Time is on our side

Questo pezzo su Michel Houellebecq è uscito per Blow Up.

di Fabio Donalisio

Time is on our side. Ci voleva tempo. Ma il libro definente e forse definitivo di Houllebecq (di quel che Houllebecq sa e può e deve dire) è arrivato. Temo. Che scriva da dio, non è certo una novità. La ferocia cristallina della sua prosa è dato quasi comune, dato colpevolmente per scontato. Ma da uomo tenacemente ossessivo qual è, proprio dalle ossessioni, dalla flebile battaglia con esse era stato finora, banalmente, fottuto (e la pletora di avverbi in –mente ben si attaglia, anzi sgorga, proprio da quanto sa rendere complicato spiegare le sue cose semplici). Che fosse l’erotomania, la (contro)sociologia, il capitalismo plagiato negli oggetti o nel virtuale o l’immersione suicida in apnea (con il fiato corto) nel postmoderno, ogni volta ci si trovava a dire sì ma, cristo che cinquantina di pagine implacabili e poi imperfezione, imperfezione, imperfezione. E quel suo essere alieno, fastidioso, in modo così disarmante. Quale tentazione per la quotidiana sfiancante fatica mediatica del capro espiatorio. Quanto stretta e troppo firmata (magari nel sud-est asiatico) la divisa del provocatore. Quasi da dire, tautologicamente, che la stampa (la comunicazione), bellezza, quando si dà, non capisce un beneamato cazzo. Questa volta l’universo microbico eppure ciclopico di Houllebecq si spiega, finalmente, senza crepe in quello che (datemi pure addosso, ora lo dico apertamente) rimarrà a mio modesto modo di vedere uno dei testi fondanti di questi dieci anni, almeno. È tutto nel titolo. La carta e il territorio. Il reale e la sua rappresentazione, la vita e il vuoto. E Houllebecq dice contro la vita. Senza cedere, ora, a nessuna tentazione catastrofista. In tono adamantino, puro (sì), spiega (perché ama i discepoli, in fondo) che il mondo non possa avere una briciola di senso. Perché il capitale e gli oggetti ne siano la simbiosi più ovvia e inestinguibile, perché nemmeno quelli sopravvivranno. Perché l’amore e l’arte siano accidenti più o meno necessari ma comunque gli unici. Perché il sesso sia sopravvalutato dall’arte (e chi meglio di lui, così fresco di ex-bulimia da essere credibile).
Ma soprattutto dice come sia assolutamente facile, naturale, in un certo qual modo giusto o almeno sintonico, essere tristi, disadattati, incapaci di legami. Legami che se avevano una qualche struttura di tradizione o sopravvivenza ora svaporano in apparenti e frustrati tentativi. Tutto ciò in parole di vuoto pneumatico e perfetta affabulazione nonché concinnitas quasi ciceroniana. E come quel grande rifiutato, lo (e ci) salva il sommo feticcio dell’ironia. Quella roba di ridere come ubriacarsi. A vari livelli da leggera ebbrezza a catatombale sbronza. Dal socialmente accettabile al del tutto (auto)ostracizzabile. Una storia di strade, disegnate, fotografate e camminate. Una storia universale della tristezza. Una storia universale delle cose umane. Che poi calzi, questa volta, in un artista concettuale restio alla vita, alla sua improbabile amicizia con lo stesso Houllebecq (perfettamente inscenato e sceneggiato e saccheggiato), alla folle e artistica morte dello stesso con tanto di divertissement poliziesco, direi che a questo punto poco importa. Si finisce, in modo estremamente razionalista, a tirare le somme. A far vedere (perché bisogna aprirli, ‘sti occhi) esattamente dove sono finiti i personaggi. Di quale morte, letteralmente, devono morire. Si sprecano spesso aggettivi con Houllebecq: misantropo, nichilista. Perché è tuttora un male, agli albori del XXI secolo, dire le cose come stanno. La critica usa ancora, con parole più sfumate, il concetto di disfattismo, caro a tutte le autorità. Chi dice le cose come stanno (ovvero che tristezza, solitudine, disadattamento, sconfitta, sono la vera natura dell’uomo indipendentemente dal suo “successo” contestualizzato e miniaturizzato, che il progresso è un giocattolo, che la natura è oltre e che nessuno di noi serve a un cazzo) è uno che porta male, che corrompe, che distoglie dall’idillio della paura. Da segregare o (artisticamente) eliminare. Anche se vende migliaia di copie (e le famose due domande non scattano mai). Dunque questo libro è una specie di capolavoro. Per quanto sfocata sia la visione presbite di chi si trova a spartire gli anni con i libri che gli sono accanto. Ma se la prospettiva del sottoscritto difetterà, ciò non di meno le pagine qui sopra saranno ugualmente da leggere (e leggibili) perché fanno vedere, prima ancora che capire. Una spietata legenda (e l’idea di necessità, di ineludibilità del latino qui ci sta tutta) di cosa siamo diventati. Ma soprattutto di cosa siamo sempre stati. ”Nella mia vita di consumatore,” disse, “avrò conosciuto tre prodotti perfetti: le scarpe Paraboot Marche, il portatile con stampante integrata Canon Libris BN750 (laptop+stampante), il parka Camel Legend. Questi prodotti li ho amati, appassionatamente, avrei trascorso la vita senza separarmene mai, riacquistando regolarmente, man mano che si usuravano, prodotti identici. Si era stabilito un rapporto perfetto e fedele, che faceva di me un consumatore felice. Non ero assolutamente felice, sotto ogni punto di vista, nella vita, ma almeno avevo questo: a intervalli regolari potevo riacquistare un paio delle mie scarpe preferite. È poco ma è molto, soprattutto quando si ha una vita intima abbastanza povera. Ebbene, questa gioia, questa gioia semplice, non mi è stata lasciata. […] È brutale, sa, tremendamente brutale. Mentre le specie animali più insignificanti impiegano migliaia, talvolta milioni di anni a scomparire, i manufatti vengono cancellati dalla superficie del globo in pochi giorni, non viene mai concessa loro una seconda possibilità, non possono che subire, impotenti, il diktat irresponsabile e fascista dei responsabili delle linee di prodotti che sanno naturalmente meglio di chiunque altro che cosa vuole il consumatore, che pretendono di cogliere un’attesa di novità nel consumatore, che in realtà non fanno che trasformare la sua vita in una ricerca estenuante e disperata, in un errare senza fine fra esposizioni di merci eternamente modificate”.

Commenti
8 Commenti a “Time is on our side”
  1. Rita scrive:

    Perfettamente d’accordo!
    La carta e il territorio è il miglior libro che Houellebecq abbia scritto; e quello in cui nella maniera più disarmante ed autentica possibile si è messo davvero a nudo, spogliando, al contempo, di tutti gli illusori orpelli anche la vita stessa.
    Prevale, su tutto, la parte finale, con quella bellissima descrizione – cruda e lirica al tempo stesso – della natura che si riappropria di ciò che solo illusoriamente si è pensato di poterle sottrarre.
    Una scrittura davvero efficace, spudorata, sincera, diretta, e, forse per questo, irritante per coloro che nella parola scritta si aspettano un conforto lenitivo anziché brutali verità.

  2. notizie scrive:

    Prossimo acquisto da fare in francese, allora…

  3. notizie scrive:

    Ho appena scoperto che questo libro è stato distribuito con la licenza Creative Commons… sembra che non ci sarà bisogno di comprarlo…

  4. matteo telara scrive:

    Bravo Fabio. Post elettrizzante.

  5. viola scrive:

    “Perché è tuttora un male, agli albori del XXI secolo, dire le cose come stanno”
    un post molto centrato

  6. Rottami scrive:

    sono d’accordo su moltissime cose, soprattutto sulla stupidità di certa critica sempre militante (maddechè ?). Il libro è bellissimo, ma gli preferisco “La possibilità di un’isola”, proprio perché è più capace di raccontare, di avvincere. I romanzi devono essere anche storie oltre a tutto il resto. Insieme a “La strada” di McCarthy uno dei migliori libri degli ultimi 15 anni.

  7. fd scrive:

    l’importante, il raro, è la nudità. scrittori imbacuccati, intabarrati, non ne mancano. più o meno dotati di stile, anche. ma i nudi sono pochi. gli scorticati sulle dita di una mano, li conti. houllebecq, qui, pratica l’arte della piaga. e (si) fa del male.

  8. francesco scrive:

    bellissimo testo appena concluso. una vera goduria. come un commentatore sopra trovo che la possibilita di un’isola sia un altro super romanzo del francese, sicuramente sui livelli di questo ultimo.

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