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Ti proibisco di scrivere di me. Intervista a Livia Manera Sambuy

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(fonte immagine)

Come si diventa autorevoli? Cosa significa essere una “firma giornalistica”? Il giornalismo culturale è finito? «Forse sì – afferma Livia Manera Sambuy – ma qualcos’altro sta nascendo, veicolato dai social network, con mezzi minori e molta precarietà». “Non scrivere di me” (edito da Feltrinelli) è uno scrigno di tesori, ricco di aneddoti, di vita vissuta, in cui gli scrittori sono resi con vividezza grazie ad una grande quantità di virgolettati che rispecchiano anni di conversazioni e di rapporti più o meno intimi, resi con sincerità, oscillando da Richard Ford a Philip Roth, da Mavis Gallant a Karen Blixen, da James Purdy a David Foster Wallace, passando dalla sincera ammirazione allo sconforto per le attese umane, talvolta, deluse. Livia Manera Sambuy firma di punta del Corriere della Sera, ha scritto sempre di libri e cultura, girovaga per il mondo, scoprendo e segnalando numerosi scrittori e fra questi ha tradotto, poco più che ventenne, “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore” di Raymond Carver («la sua brevità è intraducibile in italiano, è letteratura alta con frasi brevi e parole semplici, con un ritmo da pugno nello stomaco») e anni dopo ha firmato due documentari su Philip Roth.

“Non scrivere di me” è un libro da tenere sul comodino. Uno di quelli da leggere e rileggere magari mentre si passa da Canada a La mia africa, uscendo ed entrando dalle pagine di narrativa alla vita reale degli scrittori che amiamo e che rendono più ricca le nostre vite.

Questo libro è anche una tua personale risposta alla crisi dei quotidiani che stiamo attraversando?

«Certamente. Nel 2008 c’è stato un grande cambiamento personale nella mia vita, ho cambiato città trasferendomi a Parigi senza parlare una parola di francese e pochi mesi dopo il mio giornale mi comunicò che il mio tipo di collaborazione sarebbe stata radicalmente diversa. Avevo l’impressione che fosse tutto finito; quel tipo di giornalismo fatto di viaggi e reportage a stretto contatto con gli scrittori e i luoghi che li ispiravano era giunto al capolinea. Ma devo ammettere che questa scossa giunse in un momento in cui sentivo sempre più forte il bisogno di cambiare aria ma non avevo, forse, il coraggio di farlo. Così è nato questo libro, non come una semplice raccolta dei miei articoli ma come un libro in cui sono personalmente immersa.

Del resto nel libro scrivi che intervistando è automatico paragonare il proprio vissuto con il soggetto intervistato. Come nascono le singole interviste, come ti prepari?

«Nel tempo tutto è mutato. I primi tempi ho messo a punto un sistema non ortodosso. Naturalmente leggere i libri a fondo. Preparare le domande incrociando le mie idee con quella dei critici americani e una volta giunti davanti all’intervistato ciò che conta è cercare di metterlo a proprio agio, lasciarlo parlare e pungolarlo con il buon senso per toccare i punti focali. Registro tutto perché credo sia fondamentale partecipare davvero alla conversazione e ciò richiede ovviamente più tempo per scrivere il pezzo definitivo ma ne vale la pena».

Con l’invito dell’editor Alberto Rollo hai messo nel libro il tuo vissuto tanto che ad un certo punto paragoni la letteratura americana ad un altrove in cui rifugiarsi. Cosa significa questo?

«La vita è fatta di tante cose. C’è stato un grande amore e ci sono i miei figli, che adoro, una città che mi andava stretta ovvero Milano e un lavoro che pur amando tanto non mi saziava. Le uniche cose che mi davano grandi emozioni erano la lettura e la possibilità di viaggiare incontrando questi autori. Questo era il mio altrove e lo è anche oggi».

”La letteratura non è niente di più che una questione di vita o di morte”. Ti piacciono queste parole di Mavis Gallant?»

Lei è una donna coraggiosa e ha fatto scelte estreme che ha pagato carissimo con gli ultimi anni passati in indigenza. Ma sono d’accordo, quando gli scrittori sentono che ciò che devono dire è urgente, davvero urgente, devono sacrificare tutto. Devono essere pronti a farlo in nome della letteratura. Poi c’è tutto il resto, l’intrattenimento, alto o basso che sia, fatto bene o fatto male».

La letteratura è una passione che sottomette tutto?

«Assolutamente. La maggior parte degli scrittori fa molta fatica e non si lamenta neanche tanto. Certo è molto dura ma sopravvivono perché hanno la purezza dello spirito ad animarli».

A proposito di David Foster Wallace, “sembrava destinato ad un ristretto nucleo di intellettuali e invece divenne un fenomeno popolare”. Come si diventa scrittori di culto?

«Uno scrittore di culto è uno con una fortissima leadership ma verso una nicchia, invece nel caso di DFW la sua era una nicchia gigantesca ovvero la sua intera generazione. Adesso conquisterà anche la Francia visto che a settembre uscirà, finalmente, con una nuova traduzione».

DFW era davvero contrario alle traduzioni dei suoi libri?

«Sia alle traduzioni che alle interviste. Era convinto che i suoi libri potessero essere tradotti ma sarebbero stati più che altro delle descrizioni. E credo che avesse ragione perché ci sono cose oggettivamente intraducibili ma è pur vero che ci sono traduttori capaci di miracoli, come Maurizia Balmelli e Susanna Basso ma io leggo in lingua e certamente ce ne saranno altri validi. Nelle traduzioni si perdono facilmente il ritmo e le espressioni idiomatiche e specialmente per i libri di DFW è un gran peccato».

Una frase di Roth è il titolo del libro. Ti ha sorpreso la sua decisione di smettere di scrivere?

«No. Imparando a conoscerlo ho scoperto un uomo ossessivo, senza vie di mezzo. Se scrive, scrive e non c’è spazio per nient’altro; ma se non scrive, è la totale anarchia. Lui ha rinunciato a tutto per poter scrivere, si è incatenato per sessant’anni alla scrivania e quando dice che oggi è più felice, so che è sincero».

Francesco Musolino, classe 1981, giornalista siciliano. Scrive sulle pagine culturali del quotidiano nazionale Gazzetta del Sud. Ha ideato su Twitter il progetto lettura noprofit @Stoleggendo. Alcuni suoi racconti sono sparsi online.
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