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Il Tiatru di Nino De Vita, ovvero il raccontare come dimensione suprema dell’esistere

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Da sempre, la poesia di Nino De Vita ama raccontare delle storie. Di più, è una poesia che trova nel raccontare, ancor più che nell’accadere, la dimensione suprema dell’esistere. Le cose hanno una propria misura non nel momento in cui avvengono, ma quando trovano voce nel canto che le racconta. Sono fatti reali, ma anche eventi mitici, che si innestano nella realtà con naturalezza, imponendosi sulla concretezza della storia con l’autorità di un dato di fatto.

Il mito trova spazio nel tessuto poetico dell’autore con la medesima credibilità che contraddistingue le cose reali, perché, alla loro stregua, riguarda lo strato più solido dell’esistenza quotidiana: quello della verità. Il fantastico prende corpo sulla normalità come un riverbero lunare sul corso naturale della storia, illuminandolo di magia, rischiarandolo con la propria soffusa meraviglia. Ciò è soprattutto vero in Tiatru, l’ultima raccolta poetica dell’autore siciliano, pubblicata nel 2018 da Mesogea.

Nel giorno della loro festa, i morti vengono nottetempo e portano al poeta un canestro ricolmo di prelibatezze. La loro esistenza non viene minimamente messa in discussione. I morti sono presenze del tutto verosimili; esistono e agiscono sulla scena domestica con la medesima credibilità, con la stessa verosimiglianza con cui si manifestano i viventi: «I morti a mmia portanu / cosi, un cannistru tuttu / chinu ri cosi ruci. / Ri notti vennu, mentri / chi ddormu. / Ri nne ngagghi / ra porta, ra finestra, / tràsinu, all’ammucciuni, / riciaramiri, e mpòstanu / ’u cannistru pi sutta / ’u lettu. M’arruspigghiu / e l’attrovu» («I morti a me portano / cose, un canestro tutto / pieno di cose dolci. / Di notte vengono, mentre / che dormo. / Dalle fessure / della porta, della finestra, / entrano, di nascosto, / dalle tegole del tetto, e appostano / il canestro sotto / il letto. Mi sveglio / e lo trovo»).

I morti entrano e si muovono negli ambienti della casa con destrezza e naturalezza, e con la stessa disinvoltura riempiono il canestro del poeta di ghiottonerie, lasciando vuoto il cestino del suo interlocutore; il quale, per spiegare l’ingiusta asimmetria, fornisce una spiegazione che per un morto appare quanto meno fuori luogo: «saranni chi ora / me’ patri è unu scarsu» («forse che ora / mio padre è povero»); come se i morti potessero, alla stregua dei vivi, essere poveri o ricchi, disgraziati o benestanti, e potessero di conseguenza beneficare i loro congiunti con le loro prelibatezze o lasciarli all’asciutto. Il mito ha fatto irruzione nella storia, ma, allo stesso tempo, la storia ha fatto irruzione nel mito.I morti non solo si muovono e agiscono come i viventi, ma come loro hanno ricchezze o ne sono privi.

Sulidea è un’emigrante in Argentina, che è tornata in Sicilia per trascorrervi alcuni mesi. Durante il suo soggiorno,si intrattiene con gli amici per raccontargli delle storie. Racconta per un’urgenza che non riesce a contenere, come Sherazade, per incantare il tempo e mantenersi viva: «”A Ninu cci ’a cuntari” / rissi “una storia ri / ddi tempi. Succurìu / nne terri ri Carmela Passalacqua, / ’a niputi ri Pàimma / ’a cuppulara, cca / fora ru Bbagghiu”» («“A Nino devo raccontare” / disse “un fatto di / quei tempi. Accadde / nelle terre di Carmela Passalacqua, / la nipote di Palma / la cappellaia, qui / fuori dal Baglio”»).

Di Sulidea ascoltiamo solo il desiderio di raccontare, e non il racconto. Ciò che è importante è l’intenzione di narrare, più che la storia in sé. Nell’intenzione si nasconde il significato più puro della storia. L’intenzione è il fiore segreto della storia. L’intenzione è la storia.

Billitteri ha un cinema all’aperto, un’arena scalcinata che d’estate si riempie di persone desiderose di assistere a un film che, a causa della cattiva condizione del proiettore, raramente riesce ad arrivare fino alla fine. Una sera si presenta un avventore cieco da un occhio, che pretende di pagare metà del biglietto in quanto può godere della visione del film soltanto per metà: «Una sira, ru Voscu, vinni unu / ch’avia un occhiu sulu: / ’a lama ru zzappuni, / nzittanu un cutu, ’a sghidda / cci avia chiantatu pi / ddintra ra caravedda. / Bigghiettu nni vulia paari mezzu, / picchì putia assistiri / o cìnima ricia / chi sulu pi mmità» («Una sera, da Bosco, / venne uno cieco di un occhio: / la lama della zappa / battendo su una pietra, una scheggia / gli aveva conficcato / dentro la pupilla. / Biglietto ne voleva pagare mezzo, / perché non poteva assistere / al film diceva / che solo per metà»).

Dapprima Billitteri si mette a discutere; poi, mosso dalla pietà lo lascia entrare. I due sono animati da una mentalità contadina, secondo la quale ogni cosa viene stimata in base al valore che deriva dalla sua misurazione. Come se si volesse valutare la Gioconda in base alle sue dimensioni, o il Partenone in base alla sua estensione nello spazio.

Ma ciò che veramente è importante nella poesia dell’autore sono i personaggi che si muovono sulla scena, la rappresentazione della vicenda umana, sempre drammatica, sempre teatrale. È il teatro di Nino De Vita (il suo tiatru – appunto), lo spazio scenico che delimita la visuale su quanto viene rappresentato e lascia all’immaginazione tutto ciò che ne rimane escluso. I personaggi hanno un lato oscuro che resta fuori dalla raffigurazione, e perciò acquista importanza, guadagna potenza, in quanto comunica vigore a quanto tratteggiato sulla scena.

Una storia nasce da un’altra, come per contaminazione, per gemmazione. Il raccontare importa più del raccontato. La voce poetica è quasi sempre vibrante, come una corda perennemente tesa, che ambisce continuamente a colmare, con la propria narrazione, il vuoto di conoscenza di chi ascolta.

Il dettato della narrazione poetica si vale di un linguaggio piano, senza particolari licenze. De Vita lascia al racconto in sé la componente meravigliosa della storia, e opta per una lingua semplice, in cui alla metafora preferisce una narrazione referenziale, che accarezza le parole per il loro suono, senza quasi mai forzare la componente semantica che le contraddistingue. Eppure il poeta ha un amore struggente per le parole, queste compagne fedeli che forniscono la sostanza all’espressione, che scortano il poeta nel suo percorso avventuroso verso il lettore adornandone con la loro grazia il versante illuminato dal senso. Le canta, addirittura, in Berengario, l’ultima poesia della raccolta: «’A palora è lanzata, / vuccaranni, spacciata, / è spirugghiafacenni, è mpirugghiusa, / pagghiazza, allannunata, / s’annaca, si nni va / filiusa a cusciuliari, / si posa nno ’na zzotta / cu ll’acqua e sta, ri ddà / talia» («La parola è stomachevole, / vanitosa, sfrontata, / è traffichina, è contorta, / dissennata, solitaria, / si trastulla, se ne va / bizzosa a girovagare, / si posa in una fossa / con l’acqua e sta, di lì / guarda»).

Le storie sono tutto, nel teatro di Nino De Vita, ma la parola è il loro valoroso paladino.

Luca Alvino è nato nel 1970 a Roma, dove si è laureato in Letteratura Italiana. Nel 2018 ha pubblicato presso Castelvecchi Il dettaglio e l’infinito. Roth, Yehoshua e Salter. Fa parte della redazione di «Nuovi Argomenti», per la quale si è occupato della scrittura di saggi critici, della stesura di una rassegna di poesia italiana contemporanea e di traduzione poetica. Nel 1998 ha pubblicato con Bulzoni una monografia sull’Alcyone di Gabriele d’Annunzio, intitolata Il poema della leggerezza. Lavora per una multinazionale.
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