di buona volontà ritratte nella serie – che siano professori, poliziotti, spacciatori che si oppongono agli eccessi di violenza – sono gente comune che dà il proprio contributo al bene comune, in quello stile di medietà e responsabilità individuale tipico della mentalità protestante. Così se Gomorra ha avuto il merito di concentrare l’attenzione generale sulla camorra e Saviano è diventato un simbolo, un trascinatore, sulla piazza mediatica e anche nelle piazze reali della nazione, The Wire nel frattempo è assurto a punto di riferimento per chi vuole cambiare il sistema penetrandone i meccanismi: recentemente, il sindaco di Reykjavik ha imposto che i membri del suo partito vedano tutta la serie per capire quanto in una città tutto è connesso e complesso. Il motivo è che in The Wire si percepisce sempre la possibilità del bene, di comportarsi con l’ideale protestante della Good Will, la buona volontà, e aleggia sempre, sia nelle buone intenzioni che in piccole determinate occasioni di intervento sociale, il diritto dell’utopia a esistere, a essere parte della realtà anche più dura. The Wire ha dato tanto all’America, culturalmente. A formalizzare una rilevanza già conquistata sul campo, quest’anno è arrivato un riconoscimento che è quasi un’investitura ufficiale: David Simon ha ricevuto il premio MacArthur. Ogni anno, la John D. and Catherine MacArthur Foundation premia un numero variabile di talenti americani in ogni campo creativo dalle scienze alle arti all’economia. Altrettanto interessante della somma ricevuta (cinquecentomila euro, cospicuo investimento di denaro/tempo nella libertà creativa individuale) è il soprannome del premio: Genius Award. L’hanno vinto, tra gli altri, Stephen Jay Gould, Richard Rorty, David Foster Wallace, Merce Cunningham, Harold Bloom… David Simon va dunque ad unirsi a un elenco di nomi che hanno fatto l’America recente, entra nella storia del pensiero americano. Il suo premio va idealmente diviso con tutti i pionieri di questa nuova forma d’arte di cui stiamo vivendo l’età dell’oro. Oltre alle gioie che ci danno, le serie tv rappresentano forse perfino un nuovo promettente modello di lavoro: dove il valore emerge dalle qualità dei singoli e non si smarrisce nelle manie di grandezza individuali, e ha per scopo il bene comune, o per lo meno, il maggior piacere e guadagno intellettuale possibile per il maggior numero di persone.

Francesco Pacifico è nato a Roma nel 1977, dove vive. Ha pubblicato i romanzi Il caso Vittorio (minimum fax), Storia della mia purezza (Mondadori) e Class (Mondadori). Ha tradotto, tra gli altri, Kurt Vonnegut, Will Eisner, Dave Eggers, Rick Moody, Henry Miller. Scrive su Repubblica, Rolling Stone, Studio.
Commenti
21 Commenti a “The Wire, il Gomorra americano”
  1. Il paragone tra le due opere è molto interessante, entrambe hanno un respiro epico che le affratella nello spiegare la complessita senza ridurla a schemi preconcetti. Rispetto a Gomorra mi sembra però che The Wire rifletta meno sulla propria forma (l’audiovisivo) come etica.
    In Saviano il simulacro testuale, l’io narrante così sovrabbondante che tante critiche ha suscitato, agisce come filtro estetico (configurante) rispetto alla capacità attestativa dei documenti ospitati nel libro (intercettazioni, sentenze, materiali giudiziari). In The Wire il punto di vista resta, nella maggior parte dei casi, il punto di vista medio ed economico tipico della televisione. Sono sottigliezze che nulla tolgono al valore complessivo dell’opera, ma di cui è necessario tenere conto.

  2. francesco romeo scrive:

    Io credo invece che The Wire sia il più sofisiticato concegno di riflessione metalinguistica di questo inizio millennio. La divisione in cinque atti, con la dislocazione delle macroscene nel pentagramma di una Baltimora elettrizzata senza risultare sovresposta e divisa in set; la rituale retrocessione dei personaggi principali a quasi comparse (o ad attori che ripassano la parte dietro le quinte in attessa di essere richiamati); il dialogo che devia e riconverge da e in un centro che è una dimensione linguistica tanto plausibike quanto scalata, riferita in modo semitrasparente alla “dialogologia” sedimentata da consumatori di film e di parole come “filmate”, parole inquadrate; L’enfasi sul modus operandi che non è più solo dei criminali ma anche virato verso i modi di agire della polizia, e che allude alla serialità (killer) della stessa produzione televisiva (e della HBO) che si organizza minuziosamente e si attrezza tecnologicamente: elevandola in questo caso a sinfonia delle cinque stagioni; la pratica minimamorale e prodigiosa di introdurre ogni puntata con frasi anticipate staccate dal codice verbale, frasi sa ricercare all’interno, quasi fuoriuscite sbucate fuori perinsinuarci con una cimice nella stanza delle parole in cui solo più tardi entreremo, uso geniale di aforisma in cerca d’autore, di epigrafe in cerca della immagine che ne rappresenterà la tomba;e ancora (ma si potrebbe continuare) il tema degli zombie, esemplificato magistralmente nella puntata in cui un gruppo di ragazzini già nella malavita tradisce una scintilla di innocenza o di etica involontaria sotto forma della credulità alla voci di ammazzati che sono divenuti zombie, ma entra nel cimitero apocrifo allestito dai boss e vi trovo corpi, solo corpi, cadaveri come tutti quando muoriamo:si ralllegrano, era solo una leggenda, che stupidi ad aver avuto paura, ridacchiano (addentellati della paura) ignorando che avevano visto (presentito) giusto:i zombie esistono, sono loro i veri zombie:sono le immagini della realtà a cui la finzione non riesce a giustapporsi, solo sovrapporsi, sporgono, fuoriescono come succhi velenosi, sporgono come denti di vampiro.

  3. @francesco: condivido in pieno le tue osservazioni su The Wire, ma quelle che elenchi a me paiono essere più delle invenzioni di scrittura, più che delle invenzioni audiovisive. E’ a quelle che mi stavo riferendo nel commento precedente.
    Bisogna anche tenere conto del fatto che le serie tv sono innanzitutto prodotti “letterari”, non a caso sono gli sceneggiatori, gli ideatori, i produttori ad essere ricordati nei credit, piuttosto che i registi, i montatori o i direttori della fotografia.
    Per quanto sia innovativo dal punto di vista della scrittura, The Wire lo è meno da quello della forma audiovisiva, ma è una condizione che condivide con molte altre serie.

  4. Federico Pinari scrive:

    Il titolo comunque è profondamente ingiusto, se non altro per una questione cronologica (ma non solo).

  5. francesco romeo scrive:

    Ciao Flavio. In effetto io credo che quei procedimenti che ho descritto siano sì ascrivibili (tecnicamente) alla scrittura, ma che poi però sono suggellati da una preziosa “personalità” visiva. Mi riferisco per esempio a certi ambienti e al modo in cui sono inquadrati (il “quartier generale” della prima stagione, con quel divano antisalottiero installato al centro e una sorta di skyline di “isolato” a fare da sfondo:quanto emblematica questa immagine!)oppure alla morfologia labirintica e insieme domestica tra il primordiale e il futuristico degli scenari portuali della seconda stagione (più potenti, a mio avviso, della Gomorra di Garrone). E il senso della mia osservazione precedente (che confesso di non aver bene chiarito) è che attraverso la scrittura The Wire riflette sì sul proprio statuto di audiovisivo, in quanto che cose e persone sono presentate avanti (rappresentate per heidegger) sempre come se sobillate da un occhio impiantato o appostato, un occhio tecnologico (emblematizzato, certo, dalle cimici eponime), articolate da un fare film che è per esempio nella composizione della inquadratura che rimanda all’essenza del “reticolo” affaristico, alla continua presenza di “secondi piani” (molte inquadrature sono in profondità di campo), e anche, se si vuole, alle immagini-tempo deleuziane (le registrazioni che retroagiscono il racconto, le epigrafi che lo presagiscono, l’intersecazione di vicende che lo complicano, la droga che ne raffigura il suo sfalsamento o fuorifuoco).
    D’accordo, le serie sono più una questione di scrittura (ma ne siamo sicuri?O è piuttosto una vicenda di persistenza dell’immagine-nel caso di The wire malgrado la dislocazione degli ambienti nelle diverse stagioni), allora quello che ti chiedo è:perchè rilevarlo per The Wire, che anche dal punto di vista sonoro (rumori, suono emotivo e “antropologico” dei dialoghi, t.waits quintuplicato, commento musicale in genere)e visuale (fotografia variata e intonata all’umore prevalente della singola puntata-al contrario per esempio del giallo schoking inflessibile di C.S.I.Miami e simili) è incisivo ed elegante come finora solo I Soprano (e non mad man) è riuscito ad essere?

  6. Francesco le tue osservazioni sono, anche in questo caso, molto interessanti e stimolanti.
    Forse è il caso di chiarire alcune cose che rimanevano implicite o mal sviluppate nei miei commenti precedenti. Inizialmente ho parlato di un’etica della forma che rilevavo in Saviano e che invece non trovo in The Wire. Con questo non volevo dire che quella serie è del tutto priva di un’orchestrazione visiva (nel secondo commento, in pratica l’ho fatto, sbagliando il tiro, apologize), il che sarebbe fare un torto ad un’opera che ho amato. Mi pare che in Saviano vi sia una maggiore “attenzione” nel maneggiare la materia con cui si confronta Gomorra, “attenzione” che è dovuta, almeno credo, alla danger close in cui lo scrittore napoletano si muove. Ti rimando, per non appesantire il discorso, a una cosa che ho scritto sull’argomento http://bit.ly/a30YHC
    Per dirla con Chion, la televisione è, fondamentalmente, un medium sonoro e vococentrico, come dimostrano i prodotti specificatamente televisivi (pensa al talk show).
    Il carattere “letterario” della serialità televisiva è una conseguenza diretta di questo assunto. Non a caso l’inquadratura sovrana in televisione è il piano d’ascolto, e la principale figura del dialogo il campo-controcampo. In televisione i giochi connessi al fuori-campo ed ai margini dell’inquadratura trovano poco spazio, al contrario di quanto accade, ad esempio, nel cinema, dove costituiscono una straordinaria risorsa espressiva (Burch). In questo senso The Wire è un “sofisiticato congegno di riflessione metalinguistica”, poiché riflette sulla natura di ascolto (e visione) distaccato che è propria della televisione.
    C’è, certo, un’estetica dell’intercettazione, che tu descrivi alla perfezione e che è la vera protagonista della serie, ma è questo distacco, la mancanza di un’azione configurante a determinare l’assenza di una postura etica. Di nuovo, la distinzione tra il carattere cattolico di Gomorra e quello protestante di The Wire.
    Che gli autori lavorino su questa dimensione di ascolto ed attesa è lampante se si tiene conto di quell’altro grande capolavoro televisivo che è Generation Kill, dove tutta l’azione è costruita sugli scambi verbali.

  7. francesco romeo scrive:

    Ciao Flavio, ti ritrovo con piacere e ti ringrazio per il giudizio sulle mie osservazioni. La spiegazione del tuo punto di vista è chiarissima e degna di riflessione più attenta da parte mia. Mi restano dei dubbi. Per esempio sulla opportunità di salvaguardare certe prerogative televisive se unite alla eccellenza di scrittura e alla eleganza visiva come nel caso di The Wire (e forsr il punto è che io rifiuto ogni “superiorità” del romanzo di Saviano e ogni superioritaà estetica del romanzo rispetto alla serie tv a meno di non estendere tale superiorità nei confronti anche del cinema tout court-ma se ne avrai voglia anche magari in futuro potremmo parlarne). Quello che dici sulla produzione di senso ai margini dell’inquadratura è vero, ma iopotrei obiettare che “il margine” semanticamente fertile in una serie tv non è quello dell’inquadratura ma quello della “impaginazione” complessiva della serie di puntate che fanno la stagione e l’adempimento del controcampo forse nelle intercapedini tra le puntate all’interno delle stagioni e poi tra le stagioni all’interno della serie. E poi non ricordo in The Wire l’impiego del campo-controcampo così massiccio e normativo come nelle altre serie. Ricordo delicati piani sequenza nei siti-tugurio dove abita Bubble (?)con il suo aiutante, ricordo inquadrature fisse in campo medio dove molti personaggi si muovono e per così dire complottano a generare la vita dell’inquadratura, ricordo riprese all’interno del pub dei poliziotti centrifughe, non segmentate. Il filtro di cui parli per Saviano era una necessità apparente della sua opera in forma di novel non fiction (ma quanto più raffinato il lavoro di Capote in A Sangue Freddo o di De Lillo in Libbra!E senza alcuna superfetazione dell’io narratore). In The Wire la scelta è quella dei piani intrecciati della vita criminale e politica di Baltimora, qui risiede la postura etica, secondo me. E certo non mancano le figure-madri, le costanti. E insisto, anche se può sembrare solo un dettaglio chiccoso, le frasi enucleate e divenute parole chiave per aprire la porta di ogni puntata, anche questo movimento mi sembra etico come dici tu, o estetico in senso kantiano, è la mano dell’autore (o autori, ok) che innesca i fili della Grande Intercettazione:le intercettazioni però sono invisibili o non sono:gli autori di the wire hanno la loro struttura morale nel non manipolare ma nell’intercettare e intercettare secondo le norme, con autorizzazioni e clandestinità.
    Ma corro ora a leggere il tuo pezzo, ho parlato troppo, pardon.

  8. francesco romeo scrive:

    Scusami Flavio, ancora non mi muovo con disinvoltura in questi territori (è la prima volta che scrivo su un sito letterario, mi confermi che il tuo pezzo è quello su Grizzly Man?)

  9. francesco romeo scrive:

    Ho letto il tuo bellissimo articolo. Noto che però il tuo discorso è espressamente riferito a quei testi che sono appunto non identificati (anche se l’espressione mi sembra enfatica, considerando per esempio appunto la nozione di novel non fiction da lungo tempo consolidata); ciò non è il caso di The Wire. Per cui, mi chiedo, quell’intervento di presa a carico dei materiali attestativi (il punto è che io non ridurrei la ricerca linguistica -dialoghi e movimento dei personaggi e “investigativa” orchestrazione del montaggi e fisicità e accessi di trasfigurazione della fotografia- di The wire ad assemblaggio di materiali attestativi) è necessario, formalmente dovuto (e quindi eticamente urgente) in un’opera come The Wire? E lo ritieni interdetto alla televisione in assoluto. ontologicamente per così bazindire?Assai più che a Gomorra (che mi sembra abbia copiato dalla serie lo scenario portuale della seconda stagione)io lo avvicinerei ai film dei meravigliosi Dardenne, la cui postura morale (come dici tu con elegante e fascinosa espressione) sta proprio nell’acconsentire a che le cose si formino da sole, appaiano, indisturbate si diano anche se ostacolate dalla nebbia della loro accatastata presenza, affinchè ostacolino senza che mano rimuova gli ostacoli, affinchè siano soltanto religiosamente registrare-registrati come in un’intercettazione.

  10. francesco romeo scrive:

    Poi giuro che taccio, mi permetto di inserire un mio brano:

    Con questo falso indizio (una specie di false friend da dizionario inglese-italiano) Sorrentino ci svia piuttosto da una consanguineità recondita del suo personaggio con l’epoca (d’oro) della riproducibilità tecnica della serialità televisiva, in cui alcuni elementi restano invariati pur in mezzo alle ondate di cambiamenti e a invitanti sorprese narrative che intervengono – tracce nel loro passaggio – da una stagione a un’altra. Come già l’eroe di “Le conseguenze dell’amore” si appressava alla natura di un manichino intorno al quale tutto, a cominciare dalla macchina da presa, si muoveva, e così facendo lo ipnotizzava sempre di più (fino alla morte in una pozza di gesso fresco, una vera e propria raddoppiata immobilità mortale:discendente e poi riascendente nella lampo della donna amata e a insaputa di lui già morta), così Andreotti è incistato in se stesso, inzaccherato nei suoi panni di rianimato Nosferatu di Murnau (perfino il modo in cui congiunge le mani allude a una specie di tomba portatile in cui dormire). E’ l’asse figurativo stabile intorno a cui fluttuano immagini di volatile sostanza, le sue pose ed espressioni sono le costole del libro di storia contemporanea dalle pagine sfogliate velocemente. L’eccellente serie The Wire è il caso più eclatante di struttura nettamente scandita e incrollabile e insieme di racconto che si diversifica con il cambiamento da un anno all’altro di programmazione. Le cinque stagioni sono infatti ambientate in cinque contesti diversi (le strade, il porto, la scuola, le stanze delle elezioni municipali, i media) e coinvolgono personaggi differenti (al punto che il protagonista di una stagione nella stagione successiva retrocede di fatto a mera comparsa o poco più), ma permane lo stesso modus operandi: il realismo più studiato e fiammeggiante; l’intersezione di piani diversi della demonologia del potere nella vita di Baltimora; Baltimora stessa; la tecnica di investigazione passo passo da un lato e dall’altro lato l’anatomia dell’azione criminale illuminata nei suoi procedimenti più particolareggiati e artigianali, come in un film di J. P. Melville o di W. Friedkin; l’eleganza raschiata e fonda delle inquadrature; l’atmosfera di universo abissale e fosforescente di zombie e di sopravvissuti; una toccante riedizione della poetica dell’ outsider, a cui aggiunge, incidendolo come una firma nel volto di alcuni protagonisti, il motivo del riso come risposta alla perplessità del mondo (e sembra quasi fatale che per sigla musicale ci sia una canzone di T.Waits che viene rashomon-cantata da cinque diversi interpreti: T.Waits tra le altre cose è l’artista che ha raccolto il fiore carnivoro della voce di L.Armstrong – fin nel fondo della sua tromba- e l’ha portato alla ricerca dell’ottimismo perduto in giro per i tempi, da un passato estremo a un futuro inobliabile, in giro per i luoghi più disparati, da un battello ebbro a una stiva di nave fantasma o da una palestra di pugilato al legno minimo di un carillon, e in giro per le quattro stagioni, anche se soprattutto in autunno, soprattutto nel novembre di Flaubert).

  11. Francesco oggi riesco a dare solo una sbirciatina veloce ai tuoi commenti, ci torno sopra domani con calma, perché il discorso mi stuzzica molto.

  12. francesco romeo scrive:

    Ma figurati, Flavio, quando avrai tempo (e sarà un piacere)

  13. Gianmaria scrive:

    Bel post.
    Ho tracciato immediatamente un collegamento tra le due opere da subito.
    Ci sono delle evidenti affinità. In entrambi i casi la narrazione parte da un lavoro giornalistico ed entrambe le opere tentano di raccontare il funzioamento delle cose.
    Il vantaggio di The Wire è senz’altro il format: la televisione seriale è il medium che oggi può meglio raccontarlo, questo funzionamento, come ha ammesso lo stesso Simon.

  14. Gianluca Picariello scrive:

    La mia serie preferita, e la prima (di quelle di nuovo corso, diciamo da Lost in poi) che ho visto (in lingua originale, rigorosissimamente. E quanto mi manca…!!!
    Complimenti per articolo e segnalazione!

  15. Lodovico scrive:

    The Wire: primo passaggio televisivo (negli Usa): giugno 2002.

    Gomorra:pubblicato nel maggio 2006.

  16. francesco scrive:

    Ho studiato cinema e sono un appassionato di letteratura americana contemporanea. posso senza dubbio dire che non esiste nulla al mondo che si avvicini alla perfezione di the wire. 60 ore che battono qualsiasi film, qualsiasi libro, qualsiasi opera d’arte mai creata fino adesso. Basti solo pensare alla scelta e alla caratterizzazione dei personaggi e degli attori che li interpretano. ovviamente non tutti possono capire quanto il personaggio di Bubbles sia cosi dannatamente perfetto. solo chi ha avuto a che fare col suo mondo! trovo comunque suggestivo, ma profondamente inesatto l’accostamento con un’opera mediocre come gomorra, il libro di saviano è pieno di forzature, falsi stereotipi e scritto con una tecnica narrativa mediocre. leggete qualche romanzo di Richard Price o di George g pelecanos per rendervi conto di cio che dico.
    saluti

  17. Gianmaria scrive:

    I paralleli tra Gomorra e The Wire sono stati rilevati anche da altri commentatori.
    si veda qui:

    http://fivebooks.com/interviews/gavin-knight-on-gang-crime

    e anche qui:

    http://www.theguardian.com/media/organgrinder/2009/aug/11/the-wire-season-two-episode-12

    quindi il paragone non mi pare fuori luogo. Anche il passato giornalistico dei due autori li accomuna.

    In particolare, a essere caro sia a David Simon che a Roberto Saviano, è l’importanza di mettere in luce i meccanismi delle società che raccontano.
    Si confronti la frase pronuunciata dal personaggio di Lester nella prima stagione dello show:

    “You follow drugs, you get drug addicts and drug dealers. But you start to follow the money, and you don’t know where the fuck it’s gonna take you.”

    con la citazione scelta per la quarta di copertina di ZeroZeroZero di Saviano:

    “Guarda la cocaina, vedrai polvere. Guarda attraverso la cocaina, vedrai il mondo”

    La somiglianza è palese.

    Detto questo, The Wire ha sicuramente il vantaggio di essere stato concepito come una fiction, ragione per cui la sua fruizione risulta decisamente più appagante.
    Gomorra di Saviano, anche se catalogato come romanzo, non ha una storyline né una drammaturgia.

    Non mi interessa dire quale delle due opere sia migliore, ma a scapito di Gomorra và detto che si tratta dell’opera prima di uno scrittore molto giovane, porbabilente ancora alla ricerca di una voce, The Wire è i!nvece la creazione di un team di scrittori assai più maturi. A questo si aggiunga l’incredibile qualità della regia, degli attori e dei tecnici tutti ed ecco che probabilmente, come opera, la serie di Simon e soci risulta più solida.

    È curioso però come pur nella sua acerbità, Gomorra sia diventato in poco tempo un caso letterario internazionale, mentre The Wire ha impiegato molto più tempo a farsi notare, divenendo popolare praticamente a show già concluso.

  18. Franco scrive:

    Gomorra sopra, Wire sotto. Il quasi solito prodotto americano, un po’ più sofisticato magari, con diversi gradi di lettura e incastri narrativi. Tutto qui. Il resto sono solo parole inutili per riempire di bit questi spazi bianchi. Inutile scrivere tanto per dire così poco!

  19. Franco scrive:

    Gianmaria: Gomorra senza drammaturgia e scritta da un giovane autore, mentre The wire scritta, girata e recitata meglio? Ma per favore! Oltre al fatto che le due serie non c’entrano un cippo lippo, poiché in Gomorra il punto di vista è completamente diverso e la polizia non “partecipa”, le voci narranti hanno un carattere mentre in The wire sono solo abbozzate, Gomorra è più vero mentre The wire ricalca altre serie americane e proprio qui cade nel banale. Inoltre mi annoia!

    Va si scrive senza accento-

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  1. […] in tutto il mondo oggetto di studio e modello da imitare. Iniziamo dunque con una riflessione, già comparsa su minima&moralia, di Francesco Pacifico su The Wire e Gomorra, il romanzo di Roberto […]

  2. […] compiuto di realismo della narrazione. Una scrittura che dà alla narrazione il potere di “mostrare i collegamenti“, le linee di forza che legano tra loro tutti i soggetti che compongono un corpo […]



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